In-differenza

 In Editoriale, Anno 3, N. 4 - dicembre 2012

Si dice che l’opposto dell’amore sia l’odio. Niente risulta essere più lontano dal vero. Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza. L’in-differenza impedisce di prendere decisioni, compiere azioni. L’in-differenza non fa discernere perché ogni cosa è considerata ininfluente, incapace di produrre cambiamenti rispetto alla condizione esistente. Questa condizione di disinteresse coinvolge la libertà personale poiché viene a mancare la volontà attiva della scelta. È impossibile prendere posizione quando gli eventi risultano dello stesso valore. L’autodeterminazione consapevole necessità di confini chiari tra ciò che è giusto e ciò che non lo è. Senza relativismo alcuno. Infatti, l’in-differenza sembra sorgere, come difesa personale, quando in una società il giusto e l’ingiusto si mescolano in un informe magma.  Il risultato è quello di una società sempre più distratta, sempre più distaccata. Mentre le persone, sempre più sole, finiscono con lo svilire la parte più autentica di sé. Di conseguenza la relazione con l’altro perde di senso e valore a detrimento della fiducia e della reciprocità. Linfa segreta del male l’in-differenza riduce a nulla l’altro: esso semplicemente non esiste più.

Quello che stiamo vivendo, oggi, appare il risultato di una società che sempre più sta perdendo vecchie certezze senza acquistarne di nuove. L’insicurezza e la debolezza delle idee si veste di disinteresse e di apatia: si finge di non vedere per non prendere posizione. La tragedia, sempre meno dramma umano che esige giustizia, sembra trovare spazio ed interesse solo nelle “piazze mediatiche” e, se ancora, i fatti narrati riescono a suscitare una qualche forma di indignazione in chi li ascolta, presto questa è destinata a soccombere sotto la pressante rassegnazione: spettatori passivi e indifesi, testimoni tristemente assuefatti ad ogni forma di aberrazione, diveniamo vittime disarmate di quella stessa spirale perversamente iniqua. Irrimediabilmente abdicati alla violenza, abituati ad essa, considerata ormai ineluttabile come il pane quotidiano, lasciamo che questa sfiori appena le nostre coscienze artatamente anestetizzate. Anestetico necessario per conservare una qualche parvenza di dignità. In accettata rinuncia lasciamo allora che la determinazione si distolga dalla nostra vita, in completa soppressione del volere, ormai percepito irrevocabilmente impotente.

Il desiderio dell’essere muta allora direzione, non afferma più la propria profonda essenza, ma la rinnega. Disconoscendo se stesso e i suoi veri e intimi bisogni l’uomo dimentica il “fare agli altri quello che vorrebbe fosse fatto a lui”. Egli non ha più un Sé integro a cui riferirsi e senza un Sé non esiste un noi. Il conseguente e naturale effetto secondario di un simile processo mentale è la mancanza di ottimismo, di entusiasmo e progettualità del futuro, percepito invece come ostile, incerto, pauroso. Unica difesa: respingere, smentire questa paura, cessando di attaccarsi alle cose, alle persone. L’in-differenza si fa allora conquista, guaina protettiva immaginaria, che solo a volte o solo in superfice sembra scalfirsi davanti a eventi dolorosi. Specialmente se propri.

Nascono allora tanti piccoli o grandi egoismi, interessi personalistici da difendere a tutti costi, dimenticando o forse facendo finta di dimenticare la derivante solitudine esistenziale: se gli altri non sono “affar-mio io non sarò affar-loro”. La mancata attenzione all’altro porta come sua conseguenza all’impassibilità, alla cecità verso i soprusi e le loro vittime. Al contrario i carnefici, più o meno insensibili, non esitano in istante a raggiungere lo scopo ambito, senza soffermarsi troppo sulle conseguenze che le loro azioni possono avere sugli altri. Privi di una qualche forma di empatica comprensione danno forma e forza a una realtà che sembra reiterarsi ineluttabilmente. Ripetitività dove tutto si sminuisce e perde di significato, ridotto, nella sua ininfluenza, a prassi comune. Difficile, dunque, davanti a questa giungla di istanze iper-personalistiche, trovare una risposta che soddisfi il bisogno di giustizia e reciprocità.

Neanche la famiglia che nella sua rappresentazione ideale è il luogo del rifugio, dove sentirti sicuri, amati, protetti, ascoltati, si salva dalla continua e inesorabile erosione dei valori e delle relazioni soddisfacenti. Costantemente in crisi, minata alle sue radici, con difficoltà riesce ad andare incontro ai bisogni dei suoi componenti, innescando comportamenti spesso disfunzionali e venendo meno alle aspettative fiduciarie. Sempre più caratterizzata da sentimenti di apprensione, tristezza e dolore, determina un male-di-vivere generalizzato e “normalizzato” nei suoi componenti. Disturbi mentali, comportamenti auto-lesionisti o criminosi sono spesso le conseguenze dell’estrema infelicità data dal dolore irrisolto che continua a gravare sul processo di pensiero e di vita.

Ma, nonostante tutto, re-agire è possibile. Dentro l’essere umano esistono ancora i semi della reciprocità. La voglia di esprimere, senza timore alcuno, la sua dimensione interiore. Importante è tornare a credere che sia possibile recuperare la capacità di ascoltarsi, di sentire e comprendere i propri e gli altrui sentimenti. Credere che sia possibile superare la “povertà” emotiva, che sfocia nell’azione immediata o nell’ostilità ripetitiva che copre le emozioni più profonde quali paura, vergogna, prossimità. Credere che alla perdita di contatto con le sensazioni e gli affetti più profondi, sia possibile contrapporre il riconoscimento, umano e legittimo, della necessità di attenzione, di sentirsi appoggiati, amati. Credere, e tornare ad essere consapevoli, che la costruzione, l’affermazione e la crescita di una società più giusta e vera sono affidate alla collaborazione di tutti: ognuno di noi può recuperare la libertà personale attraverso una volontà attiva della scelta. Scelta consapevole e responsabile al “bene comune”.

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