Trichocereuspachanoi: quando la globalizzazione minaccia la tradizione

 In Sotto il Segno del Culto, N. 2 – giugno 2017, Anno 8

Cos’è il Sanpedro

Con il nome di “sanpedro” vengono denominati circa 70 diversi tipi di cactus colonnari non tutti psicoattivi, di grosse dimensioni, del genere Echinopsis o Trichocereus che crescono lungo la cordigliera andina in Perù, Equador e Bolivia (Figura 1; Cruz-Sànchez, 1948).

Figura 1: Localizzazione geografica di coltivazione e crescita dei cactus del genere Trichocereus

Dal punto di vista botanico, il termine “sanpedro” sta ad indicare due differenti specie di Echinopsis: l’Echinopsispachanoi Britt. & Rose, che è il sanpedro vero e proprio, chiamato anche “sanpedro legittimo”, e l’Echinopsisperuvianus Britt. & Rose, chiamato “sanpedro cimarrón” ovvero sanpedro selvatico (Britton et al., 1919).

Figura 2: Trichocereus peruvianus (A), pachanoi (B);(www.samorini.it)

A differenza del pachanoi (Figura 2, pannello A), il peruvianus (Figura 2, pannello B) ha una tonalità verde-giallastra ed è sempre provvisto di gruppetti di spine ben evidenti, mentre, il pachanoi possiede una tipica tonalità verde-azzurrina con glochidi (ciuffetti di peli) caratterizzati da un numero inferiore di spine o addirittura assenti.

Entrambe le specie possono raggiungere l’altezza di svariati metri (sino a 6-7 m) e formano folti cespugli colonnari le cui foglie, a volte assenti, sono ricoperte di glochidi utili per difendere la pianta dagli attacchi degli animali (Pardanani et al., 1977).

La differenza tra le due specie è relativa anche al numero di fusti di cui le cactaceae si compongono, i cactus di sanpedro variano infatti nel numero di coste longitudinali di cui sono costituiti, hanno da quattro a otto costolature, su cui sono presenti areole grigio lanose che hanno da due a sei spine radiali giallastre, l’inferiore delle quali è lunga circa quattro centimetri e ricurva verso il basso.

Nella regione andina del Perù settentrionale è diffusa la credenza che un maggior numero di coste sia indice di una maggior potenza del cactus (Polia, 1996).

Originariamente si pensava che fosse il Trichocereus peruvianus ad avere un quantitativo maggiore in mescalina, attribuendo a questa specie di cactus una potenza 10 volte maggiore rispetto a quella del sanpedro. Recenti studi hanno invece smentito queste affermazioni, dimostrando come invece sia il Trichocereus pachanoi ad avere un maggior quantitativo di mescalina in relazione al peruvianus e altri tipi di cactus (Ogunbodede et al., 2010).

Figura 3: Collocazione del clorenchima (parenchima clorofilliano) dove vi è la massima concentrazione di mescalina

È stato dimostrato inoltre come piante diverse di Trichocereus pachanoi possano godere, in concentrazione maggiore a quella del Trichocereus peruvianus, di un diverso quantitativo in mescalina, correlato probabilmente a differenze tra piante prodotte a partire da semi raccolti sul campo piuttosto che coltivate, variazioni ontogenetiche (età e grado di maturità delle piante), variazioni ambientali (differenze nelle condizioni orticole) e temporali (stagionale e diurna/notturna; (Ogunbodede et al., 2010).

Nel sanpedro, la mescalina si forma principalmente nei tessuti carnosi della pianta ovvero nel clorenchima (Figura 3) che in questo cactus rappresenta la porzione adiacente alla parte esterna, ed il suo contenuto varia a seconda che il materiale di partenza per l’estrazione sia fresco (0.12%) o secco (0.8-2.4%). In quest’ultimo caso il quantitativo è fino a 40 volte superiore a quello fresco (Figura 4; Ogunbodede et al., 2010).

Figura 4: Passaggi per ottenere l’estratto secco. (http://www.minam.gob.pe)

I curanderos preferiscono utilizzare quelli con sette o quattro (alquanto rari) coste. Quest’ultimi sono molto apprezzati per il loro potenziale curativo particolare, essendo in relazione con i quattro punti cardinali ed essendo il quattro numero sacro alla Pachamama, o Terra Madre. Tuttavia, sebbene entrambe le specie di Trichocereus godano di un cospicuo quantitativo di principi attivi allucinogeni, la specie più usata nelle pratiche divinatorie, resta il Trichocerus pachanoi (il sanpedro legittimo), nome che gli sciamani della zona invocano riferendosi al “potente sanpedro che tiene le chiavi del Paradiso” o in lingua Quechua, “achuma”, probabilmente correlato al termine “kachum”, ovvero cetriolo (Bianchi and Polia, 1991).

