Disagio giovanile e contesto familiare: un confronto tra famiglie italiane e famiglie immigrate

 In FocusMinori, N. 4 - dicembre 2016, Anno 7
Con percentuali inferiori, nelle famiglie italiane per il 26% ed in quelle immigrate per il 14%, vi è invece una “focalizzazione attentiva sul bambino con energia passiva”. In questa posizione il genitore preferisce che sia il bambino a richiamare la sua attenzione, ma è in grado di rispondere alle sue iniziative e di focalizzarsi sulle attività del bambino. È una modalità di interazione adeguata a sviluppare un’attenzione congiunta e ad incoraggiare capacità di iniziativa e autonomia nel bambino, ma il genitore rischia di non riuscire a contribuire in maniera adeguata poiché aspetta che sia il bambino ad essere attore principale della relazione. Il bambino potrebbe vivere sentimenti di rifiuto o di distanza di fronte ad un genitore che tende a concentrarsi sui propri interessi e quindi non attento alla relazione. Tuttavia questa situazione può essere superata tramite l’acquisizione di strategie e competenze per richiamare l’attenzione dell’altro.

Altresì, non trascurabili sono le percentuali di famiglie italiane (24%) e di famiglie immigrate (23%) che scelgono una “focalizzazione sul sé attiva”, in cui il genitore partecipa e risponde alla relazione solo se necessario, ponendo attenzione ad attività non connesse all’interazione con il bambino. In questo caso fallisce la possibilità di sviluppo di un’attenzione condivisa, il bambino non riesce ad identificarsi con modalità e strategie di attenzione e concentrazione adeguate, vivendo sentimenti di rifiuto o di distanza più difficili da superare, in quanto meno probabile che si riescano ad acquisire competenze per richiamare l’attenzione dell’altro, dal momento che il genitore è concentrato su di sé.

Infine, una sostanziale differenza si nota nella “focalizzazione sul sé passiva”, in cui la percentuale delle famiglie immigrate (19%) è più del doppio di quelle italiane (8%). Nel successivo grafico (Fig. 2A) si confronta la focalizzazione attentiva in base alla nazionalità delle famiglie. Si può notare come prevalentemente si collochino sulla “focalizzazione sul sé passiva” soprattutto le famiglie rumene. In tal senso, per tali famiglie lo stile educativo vede il disinvestimento genitoriale rispetto all’interazione con il figlio, senza raggiungere i livelli di un vero e proprio disinteresse: il genitore è in grado di rispondere se necessario, ma per lo più rimane occupato dai propri pensieri e sulle proprie attività. Al bambino è lasciata l’iniziativa di interazione con il genitore.

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                     Fig. 2A – Confronto sulla focalizzazione attentiva in base alla nazionalità

Per quanto riguarda la dimensione della “modalità esperienziale”, emergono sostanziali differenze tra i due subcampioni (Fig. 3). Nelle famiglie italiane prevale una “modalità esperienziale emotiva attiva” (42%): questa posizione permette al genitore di essere percepito come coinvolto e sensibile in relazione ai tentativi del bambino di riuscire ad acquisire una comprensione condivisa di ciò che accade, sentendosi sostenuto nelle sue capacità intellettuali e di comunicazione. Questo permette al bambino di riuscire a sviluppare un’immagine di sé positiva, come una persona che possiede delle emozioni adeguate e che possono essere espresse durante una relazione. Il rischio in questa modalità di interazione è che il genitore possa diventare emotivamente esigente, apparendo eccessivamente costrittivo affinché il bambino percepisca ed interpreti la realtà nel suo stesso modo, trascurando le aspettative ed i punti di vista propri. Questo causerebbe nel bambino la perdita di fiducia nelle proprie capacità e nella possibilità di creare una visione della realtà condivisa, generando la paura che opinioni diverse possano causare una condizione di rifiuto.

