Il Coping

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Il termine “coping” – dall’inglese “to cope” = fronteggiare, reagire, combattere – indica quell’insieme di capacità, strategie psicologiche e comportamentali messe in atto dall’individuo per fronteggiare e ricercare la modalità adattiva migliore e/o più efficace al cospetto di situazioni potenzialmente stressanti e/o pericolose per un proprio adeguato funzionamento psichico e stato di benessere.

Il concetto è stato introdotto dallo psicologo Richard S. Lazarus e descritto nel suo “Modello Transazionale di Stress e Coping” (Lazarus, 1966; 1999; Lazarus & Folkman, 1984), in virtù della stretta connessione con il concetto di “stress” da lui postulato, inteso quale condizione che variabilmente deriva dall’interazione individuo/ambiente sulla base della continua mediazione tra le risorse possedute dal primo e le richieste avanzate dal secondo.

Nelle capacità di coping descritte da Lazarus si include sia ciò che un soggetto attivamente fa per superare una situazione difficile e/o dolorosa (coping attivo), sia le modalità più propriamente adattive alla situazione stessa (coping passivo). Il Modello proposto dall’Autore prevede che, quando gli stimoli (stressor) ambientali raggiungono il soggetto, quest’ultimo ne effettui una prima valutazione in termini di potenziale pericolosità. Se ritenuti tali, una seconda valutazione è rivolta alla disponibilità delle risorse personali: allorquando giudicate sufficienti, il soggetto adotterà la strategia di coping ritenuta più valida ed efficace, ovvero volta ad adoperare modifiche o riduzioni della fonte di stress (cosiddette strategie “centrate sul problema” – problem-focused) oppure modifiche o riduzioni dell’impatto emotivo e psicologico dato dalla fonte di stress (cosiddette strategie “centrate sulle emozioni” – emotion-focused) (Lazarus & Folkman, 1984).

Così ad esempio, strategie di coping centrate sulle emozioni sono la minimizzazione dell’impatto emotivo del problema, l’esprimere rabbia, il rifugiarsi nella fantasia; strategie di coping centrate sul problema sono l’uso di un’analisi dettagliata sulla situazione, il cercare altre informazioni, il ragionare per organizzare una risposta consapevole.

Nella tradizione di ricerche su tale tema da sempre si alternano approcci che sostengono il ruolo di fattori disposizionali (costitutivi, presenti sin dalla nascita, caratteristiche piuttosto stabili di personalità) ed approcci che viceversa enfatizzano il ruolo di fattori situazionali (caratteristiche dotate di flessibilità in considerazione di ogni diversa sfida posta dalla vita quotidiana).

L’assenza di una marcata affermazione dell’una o dell’altra posizione lascia comprendere come entrambe detengano validità: inevitabilmente tanto si pone necessaria la presenza di risorse di base in dotazione al soggetto, quanto la presenza di capacità per l’appunto di adattamento continuo di tali risorse rispetto alle interazioni con l’ambiente. Altresì, in considerazione degli esiti ottenuti dall’uso di tali strategie, va da sé che le caratteristiche che ne fanno parte possano essere ridimensionate, modellate, mantenute o escluse dal proprio repertorio psicologico e comportamentale.

Prendendo spunto dagli studi iniziali condotti da Lazarus e Folkman, nell’interesse di distinguere i diversi stili delle strategie di coping, Endler & Parker (1990) hanno successivamente delineato:

  • uno stile di coping “centrato sul compito” (task-oriented coping): in caso di problemi considerati mutabili, reso dalla spinta ad affrontare la situazione-problema in maniera diretta, pertanto sostenuto dal possedimento di abilità di maggiore concretezza. Potrebbe essere disattivo in caso di problemi sociali di natura complessa;
  • uno stile di coping “centrato sulle emozioni” (emotion-oriented coping): in caso di problemi considerati immutabili, sostenuto da abilità di regolazione affettiva, tali da riuscire a mantenere una prospettiva positiva e di controllo delle proprie emozioni al cospetto del problema o condizione di disagio. Lo scopo è ridurre lo stress, ma a lungo termine potrebbe in realtà aumentarlo e produrre conseguenze negative quali ansia e depressione;
  • uno stile di coping “centrato sull’evitamento” (avoidance-oriented coping): in caso di problemi considerati incontrollabili, reso dal tentativo di ignorare la minaccia della situazione stressante, ad esempio dedicandosi ad attività che possano fungere da diversivo mentale (sottotipo: avoidant-distracted coping), o ricercando il sostegno sociale (sottotipo: avoidant-social coping).