Ancora oggi infatti il cactus è chiamato “achumo” o “achuma” in riferimento al fatto che i curanderos (i Maestros peruviani), usano proprio per le loro pratiche divinatorie e terapeutiche la varietà senza spine (Bianchi and Polia, 1991). In base al loro sistema di credenze religiose, nel sanpedro esiste un’entità mitica, chiamata “virtud”, “poder” o “espíritu”, che induce le visioni conseguenti alla sua ingestione e guida lo sciamano nella loro corretta interpretazione (Polia, 1996). L’abilità del curandero di padroneggiare la “virtud” della pianta lo rende un operatore carismatico capace di interpretare correttamente le visioni conseguenti all`ingestione del sanpedro. Durante l’esperienza con il cactus la “sombra” del curandero – che non equivale al concetto cristiano di anima, bensì trattasi di uno dei doppi animici dell’individuo – si stacca dal corpo e può effettuare viaggi extracorporei per cercare oggetti o persone perdute o nascoste, per recuperare la “sombra” dei suoi pazienti, o anche per captare avvenimenti futuri e curare malattie poiché, secondo la teoria indigena le malattie hanno un’origine sovrannaturale (Ostolaza, 1984).

Il sanpedro svolge dunque un ruolo fondamentale sia nella vita spirituale che nelle pratiche “etnomediche” delle popolazioni che lo impiegano ed è considerato perciò sia un sacramento che una medicina. Ciò nonostante, eradicato dal suo contesto storico tradizionale, a causa della sua composizione fitochimica di natura allucinogena, esso potrebbe acquisire l’identità di una possibile sostan za psicoattiva ad uso voluttuario. A tal proposito infatti, nel mondo occidentale è utilizzato a scopo puramente ricreativo, in quanto, dalla sua lavorazione si possono ottenere alcaloidi quali mescalina, 3-metossitiramina, tiramina e metiltiramina, con effetti psicotropi ed allucinogeni (Smart Drugs, 2011).

 

La “Pianta-Maestro” del curanderismo Andino: un profilo antropologico

Nel curanderismo delle Ande settentrionali del Perù, il sanpedro è utilizzato per ottenere visioni a scopi “diagnostici” e a fini divinatori. L’uso di piante psicotrope, la funzione terapeutica e mantica del curandero (o maestro), il contesto mitico e rituale permettono di assimilare la funzione del curandero a quella dello “sciamano”.

Tra le cactacee cui si applica il nome generico di “sanpedro”, o “achuma”, il curandero sceglie il “sanpedro legítimo”, la specie dotata di minuscole spine (Propriamente il Trichocereus pachanoi Britton & Rose). Le specie dotate di spine più lunghe e che raggiungono altezze maggiori, conosciute col nome di “gigantón” o “aguacolla [1]”, a causa del loro ridotto potere psicotropo sono considerate “palos cobardes: cactus codardi”. Il sanpedro è conosciuto anche col nome di “huando [2]”, derivato dal verbo keshwa wantay, “portare sulle spalle” e riferito al potere della pianta. Per dire che la pianta produce visioni, infatti, si dice che “levanta” (alza) o “asuspende” (solleva) il doppio animico della persona (la sombra) provocandone il distacco dal corpo propedeutico al “viaggio” oltre il dominio dei sensi e le frontiere spazio-temporali [3].

Nella cultura andina, il potere delle piante psicotrope è attribuito a uno spirito (espíritu/virtud) residente in esse, che produce visioni (sueños). Per questo, si applica a queste specie il nome di “plantas-maestro”. Nella visione, lo spirito del sanpedro assume molteplici forme antropomorfe o zoomorfe: ad esempio la figura di un “re inca” che rivela l’origine della malattia e suggerisce la terapia. Tra le forme zoomorfe primeggiano i felini (gatto, ocelot [4], puma). In visione, inoltre, compaiono luoghi, animali, persone legati alla storia personale di chi, oltre che per essere curato, ricorre al curandero per ritrovare cose o persone perdute, conoscere i responsabili di accadimenti, prevedere il futuro. Le visioni sono accompagnate dalle paraeidolie indotte dalla mescalina – arcobaleni, vortici luminosi, reticolazioni lattescenti, ecc. – cui però il curandero non attribuisce valore diagnostico.