Viceversa, nelle famiglie immigrate vi è un’elevata prevalenza di risposte relative alla “modalità esperienziale razionale attiva” (36%). In questo tipo di relazione il genitore preferisce rispondere ai bisogni del bambino non in modo emotivo bensì in modo razionale, quindi preferendo sviluppare una comprensione condivisa basata sul ragionamento, riflettendo sulle motivazioni delle proprie azioni. Questo permette al bambino di ragionare e riflettere sulle proprie esperienze. Il genitore che adotta un’eccessiva modalità esperienziale di tipo razionale può però correre il rischio di essere guidato da principi troppo rigidi, con un eccessivo controllo sui figli e sulle loro modalità di comprensione della realtà, cercando di adeguare il bambino a principi e comportamenti prestabiliti, lasciando poco spazio alla sua autonomia e trascurando la dimensione emotiva ed affettiva.

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                 Fig. 3 – Modalità esperienziale: confronto tra famiglie italiane e famiglie immigrate

 La differenza emersa nei due subcampioni potrebbe essere legata alla difficoltà che vivono le famiglie immigrate nella percepita discrepanza tra i propri valori e tradizioni ed i valori della società ospitante. Nel timore che i propri figli possano allontanarsi dai valori e dalla cultura familiare d’origine, i genitori tendono ad assumere comportamenti più rigidi, cercando di sviluppare una relazione basata su aspetti razionali, legata a principi e valori ben precisi.

Analizzando le differenze nella modalità esperienziale in base alla nazionalità delle famiglie (Fig. 3A), si nota come tale modalità sia in particolare rappresentativa delle famiglie albanesi (47%) , seguite dalle famiglie rumene per le quali tuttavia non emergono prevalenze legate all’energia poiché si distribuiscono in modo pressoché omogeneo tra la polarità attiva (29%) e quella passiva (25%).

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Fig. 3A – Confronto sulla modalità esperienziale in base alla nazionalità

 Infine, per quanto riguarda la dimensione della “regolazione del comportamento” (Fig. 4), mentre per le famiglie italiane prevale una “regolazione del comportamento basata sul contesto con energia attiva” (41%), per le famiglie immigrate vi è una prevalenza della “regolazione del comportamento basata sulle regole attiva” (44%).

Si noti come per entrambi i subcampioni, anche se in modalità diverse, lo stile genitoriale tenda comunque ad essere attivo e partecipe nell’interazione con il figlio. In entrambi i casi, per le due modalità, minori sono le percentuali relative a comportamenti di natura passiva.

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Fig. 4 – Regolazione del comportamento: confronto tra famiglie italiane e famiglie immigrate

 Nella “regolazione del comportamento basata sul contesto con energia attiva”, che in particolare caratterizza la famiglia italiana, il genitore mostra attenzione alla specifica situazione, iniziando e partecipando attivamente allo sviluppo di un’interazione regolatoria comune e ad una modalità comune rispetto al comportamento da adottare in quella situazione specifica ed ai principi morali che regolano il comportamento stesso. Tramite uno stile genitoriale flessibile e le sue capacità nell’affrontare le situazioni, il bambino riuscirà ad avere a disposizione comportamenti pratici da apprendere ed interiorizzare per regolare il proprio comportamento in un determinato contesto. In questo modo potrà acquisire fiducia in sé e sviluppare adeguate competenze sociali. In questa modalità di regolazione il genitore deve essere in grado di riuscire a far comprendere al bambino la motivazione e la scelta di un determinato comportamento in quella specifica situazione. Infatti l’eccessiva regolazione del comportamento legata al contesto potrebbe causare nel bambino confusione e disorientamento nell’adottare il giusto e più adeguato comportamento. Diventa quindi importante per il genitore capire le situazioni che richiedono delle regole, altrimenti si rischia di giungere all’estremo opposto e quindi ad una regolazione del comportamento legata al contesto passiva in cui il bambino non riuscirà mai ad acquisire norme e valori adeguati alle varie situazioni, con conseguenze negative sullo sviluppo delle competenze sociali.

Viceversa per le famiglie immigrate, in cui come detto prevale la regolazione del comportamento basata sulle regole con energia attiva, il genitore tende a prestare attenzione in particolar modo alle regole e non alla specifica situazione. Essendo attivo e partecipe nella regolazione del comportamento durante l’interazione con il bambino, quest’ultimo riesce a percepire un genitore coinvolto nello sviluppo di un’interazione regolatoria congiunta. Il bambino comprende chiaramente perché un determinato comportamento è considerato accettabile o non in una situazione. Il genitore preferisce essere una persona che comunica in modo chiaro il comportamento da seguire in un determinato contesto, permettendo al bambino di apprendere e interiorizzare norme e valori rilevanti per il genitore. In questo modo il bambino riesce a sviluppare un’immagine di sé positiva e l’immagine di sé come una persona con buone competenze sociali e capace di fronteggiare le situazioni mettendo in atto strategie comportamentali adeguate. Un utilizzo di regole in modo eccessivo può comunque essere rischioso, in quanto il genitore può essere percepito dal bambino come eccessivamente rigido, quindi distante dai suoi bisogni e dalle sue richieste, causando sentimenti di rifiuto.