Altresì, se gli stili di coping fin qui descritti trovano espressione quando già il soggetto si trova al cospetto dell’evento stressante – cui far fronte in modalità reattiva nella forma emotiva, comportamentale o di fuga – secondo le Autrici Aspinwall & Taylor (1997) si può descrivere uno stile ulteriore che viceversa viene attuato prima che l’evento-problema si verifichi: si tratta del cosiddetto “coping proattivo”, in grado di apportare importanti benefici sul soggetto in termini di contenimento dell’ammontare complessivo di stress che egli dovrà affrontare; aumento delle possibili opzioni di risposta da utilizzare per le varie situazioni-problema; risparmio di risorse personali in termini di tempo ed energie.

I vantaggi di tale strategia vengono compensati anche dall’eventuale mancato verificarsi dell’evento-problema ipotizzato: in altri termini, i “costi” di preparazione all’evento-problema sostenuti dal soggetto sono comunque sostenibili, anche se poi l’evento non si verifica.

Ancora, le Autrici propongono un modello articolato in quattro tappe:

  1. individuazione: la previsione del sopraggiungere di un evento potenzialmente stressante; tale capacità è strettamente correlata alla capacità di osservare il proprio ambiente di vita per individuare precocemente i pericoli nonché alla capacità di sensibilità rispetto ai potenziali di minaccia;
  2. appraisal iniziale: preliminare valutazione della risolvibilità della minaccia nonché preliminare tentativo di gestione dell’attivazione emozionale che si ingenera (“mi devo preoccupare di questo problema?” – “è necessario prendere provvedimenti ora?”);
  3. sforzi di coping iniziale: adottando una modalità attiva, può indicare sia attività cognitiva di pianificazione che attività comportamentali di presa di iniziativa;
  4. richiedere ed usare il feedback: ulteriore valutazione dell’evento-problema attraverso feedback sull’evento stressante (“si è modificato, è aumentato?”), sugli sforzi di coping iniziali (“devo fare qualcosa ora o attendere se è realmente un problema?”), sugli effetti prodotti da quest’ultimi (“sono riuscito a contenere/allontanare il problema?”).

Presentati i diversi stili di coping descritti dagli Autori, vale la pena di specificare che tali strategie non debbano tuttavia essere intese come nettamente distinte o l’una escludente l’altra. A cosa servirebbe, difatti, essere abili nel risolvere un problema nel concreto se al contempo non si possiede la capacità di gestire le emozioni da esso ingenerate? E chiaramente vale lo stesso nel caso in cui si posseggano solo le abilità di gestione emotiva ma si è privi di quelle concrete per risolvere il problema.

In termini di efficacia delle varie strategie, ugualmente non vi può essere valutazione a priori dell’una o dell’altra: alcune strategie possono risultare efficaci al cospetto di una data situazione ed infruttuose in altre, pertanto la dinamicità di ognuna è costantemente rappresentata lungo tutto il percorso esperienziale di ogni soggetto.

Se il coping è la strategia necessaria al mantenimento del proprio stato di benessere, l’individuo ne deve certamente essere protagonista attivo. Ed è ininfluente stabilire se sia la risposta di coping a condurre ad un miglior benessere o piuttosto quest’ultimo a far sentire il soggetto più efficace: si tratta di una reazione a catena, di dinamiche tra loro complementari che solo congiuntamente conducono alla peculiarità ed unicità dell’“individuo” (dal latino “in” privativo e “dividuus”, diviso = indiviso).

 

Bibliografia

Aspinwall L.G. & Taylor S.E. (1997), A stitch in time: Self-regulation and proactive coping, Psychological Bulletin, 121:417-436.

Carver C.S., Scheier M.F. & Weintraub J.K. (1989), Assessing coping strategies: A theoretically based approach, Journal of Personality and Social Psychology, 56:267-283.

Endler, N. S., & Parker, J. D. A. (1990). Multidimensional Assessment of Coping: A Critical Evaluation, Journal of Personality and Social Psychology, 58(5), 844-854.

Lazarus R.S. & Folkman S. (1984), Stress, appraisal and coping, New York: Springer.

Lazarus R.S. (1966), Psychological stress and the coping process, New York: McGraw-Hill.

Lazarus R.S (1999), Stress and Emotion, New York: Springer.

Skinner E.A. & Edge K. (1998), Reflections on coping and development across the lifespan, International Journal of Behavioral Development, 22:357-366.