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Il Counseling: la relazione di aiuto

 In ProfessioneFormazione, N. 1 – marzo 2015, Anno 6

Oggi il counseling costituisce una professione in rapida crescita a livello mondiale. Esso, fra i vari interventi possibili nell’ambito delle professioni d’aiuto, si colloca in un contesto umanistico, centrato sulla persona, che sostiene e facilita l’esplorazione e l’utilizzo delle risorse dell’individuo o del gruppo, per favorirne il cambiamento. Pioniere di questo “nuovo” approccio fu lo psicologo clinico Carl Rogers, che a partire dagli anni quaranta, negli U.S.A., rivoluzionò il modo di percepire e di aiutare la persona: questa non era più sempre e solo semplicemente portatrice di una malattia, ma era parte attiva del percorso verso il raggiungimento di un maggiore benessere. Per questo motivo il counselor non ha pazienti, portatori di psicopatologie, bensì clienti che si trovano in uno stato di incongruenza (Rogers 1957). Altra caratteristica peculiare del counseling, nel rapporto di aiuto professionale, è la sua visione positiva e incondizionata, l’empatia, l’ascolto attivo e l’autenticità.

Per rafforzare e promuovere la professione di counseling a livello mondiale la National Board for Certified Counselors (NBCC), fondata nel 2003 (U.S.A.), collabora con l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’UNESCO. È del maggio 2013, il “Piano di Azione Comprensivo per la Salute Mentale”, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Agenzia delle Nazioni Unite; azione che rappresenta il primo riconoscimento formale dell’importanza della salute mentale per i 194 stati membri. Quattro gli obiettivi principali del Piano di Azione:

  • rafforzare l’efficacia della leadership e delle istituzioni nel promuovere la salute mentale;
  • fornire servizi comprensivi, integrati e sensibili per la cura mentale e sociale nelle aree locali;
  • mettere in atto strategie di promozione e prevenzione della salute mentale;
  • rafforzare i sistemi di informazione, testimonianza e ricerca per la salute mentale.

Considerato quanto sopra, possiamo affermare che il counseling si inserisce indubbiamente fra le professioni di aiuto che promuovano la salute mentale in quanto “rafforza l’autostima”, “fornisce servizi comprensivi, integrati e sensibili”, “mette in atto strategie di promozione e prevenzione”, “rafforza i sistemi di informazione”. La stessa NBCC fornisce la seguente definizione del counseling professionale: “…un processo nel quale persone qualificate lavorano con individui, famiglie o gruppi, per affrontare e lavorare sulla risoluzione di questioni personali e interpersonali, utilizzando l’ascolto attivo, la definizione degli obiettivi e del cambiamento comportamentale, insegnando nuove competenze e abilità per risolvere problemi. Il counseling come professione è supportato da strutture che ne assicurano la qualità, per mezzo di un gruppo esperto o di un’istituzione governativa, che stabilisce le specifiche conoscenze e competenze necessarie per definirsi counselor professionale” (NBCC, 2015).

Counselor nel mondo

Secondo uno studio del Department of Health and Human Services (HHS), nel 2010 si contavano circa 295.262 counselors e 188.708 psicologi negli U.S.A., nazione con una popolazione di 319 milioni di persone. La più grande associazione americana di counseling, American Counseling Association, contra circa 55.000 associati. Nello stato di New York ci sono tra 140-386 counselor per ogni 100.000 persone (HHS, 2013).

Nel Regno Unito, il National Health Services (NHS), ministero della salute pubblica britannica, ha calcolato che il 28% della popolazione ha consultato un counselor o uno psicoterapeuta nell’arco della sua vita (in Gran Bretagna i termini counselor e psicoterapeuta sono praticamente intercambiabili). Con una popolazione di circa 64 milioni, si tratta di quasi 18 milioni di persone. In un sondaggio del 2013 del British Association of Counselling and Psychotherapy, il 94% dei britannici considera accettabile rivolgersi ad un counselor o uno psicoterapeuta per problemi di ansia o depressione (BACP, 2014).

Il World Health Organization’s Mental Health Atlas (WHO), o se vogliamo dirlo in italiano, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), illustra uno scenario di gravissime lacune non solo di infrastrutture ma anche di professionisti d’aiuto in sé. Per esempio, l’Albania, con una popolazione di circa 3 milioni, conta 1,29 psicologi. per ogni 100.000 abitanti, la Nigeria ne conta 0,02, mentre in Somalia non c’era nemmeno uno psicologo in tutto il paese (MHA, 2011). La figura del counselor non viene neanche menzionata nel rapporto. Eppure con le forti emergenze umanitarie dovute alle attività belliche e/o sanitarie che colpiscono le regioni più povere negli ultimi anni, nonché le tensioni sociali sull’identità religiosa, politica e nazionale, risulta chiara la presenza di importanti disagi emotivi dovuti a vissuti altamente stressogeni: condizione che può causare un’assenza di risorse esterne e interne della persona. Importante quindi, si farebbe il sostegno per una potenziale ricostruzione della persona, della comunità, del tessuto sociale.