  • I miti d’origine dell’uso del sanpedro, da noi raccolti dalla tradizione orale nelle provincie di Ayabaca, Huancabamba e Frías (Polia, 1996 [5]), evidenziano una struttura sincretistica in cui l’elemento autoctono, è facilmente riconoscibile. I primi a usare l’achuma sono Maria, o gli apostoli i quali cercano invano Gesù fanciullo, scomparso per insegnare nel tempio, oppure ritiratosi nel deserto. Mangiando la achuma, lo ritrovano. Gesù benedice la pianta inaugurandone l’uso terapeutico e divinatorio. In altre versioni, Gesù nasconde le chiavi di san Pietro. Questi non riesce a trovarle fino a quando, su suggerimento di Gesù, ingerisce la pianta cui lo stesso Cristo dà il nome dell’apostolo benedicendo il sanpedro con la mano destra perché riveli la verità a chi ne è degno e con la sinistra perché la nasconda agli indegni. In altre versioni, san Cipriano [6], che prima di diventare santo già usava l’achuma, suggerisce a san Pietro d’ingerirla ma “taglia” a metà il suo potere. In un’altra versione, che ricalca la leggenda agiografica, Cipriano tenta di abusare d’una vergine ma è impedito dalla croce che questa portava al collo; per conoscere la fonte di quel potere, ingerisce l’achuma: vede Gesù e questi benedice la pianta e ne consacra l’uso.

Nei miti d’origine, i protagonisti mangiano il cactus crudo, costume documentato in antiche ceramiche della cultura Lambayeque. “Cipriano” rappresenta lo sciamanesimo precedente l’introduzione dell’etica cristiana, in cui le funzioni di terapeuta-indovino e stregone coesistevano. Dopo la conversione, Cipriano abbandona le pratiche stregoniche ma continua a usare la achuma dei padri la quale, però, ha perso parte del suo potere, come i curanderos le cui capacità, se comparate a quelle degli antenati pagani, sono molto ridotte. La riduzione del potere dell’achuma ricalca il mito amerindio della “gelosia degli dèi”: tra i Maya Quiché del Guatemala, ad esempio, gelosi dei primi uomini capaci di penetrare i segreti del cosmo, gli dèi velano i loro occhi per ridurne la veggenza.

Le comparazioni con i miti d’origine del peyote (Lophophora williamsii) mostrano una comune matrice pan-americana: una ragazza kàyowa ritrova i fratelli, partiti per la guerra e mai più tornati, dopo che lo spirito del peyote le rivela in sogno l’uso della pianta. Una madre delaware ritrova il suo bambino perdutosi nelle praterie: il Grande Spirito, da lei invocato, le rivela l’uso del peyote e le operazioni rituali da compiere. In un altro mito delaware, una ragazza istruita dallo spirito del peyote riesce a ritrovare il fratello, perdutosi durante una battuta di caccia, e fonda la religione del peyote. Un mito winnebago narra d’un cacciatore, smarritosi nelle praterie, che mangia un peyote e al quale Grande Spirito comanda d’insegnare agli indiani l’uso della pianta e la nuova religione.

