L’illusione del narcisista. La malattia nella grande vita

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L’illusione del narcisista – G.Dimaggio – Ed. Baldini & Castoldi 2016

«Se pensate alla copertina patinata, alla Ferrari, al gessato di Armani, siete fuori strada. Sono i simboli del successo, nient’altro che quello, non tracciano alcuna corrispondenza con punti segnati sulle mappe dell’animo. Anche per i pochi che vivono all’altezza dei loro talenti il momento splendente, quella copertina, il flash dello scatto che li porterà sulla rivista, il compiacimento per la crescita del conto in banca durano quanto un soffione nelle mani di un bambino» (G. Dimaggio)

Approdo per caso all’ultimo, recente saggio di Dimaggio, complice un veloce quanto fortuito passaggio radiofonico notturno: una di quelle interviste all’Autore in cui una manciata di minuti sembra sufficiente a decretare il successo di un’opera o, almeno, ad implementarne la popolarità tra il grande pubblico.

Figlie del nostro tempo, dominato dalla logica dell’hic et nunc, suonano profetiche le parole di John Dewey, psicologo e pedagogista statunitense del secolo scorso: «la vita moderna implica la deificazione del qui e dell’ora; dello specifico, del particolare, dell’unico, di quel che accade una volta sola e che non possiede nessuna misura di valore al di là di quella che porta in sé». Come dire giocarsi tutto e subito; sedurre alla prima impressione, insomma: piaccia o no, sono queste le regole del mercato globale. Talento o malìa, l’Autore “funziona”: mi conquista la spigliatezza con cui risponde alle domande dello speaker – o, sarebbe meglio dire, la maestria con la quale dribbla i quesiti più spinosi, quelli sui quali neppure la scienza è riuscita ancora a sentenziare in maniera definitiva, del tipo «come si diventa narcisisti?» ‑ ma, ancor prima, mi incuriosisce il sottotitolo del saggio, ossia La malattia nella grande vita.

Già, perché se le mie conoscenze in materia di psicopatologia forense mi consentono di apprezzare il contenuto illusorio insito nel nucleo della personalità narcisistica – quel moto oscillatorio costante e impietoso tra “essere un dio e cadere nel baratro”, come campeggia sulla copertina del libro di Dimaggio – è il concetto della «grande vita» ad intrigarmi, a solleticare la mia curiosità. Quali che siano le basi neurali dei processi decisionali d’acquisto (neuromarketing docet), il volume è presto nelle mie mani.

La lettura è veloce e piacevole, senza dubbio coinvolgente : il testo che scorre fluido; il rigore scientifico che non abdica allo stile romanzato; il narcisista, che emerge senza il filtro del linguaggio tecnico ma neppure avulso dal contesto nosografico che lo avviluppa e ne delinea i tratti. Un ossimoro, verrebbe da dire, ma l’arcano è presto svelato: l’Autore, psichiatra e psicoterapeuta che, per sua stessa ammissione, «si occupa di narcisismo da più tempo di quello che avrebbe mai pensato», è anche talentuoso fumettista per hobby e raffinato cinefilo per passione. Ecco, allora, la spigliatezza nel tratteggiare le «maschere» del narcisismo: quelle «grandiose» – chi non ricorda il miliardario Tony Stark, alias Iron Man dell’omonima pellicola, «tutto armatura, belle donne, invenzioni geniali e party?» e ancora, per le fashion victims come la sottoscritta, il personaggio di Miranda Priestly, l’algida protagonista de Il diavolo veste Prada, magistralmente interpretata da Meryl Streep? – e quella «dimessa» del soccombente, del narcisista covert, qui incarnato da Wertheimer, virtuoso del pianoforte nato dalla penna di Thomas Bernhard.

È il narcisista vulnerabile, passivo, rinunciatario, il cui impossibile collabimento tra il Sé reale e il Sé ideale ne decreta il fallimento, la vergogna, il ritiro sociale; in taluni, rari casi, il suicidio. E, ancora, la controparte maligna del narcisista grandioso, incarnata dai protagonisti di alcuni dei serial americani più amati: House of Cards e Game of Thrones, al secolo Frank Underwood e Tywin Lannister. Crudeli, spietati, manipolatori, affetti da quel mix letale che gli psichiatri definiscono «Triade Oscura»: narcisismo, machiavellismo, psicopatia. E poco importa se i tipi alla Criminal Minds sono statisticamente poco rappresentati, come ci assicurano gli esperti: anche nella semplice variante sub-clinica del disturbo si tratta di soggetti da cui è bene tenersi alla larga… avverte Dimaggio. Opera al di fuori dei canoni del saggio scientifico propriamente detto – la scelta stilistica richiama, piuttosto, il genere del saggio divulgativo – la stessa si arricchisce della casistica clinica dell’Autore, testimoniando la diffusione trasversale della sindrome narcisistica e la complessità di approccio che la caratterizza: «chi racconta gli incontri con i narcisisti nella vita quotidiana, lavorativa e sentimentale, li descrive come dèi o mostri. Dèi: persone affascinanti, carismatiche, di successo, splendenti, invidiabili. Mostri: cinici, freddi, capaci di svalutare ogni fibra del tuo essere, di umiliarti, smantellare le tue convinzioni, martellare la fiducia in te che con tanta fatica avevi costruito. Innalzarti e poi lasciarti cadere».

Le due facce della stessa medaglia, insomma. Il tentativo (apprezzabilissimo) di descrivere l’eziologia della personalità narcisistica; un’analisi dettagliata del funzionamento sociale, affettivo e lavorativo del narcisista, unita all’esame minuzioso degli schemi interpersonali che ne guidano l’azione e, infine, il tasto dolente, quello delle relazioni sentimentali. Luci e ombre di una sindrome egodistonica, foriera di sofferenza per colui che ne è affetto: aspirante alla «grande vita», che raramente sperimenta – quella «vita pulsante che, se esiste, abita altrove» perché la grandiosità non gli appartiene, il narcisista puro non indulge nel godimento del successo – è costantemente afflitto da un senso di vuoto strisciante, un misto di rabbia e di disprezzo per il mondo che lo circonda, perché «il vero segnale della superiorità è il modo in cui guarda […] gli altri […] dall’alto in basso, pront(o) a notare ogni minima falla, ad amplificarla, scomporla e proiettarla su uno schermo gigante che commenta(no) con sguardo cinico, paternalismo affilato, tenendo in mano un precisissimo puntatore laser».

Il narcisismo è tutto questo… ma è anche l’occhio benevolo, a tratti scanzonato e deliziosamente irriverente, dell’Autore-terapeuta, che adopera i ferri del mestiere per comprendere, prima ancora che per curare colui che bussa all’uscio della sua bottega: perché una cura esiste, il narcisismo è accessibile. «Si può fare qualcosa. Si tratta di sapere come». E al pari di ogni libro che si rispetti, c’è un lieto fine, una nota di speranza: insegnare al narcisista a rinunciare alla gloria per appropriarsi della sensorialità dell’esistenza, sconfiggendo la dannazione di non avere avuto in dono il diritto ad esistere davvero.