Baby squillo: vittime innocenti?

 In FocusMinori, N. 2 – giugno 2014, Anno 5

È importante avere una visione della vittima attiva, che si autodetermina, anche se soggetto in età evolutiva, portatrice di risorse relazionali, pur senza negare la sofferenza, il turbamento, il disagio vissuto in quanto oggetto di atti delittuosi (Scali, Volpini, 1999; 2000). Ciò ancora di più quando ad essere vittima di un reato è un adolescente, poiché va considerato che si tratta di una fase del ciclo vitale in cui ridefinire in positivo le esperienze consente di superare etichettamenti che circolarmente influenzano sul processo di costruzione della propria identità.

Due sono gli obiettivi principali del trattamento con queste tipologie di “vittime partecipi”: uno è quello di favorire una maggiore consapevolezza e parti di sé che hanno avuto un ruolo nella dinamica di reato, attraverso ed in funzione di un’acquisizione di maggiore responsabilità psicologica rispetto a sé e al proprio benessere. L’altro è quello, come detto, della prevenzione del rischio di ulteriori episodi di vittimizzazione in futuro.

Pertanto tali vittime vanno sostenute nel faticoso e doloroso processo di analisi di quali parti di sé hanno avuto un ruolo prevalente, nonché nell’attribuzione degli effetti secondari del reato subito. L’attenzione è anche su quelle modalità comunicative e relazionali agite nell’azione reato “omologhe” a quelle apprese in altri contesti significativi. Inoltre, un ulteriore obiettivo è quello di ridefinire i significati che la vittima attribuisce al reato subito e le sue rappresentazioni sia dei clienti che degli sfruttatori. Le conseguenze di tali situazioni in cui da una parte si è vittime ma dall’altra si partecipa al reati possono produrre reazioni emotive rilevanti che a loro volta condizionano il proprio abituale stile di vita.

Lavorando su questi aspetti si vuole promuovere nella vittima un processo di promozione della “resilienza” , attraverso cui si senta più in grado di difendersi, di proteggersi, ecc; in questo modo è possibile incrementare la propria autoefficacia percepita (Bandura, 1996), ossia la capacità di sentirsi in grado di riuscire ad agire attivamente nella dinamica di reato in termini di maggiore possibilità di anticipazione mentale degli effetti delle proprie interazioni e quindi di modulazione dei propri comportamenti.

In questo senso sollecitare nella vittima l’assunzione di responsabilità rispetto a se stessa non significa colpevolizzarla, al contrario l’intento è quello di evitare il rischio di stabilizzazione, cioè che essa possa percepirsi come vittima passiva, impotente e incapace. Considerare la vittima di questa tipologia di situazioni solo come elemento passivo ed “innocente” implica il rischio di veder semplificata la complessa dimensione motivazionale psicologico-individuale ma anche familiare e sociale della sua “partecipazione” agli abusi subiti.

Più specificatamente le dimensioni cognitive che vanno sollecitate con adolescenti coinvolte in queste situazioni, sono quelle che sostanziano la cosiddetta “proattività della mente” (Bandura, 1986), ovvero nel potenziamento di competenze quali:

  • la capacità di simbolizzare: ovvero la capacità di trasformare le esperienze in simboli in modo che si formino i modelli interni che, applicati alle situazioni successive, permettono di dare significato e continuità al rapporto tra l’individuo e le sue esperienze;
  • la capacità di anticipazione: ovvero la capacità di anticipare mentalmente gli eventi e le loro conseguenze per muoversi nella realtà;
  • la capacità di apprendimento per imitazione: osservando le azioni altrui si possono aumentare le proprie competenze e quindi si amplia il ventaglio di comportamenti possibili;
  • la capacità di autoriflessione: la capacità di osservarsi costantemente e analizzarsi come persona ma anche le proprie esperienze e i propri processi di pensiero;
  • la capacità di autoregolazione: la capacità di orientare il proprio comportamento in funzione di obiettivi e standard personali e delle circostanze ambientali (De Leo, Scali, 2002).

Sempre a livello cognitivo, andrebbero promossi interventi di potenziamento di un buon livello di autoefficacia percepita e di motivazioni normative personali e relazionali per ristrutturare gli eventuali meccanismi di disimpegno morale (Bandura, 1986).

Inoltre è importante sollecitare nelle minorenni atteggiamenti riflessivi ovvero ripercorrere il senso dei propri comportamenti, stimolandole alla strutturazione di un pensiero anticipatorio rispetto alle conseguenze delle diverse scelte comportamentali possibili. Ma ancora, sviluppare l’orientamento a ipotizzare: la scelta operata in passato è una delle possibili alternative, la giovane si può allenare ad ipotizzare quali altre alternative sarebbero state possibili e non sono state considerate, e quali ancora sono possibili, concretamente realizzabili.