  • Riti che accompagnano la raccolta del sanpedro. Nella tradizione andina, il potere (virtud) d’una pianta e la veridicità delle visioni da essa prodotte dipendono dalla sinergia di vari fattori: la specie; le caratteristiche materiali e immateriali del suo habitat; il periodo di raccolta; i riti che “risvegliano” (despiertan) lo spirito della pianta e ne propiziano il favore. I vecchi preferivano raccogliere il sanpedro durante il plenilunio, e/o nei giorni di martedì e venerdì, da dopo il tramonto alla mezzanotte. Oggi, alcuni colgono la pianta selvatica, altri preferiscono coltivarla perché il suo spirito apprenda a trattare con gli uomini. I terreni asciutti sono considerati i migliori; quelli troppo umidi, come pure l’esposizione al fuoco indeboliscono il potere del sanpedro. Quello che cresce in prossimità di antiche rovine, necropoli di antenati pagani (gentiles) è il più potente ma anche il più difficile da gestire. Un tempo, si attribuiva molta importanza al numero delle scanalature (vientos): alcuni reputavano che il sanpedro di sette vientos fosse il più forte; altri che il potere dipendesse dal numero di vientos. Il rarissimo cactus di quattro vientos era ed è ancora considerato il più forte in assoluto, forse a causa del numero sacro alla Madre Terra. La raccolta del sanpedro esige la purità rituale della persona e degli strumenti: l’astinenza dal sesso (dieta); l’assenza di flusso mestruale; la “verginità” del coltello il quale non deve aver toccato sangue, carne o grasso animale, cipolla, aglio, pepe di Cayenna, sale. Prima di tagliare la pianta, si presentano al suo spirito offerte di farina di mais bianco; zucchero bianco; miele d’api: succo di lima; colonie, o semi fragranti importati dalla selva amazzonica. Al momento del taglio, ci si rivolge al suo spirito perché con ceda visioni veridiche; permetta di rintracciare (rastrear) l’origine di malattie o disgrazie; di prevedere il futuro e perché difenda il maestro dagli attacchi dei suoi avversari. Se si usa sanpedro coltivato, il luogo non deve essere esposto alla vista del fuoco né utilizzato per attività profane e resta precluso agli estranei.
  • Riti che accompagnano la preparazione. Tagliato a fette, il sanpedro viene fatto bollire a lungo in acqua. La raccolta e la preparazione debbono essere effettuate dalla stessa persona. Come per la raccolta, è richiesta la purezza della persona, del coltello e del recipiente. Durante la preparazione del decotto, si usa porre in croce sulla bocca del recipiente due aste di legno di chonta [7], o si traccia il segno della croce per evitare possibili influenze malefiche (malos vientos). L’acqua non deve versarsi sul fuoco, pena la neutralizzazione (arranque) del potere della pianta [8].
  • Riti che accompagnano la distribuzione. Il sanpedro deve essere distribuito dalla persona che lo ha preparato. Dopo aver chiesto permesso a Dio, il maestro si rivolge allo spirito della pianta-maestro perché si ridesti, lo illumini nelle operazioni che compirà e lo difenda dai suoi nemici. Nella formula (citación) d’apertura, invoca anche i propri spiriti ausiliari (geni tutelari di monti, laghi, luoghi di potere). La distribuzione avviene in senso solare, con una sola tazza che il maestro riempie ogni volta attingendo dalla pentola posta al centro dei partecipanti disposti a semicerchio, forse in relazione al simbolismo lunare [9]. Tracciando un grafico del metodo di distribuzione, si ottiene un profilo stellare. Si distribuiscono, in genere, tre tazze del decotto.
  • La achuma nelle fonti spagnole. Anello Oliva (1631) riferisce l’uso della «achuma» da parte dei capi nativi, accompagnato «da grandi cerimonie e canti», per scoprire le intenzioni altrui mediante visioni «che il demonio presenta loro» (Oliva, 1895). Una Littera Annua del 1635-36, inviata dal Collegio del Cuzco della Compagnia di Gesù, menziona «una bevanda chiamata “achuma” che priva del senno, la quale ingerivano per vedere il demonio e altre visioni» (Polia, 1999 [10]). La Annua del biennio successivo, inviata dal Collegio di Potosí, documenta un rito indigeno in cui la achuma, nella quale risiede il dio del fulmine, è usata in sostituzione dell’ostia eucaristica per ottenere visioni (Polia, 1999 [11]). Bernabé Cobo (1653) menziona l’uso della “achuma” nella divinazione: «Il succo, ingerito, fa perdere il giudizio. Trasportati da questa bevanda, gli indiani sognano un mucchio di cose assurde credendole vere» (Cobo, 1964).
  • Archeologia della achuma. La più antica evidenza dell’uso dell’achuma proviene dal sito archeologico di Las Aldas (2000-1500 a. C.). Nella piazzola circolare del Tempio Antico di Chavín de Huántar (ca. 1200 a. C.) su una lastra di pietra compare la figura di un essere mitico con fattezze di felino, uomo e uccello, cinto di serpenti e anguicrinito, recante un cactus colonnare con quattro costolature in cui si è concordi nel riconoscere la achuma (Figura 5).

Figura 5. Lastra di pietra recante la figura di un essere mitico ritrovato nella piazzola circolare del Tempio Antico di Chavín de Huántar (ca. 1200 a. C.)

Tra le testimonianze archeologiche abbiamo scelto le seguenti (le prime tre -Figure 6,7,8- databili alla prima metà del I millennio a. C.).

 

Figura 6. Bottiglia di stile chavín: uccello rapace felinizzato in associazione a cactus colonnari con quattro costolature

Figura 7. Ceramica scultorica di stile Chavín: due cactus colonnari con sei costolature e un serpente che poggia la testa su un germoglio

Figura 8. Ceramica scultorica nazca: uccello poggiato su un cactus colonnare con spine stilizzate come stelle

Figura 9. Ceramica lambayeque: donna che mastica un cactus colonnare con quattro costolature

 

Uso non tradizionale e abuso del sanpedro

Negli ultimi cinque anni, dal 2010 ad al 2015, sono state intercettate dall’Early Warning System più di 560 nuove sostanze psicoattive tra cui anche piante ed estratti (EMCDDA, 2016).