Inoltre la NBCC insieme all’OMS ha calcolato che nei paesi con una fascia di reddito media-bassa, tra il 76% e l’85% della popolazione con disturbi mentali non riceve nessun trattamento per la loro malattia. Possiamo quindi dedurre che nemmeno i loro famigliari ricevano alcun tipo di sostegno, come neanche le persone o i gruppi “sani” che vivono momenti di forte stress, come nel caso dell’emigrazione, dei disastri naturali, della guerra che colpiscono con maggiore frequenza il pianeta. Senza considerare problemi meno “eccezionali” quali lutti, separazioni, povertà, malattie fisiche che provocano forti reazioni emotive di dolore, paura, senso di impotenza e incertezza.

Il counseling in Italia

Il counseling è emerso in Italia negli ultimi 20 anni, come risposta ad un’utenza che chiedeva di accedere a percorsi brevi di supporto, accoglienza e ascolto, senza sentirsi etichettati da una diagnosi di “malattia” e dover quindi intraprendere anni di una terapia, per di più con un importante peso economico. Essendo, perciò, una professione nuova non è regolamentata da enti governativi, per cui viene organizzata tramite associazioni professionali di categoria che, in modo sempre più unanime, stabiliscono i requisiti di formazione, gli atti caratterizzanti della professione, il codice deontologico, gli ambiti di intervento, ecc.

Secondo Federcounseling, federazione italiana nazionale cui possono aderire tutte le associazioni di categoria che rispondono ai criteri previsti dalla Legge 14 gennaio 2013, n. 4 “Disposizioni in materia di professioni non regolamentate”, si calcola che, nel 2014, siano quasi 7.000 i counselor iscritti a una delle associazioni di counseling in Italia, nazione di oltre 60.782.000 di abitanti. Paese, l’Italia, che, secondo l’Ordine Nazionale degli Psicologi, detiene il primato europeo per il numero di psicologi: 90.000. Comprensibile, quindi, che attualmente in Italia il counseling lotti fortemente per la sua legittimazione culturale e politica, rispetto alla consolidata professione di psicologo. Attualmente, infatti, rimane aperto il dibattito tra l’Ordine degli Psicologi e le Associazioni Professionali di Categoria di Counseling, anche sul piano legale, oltre che quello di immagine. Scontro che sembra ricalcare i pesanti contrasti che gli stessi psicologi subirono dall’Ordine dei Medici negli anni ‘70, del secolo scorso. Tanto è vero che oggi, gli psicologi in Italia tendono verso un taglio professionale sempre più di tipo sanitario, occupandosi di diagnosi, ricerca e psicopatologia, lasciando “involontariamente”, secondo alcuni, lo spazio ad altre professioni d’aiuto come appunto il counseling.

Un passo in avanti dal punto di vista legislativo per il counseling riguarda la legge n. 4 del 14 gennaio 2013, come spiega il Presidente dell’AssoCounseling Lucia Fani:

La legge 4 conferisce alle associazioni di categoria la possibilità di iscriversi al Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) a condizione che queste presentino tutti i requisiti di cui agli artt. 2, 5, 6 e 7 della suddetta Legge. Possono organizzarsi in associazioni di categoria quelle professioni che non siano organizzate in Ordini, Albi e Collegi, con esclusione delle professioni sanitarie e delle attività e dei mestieri artigianali, commerciali e di pubblico esercizio disciplinati da specifiche normative..[..]..La Legge 4 non riconosce le professioni non regolamentate ma conferisce ai professionisti (di cui all’art. 1 della stessa Legge), la possibilità di organizzarsi attraverso le associazioni di categoria” (Fani, 2014).

L’organizzarsi di Associazioni Professionali di Categoria, i provvedimenti di Legge hanno fatto si che il counseling in Italia progredisse sempre più con passo deciso sia negli ambiti considerati “sani”, come quelli aziendali, sportivi e scolastici, che in ambiti privati e pubblici sia con individui che con gruppi. A livello territoriale sempre più spesso si formano collaborazioni proficue con psicologi e psicoterapeuti i quali ritengono che queste sinergie siano una risorsa preziosa per l’utenza e per il professionista.

Certamente l’ingresso del Federcounseling nella European Association for Counselling (EAC) è un nuovo e concreto segnale di legittimazione culturale per questa professione in Italia. Infatti per ottenere la certificazione di counselor professionista da parte delle associazioni professionali riconosciute in Italia si deve seguire un iter formativo verificabile e rispondente ai requisiti definiti in accordo con la European Association for Counselling (EAC) e Federcounseling. I requisiti minimi sono: diploma di maturità quinquennale o di titolo equipollente; il possesso di un diploma presso una scuola di counseling il cui corso triennale rilasciato dalle Associazioni di Categoria riconosciute, la certificazione di una formazione personale, la certificazione dell’effettuato tirocinio pratico in counseling. Una volta verificato il possesso dei requisiti minimi, l’aspirante deve sostenere e superare un esame di valutazione professionale, presso l’associazione di categoria scelta. Una volta ottenuta la certificazione rimane d’obbligo l’aggiornamento professionale per tutto il tempo in cui viene esercitata l’attività, pena la perdita della certificazione.

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