Un’altra dimensione da potenziare è quella di promuovere sistemi autoregolativi, laddove «Per mediazione autoregolativa intendiamo il modo in cui le condizioni (psicologiche, sociali, ambientali, familiari) di vita della persona vengono percepite e utilizzate dalla persona stessa e dai suoi principali contesti di apprendimento e di interazione; gli strumenti che persone e contesti hanno a disposizione per affrontare e direzionare, in senso attivo, quelle condizioni» (De Leo, Patrizi, 2002, p. 88).

I meccanismi autoregolativi a livello individuale da analizzare, sollecitare e potenziare sono:

  • le ragioni e le regole che la vittima si dà e segue quando agisce in senso deviante, i significati che attribuisce al suo agire;
  • le intenzioni e le mete che orientano, dirigono, accompagnano i suoi comportamenti devianti;
  • le convinzioni sociali cognitive della vittima che rivestono particolare importanza per la spiegazione dei propri comportamenti, quali le convinzioni di autoefficacia e le strategie di disimpegno morale;
  • le competenze cognitive, relazionali, emotive, comunicative, sociali della vittima al fine di proteggersi nell’affrontare le condizioni di vita e i rischi di essere coinvolta in futuro in situazioni simili.

Da un punto di vista strumentale possono essere utili i resoconti e le narrazioni come mappe sia della storia delle ragazze sia dei reati subiti. È, infatti, attraverso l’analisi di tali resoconti che è possibile rintracciare i significati dei loro sistemi di relazione, i significati di azione, di attribuzione di responsabilità, il sistema di regole introiettato e agito, ecc. (Harré, Secord, 1972)

In particolare può essere utile considerare i seguenti aspetti:

  • la storia della persona, il suo sviluppo psicologico, le sue relazioni, i suoi contesti di vita, le sue esperienze, il suo stile prevalente di comportamento. In particolare vanno evidenziati tutti gli aspetti che possono configurarsi come condizioni di rischio e quelli che rappresentano possibili fattori protettivi. L’obiettivo è di rintracciare le tipicità di quella storia per comprendere i significati che la caratterizzano;
  • gli incidenti critici della vita, quelli che hanno segnato i momenti di difficoltà, in cui l’individuo ha percepito di non avere risorse sufficienti per affrontare le situazioni incontrate. L’obiettivo e di comprendere la percezione che la persona ha strutturato delle situazioni difficili per sé, rapportate alle risorse che riconosce di avere;
  • l’incontro con la devianza a sfondo sessuale e come questa abbia potuto rappresentare per la persona una possibile soluzione. L’obiettivo è di comprendere a quali esigenze, prevalentemente, assolve la scelta di parteciparvi, e quali sono i picchi del rischio;
  • come la possibilità della devianza agita/subita viene mantenuta attiva. L’obiettivo è di definire il posto che essa occupa nella vita della persona e in che modo la persona stessa di disimpegna dalle aspettative sociali e dalle regole di comportamento;
  • che cosa ha comunicato la persona attraverso il partecipare a quelle azioni reato;
  • come, nel tempo, si è strutturato il permanere in quelle situazioni.

 

Bibliografia

Bandura A. (1986), Social Foundations of Thought and Action: A Social Cognitive Theory, Prentice Hall, Englewood Cliffs (NJ).

Bandura A. (2000), Sviluppo sociale e cognitivo secondo una prospettiva “agentica”, in Caprara G. V., Fonzi A. (a cura di), L’età sospesa, Giunti, Firenze.

Caprara G. V., Fonzi A. (2000) (a cura di), L’età sospesa, Giunti, Firenze.

De Leo G., (1996), Psicologia della responsabilità, La Terza, Roma-Bari.

De Leo G. Patrizi, P. (2002), Psicologia della devianza, Carocci, Roma.

De Leo G., Scali M., (2002) La prevenzione della violenza negli adolescenti, in Fuligni C., Romito P. (a cura di), Il counseling per adolescenti. Prevenzione, intervento e valutazione, McGraw-Hill, Milano.

Gulotta G. (2002), La vittimizzazione e le investigazioni, in Picozzi M., Zappalà A. (a cura di), Criminal Profiling, McGraw-Hill, Milano.

Harré R., Secord P. (1972), La spiegazione del comportamento sociale, Tr.it, Il Mulino, Bologna 1977.

Scali M., Volpini L. (1999), Laresponsabilità come risorsa nell’intervento clinico con la vittima di reato, in Gulotta G., Zettin M. (a cura di), Psicologia giuridica e responsabilità.

Scali M., Volpini L. (2000), Ipotesi di intervento clinico con le vittime di reato, in Terapia Familiare, n.64.

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