Oltre alla comparsa di vere e proprie nuove molecole, si assiste al cosiddetto “drug design”, ossia la sostituzione di uno o più gruppi funzionali su strutture chimiche di molecole già presenti in commercio da tempo. Il risultato è che queste ultime, spesso non rientrano nella Tabella I del D.P.R. 309/90 sebbene gli ultimi aggiornamenti ministeriali abbiano incluso anche i “congeneri e derivati” delle sostanze già incluse. Inoltre, la reperibilità di tali sostanze avviene frequentemente tramite il mondo del web (attraverso l’e-commerce) o attraverso l’acquisto diretto da piccoli spacciatori che effettuano una preparazione “domestica” e artigianale, con tutti i rischi che ne derivano per la salute dei consumatori, sia per l’incertezza del dosaggio sia per la possibile presenza di residui di sintesi potenzialmente tossici (Smart Drugs, 2011).

All’interno di questo panorama così vario e complesso si inseriscono le “Smart Drugs” di origine vegetale, attualmente note come “Nuove Sostanze Psicoattive” (NPS); tra cui il sanpedro.

La bevanda a base di mescalina, ottenuta principalmente da una lenta cottura in acqua della parte esterna del cactus, da qualche decennio ha varcato i confini storico-culturali nella quale era inserita, approdando anche nei mercati europei e in quello nazionale. Oggigiorno infatti, il sanpedro, eradicato dal proprio contesto mistico-religioso, grazie al suo contenuto me scalinico e alla facile reperibilità via internet, trova ampio spazio come sostanza d’abuso a scopi puramente ricreativi (Smart Drugs, 2011).

A tal proposito, in internet vi sono non solo numerosi siti dov’è possibile acquistare il sanpedro, ma anche forum in cui “gli users” (persone che provano una o più sostanze psicoattive) raccontano la loro esperienza, le modalità di preparazione e assunzione e consigliano, a chi ne fa uso, i modi migliori per assumerlo al fine di diminuire gli effetti collaterali iniziali (quali la nausea per il sapore molto amaro; vedi Tabella 1).

Tabella 1: Alcuni esempi di esperienze dopo assunzione di San Pedro, riportate nel web dagli “user”

Nonostante in letteratura non siano riportati casi di intossicazione da Trichocereus pachanoi/peruvianus, non si esclude la possibile tossicità correlata ad un loro utilizzo ricreativo, ampiamente documentato sia nel web che in letteratura [12]. Infatti, visto che il contenuto in mescalina nel sanpedro, in media, è simile a quello presente in Lophophora williamsii (Peyote; Halpern, 2004; Ogunbodede et al., 2010) di cui sono noti numerosi casi di intossicazione (caratterizzata soprattutto da: allucinazioni, paranoia, psicosi, tachicardia e ipertensione; (Carstairs and Cantrell, 2010); possiamo ipotizzare che l’attuale assenza di casi di intossicazione scientificamente documentati, relativi al sanpedro, sia imputabile al fatto che il suo utilizzo ricreativo non sia ancora così diffuso come il Peyote.

 

Aspetti farmaco-tossicologici del sanpedro

Il sanpedro (Trichocereus pachanoi) è caratterizzato principalmente dalla presenza di mescalina (3,4,5,-trimetossibenzenetamina) o TMPE (trimetoxipheniletilamina), sebbene in questa cactacea siano stati rilevati, anche se in minor misura, altri alcaloidi tra cui: la tiramina, metiltiramina, metossitiramina, 3-metossitiramina (4-(2-aminoetil)-3-metossifenolo), ordenina, analonina, tricocerene, lophophine (0,23%), 3,4-methylenedioxyphenethylamine (MDPEA) e lobivina (N,N-dimetil-3,4-metilendioxyfenetilamina) (Figura 10; Bruhn and Bruhn, 1973; Pardanani et al., 1977; Bruhn et al., 2008).

Figura 10: Strutture chimiche degli alcaloidi presenti nel Sanpedro (Bruhn and Bruhn, 1973)

La mescalina (Figura 11), fenilalchilamina scoperta alla fine del XIX secolo nel “peyote” (Lophophora williamsii), è stato il primo principio attivo allucinogeno purificato e studiato farmacologicamente, che ha permesso di conoscere scientificamente l’origine degli stati modificati di coscienza (Feldeman, 2006).

Figura 11: Struttura molecolare della mescalina, principio attivo caratteristico del sanpedro

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