Anche in questa dimensione i genitori immigrati sembrano preferire una modalità di interazione e di comportamenti meno flessibili, più razionali, legati a regole. Il contesto viene percepito probabilmente come un pericolo, che potrebbe influenzare i propri figli facendo loro apprendere nuove regole e comportamenti probabilmente diversi dalla cultura familiare, allontanandoli da quest’ultima.

Nuovamente, esaminando la regolazione del comportamento in base alla nazionalità delle famiglie (Fig. 4A), emerge come la modalità di regolazione del comportamento basata sulle regole con energia attiva sia in particolare rappresentativa delle famiglie albanesi (52%).

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Fig. 4A – Confronto sulla modalità esperienziale in base alla nazionalità

Conclusioni

Il presente contributo di ricerca ha voluto adottare una prospettiva pedagogica, ponendo l’attenzione sul contesto familiare e sulle dinamiche di parenting quale valida possibilità preventiva del disagio giovanile. Il sistema familiare dell’odierna società si configura in continuo cambiamento, in cui variabili esterne ed interne influenzano le fasi ed i compiti di sviluppo. Le pressioni poste dal contesto sociale ricadono sulla famiglia che rischia di chiudersi in se stessa, e l’irrigidimento del sistema familiare può ostacolare la spinta al cambiamento, necessaria per superare le fasi di sviluppo. Ciò è reso ancor più complesso per le famiglie immigrate, in cui sono presenti specifiche problematiche etnico-psicologiche legate all’esperienza migratoria.

I risultati della ricerca hanno in primo luogo mostrato come sia le famiglie italiane che quelle immigrate interagiscono in modo attivo e partecipe con i propri figli in tutte le dimensioni che caratterizzano lo stile di parenting. Ciò consente di dire che, al di là dell’esperienza migratoria, la famiglia e le sue dinamiche relazionali sempre rappresentano un fattore protettivo d’eccellenza del malessere giovanile.

Tra le famiglie immigrate, più le famiglie albanesi e la famiglia peruviana sembrano essere maggiormente attive rispetto alle famiglie rumene.

Nelle famiglie italiane emerge tuttavia uno stile più flessibile ed emotivo di quello adottato dalle famiglie immigrate, caratterizzate da uno stile di parenting più rigido e razionale.

L’analisi dei risultati fa emergere come le famiglie immigrate tendano ad assumere uno stile di parenting più rigido, caratteristico della “modalità esperienziale razionale attiva” delineata dallo strumento, nella quale i rapporti di relazione genitore/figlio esprimono le difficoltà di crescere ed educare la prole in un contesto socioculturale ben diverso dal proprio paese di origine.

Altresì occorre notare come nella dimensione della modalità esperienziale ed in quella della regolazione del comp ortamento non esiste una modalità di interazione in assoluto “ideale”. Per entrambe, le quattro polarizzazioni che le descrivono possono rappresentare buone modalità di interazione. Esse, se usate adeguatamente ed in modo flessibile, possono essere valido sostegno per lo sviluppo di competenze sociali e di un’immagine di sé positiva per il bambino. Come si è descritto, i danni sono eventualmente causati da un posizionamento rigido ed estremo da parte genitore. Nella modalità esperienziale il genitore può diventare emotivamente esigente o eccessivamente rigido trascurando l’affettività del bambino. Nella regolazione del comportamento la mancanza totale di regole può disorientare il bambino con modalità di interazioni e scelte di comportamenti poco chiari e definiti, mentre l’eccessivo uso di regole può ovviamente ostacolare le capacità di iniziativa e di autonomia del bambino.

 

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[1] Teorizzazione di John Bowlby (1969; 1973), sui “Modelli Operativi Interni” (MOI – Internal Working Models).

 

    

     

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