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Identikit del reclutatore

 In Sotto il Segno del Culto, N. 1 - marzo 2013, Anno 4

Una dinamica d’interazione

La forma di controllo mentale praticata dai culti distruttivi è un processo a carattere sociale. I metodi usati vanno dai procedimenti ipnotici alle dinamiche di gruppo, che spesso, coinvolgono molte persone a loro volta pronte a replicare il processo.

Ogni individuo, di solito, tende alla coerenza con se stesso. Le sue opinioni e i suoi atteggiamenti mirano ad armonizzarsi con la conoscenza, o credenza che egli ha di se stesso o del mondo che lo circonda. In presenza di un’incoerenza tra ciò che egli crede e ciò che fa, l’individuo prova un forte disagio psicologico, che lo spingerà a ridurre questa incoerenza per ottenere di nuovo un comportamento coerente con se stesso. Egli, in seguito, non solo tenderà a ridurre il suo comportamento incoerente, ma eviterà situazioni e conoscenze che aumenterebbero probabilmente il suo sentirsi incoerente.

Prendiamo l’esempio del fumatore che sa che il fumo fa male. Questa sua consapevolezza è certamente dissonante con la cognizione del fatto che continua a fumare. Egli allora per ridurre questa sua dissonanza può agire in due modi: semplicemente cambiando la cognizione sul proprio comportamento, agendo cioè in modo diverso; ossia potrebbe smettere di fumare. In tal caso, la sua cognizione di ciò che fa sarà consonante con la consapevolezza che fumare fa male. Oppure potrebbe cambiare la sua consapevolezza sugli effetti del fumo. Egli potrebbe semplicemente finire per convincersi che il fumo non ha alcun effetto deleterio, almeno non più di quanti non possano averne l’inquinamento, il cibo transgenico ecc… (Festinger L., 1997).

L’individuo orientando il cambiamento della sua consapevolezza avrà ridotto o perfino eliminato la dissonanza tra ciò che fa e ciò che sa. È proprio facendo leva su questa esigenza di coerenza che i culti distruttivi, manipolando le informazioni, mirano e riescono a indurre acquiescenza nelle persone.

«La mente umana ha bisogno di schemi di riferimento per strutturare la realtà. Cambiate lo schema di riferimento e l’informazione in arrivo verrà interpretata in un altro modo (…) Il nostro sistema di credenze ci permette di interpretare le informazioni, prendere decisioni e agire secondo ciò in cui crediamo. Quando le persone vengono sottoposte a processi di controllo mentale, la maggior parte di esse non dispone di schemi di riferimento per tale esperienza e di conseguenza accetta quelli forniti dal gruppo» (Hassan S. 1999).

Infatti, secondo la teoria di Leon Festinger, studioso di psicologia sociale, la tecnica di “cambiamento” degli schemi di riferimento, consiste nel creare una dissonanza cognitiva negli interlocutori. Questa teoria trova conforto nel fatto che ogni individuo, davanti a un’esperienza di discordanza tra gli elementi conoscitivi in suo possesso, esercita una pressione tendente a ridurla, tanto maggiore quanto più forte è la discordanza. La riduzione si può ottenere aggiungendo nuovi elementi coerenti; si potrebbe però avere anche, a seconda delle circostanze, cambiando gli elementi raziocinanti o diminuendone l’importanza.

«La dissonanza cognitiva consiste nella nozione che l’organismo umano tende a stabilire un’interna armonia, coerenza e conformità tra le sue opinioni, atteggiamenti, conoscenze e valori. Esiste cioè una tendenza alla consonanza tra le cognizioni (…). Riferendoci all’ipotesi di base che la presenza della dissonanza dà luogo a pressioni tendenti a ridurla, possiamo ora esaminare i modi in cui la dissonanza che segue alla acquiescenza forzata può venire ridotta. Trascurando il cambiamento d’importanza delle credenze e dei comportamenti coinvolti, esistono due modi con i quali la dissonanza può venire ridotta, cioè diminuendo il numero delle relazioni dissonanti, o aumentando il numero di quelle consonanti (…). Quando l’importanza della punizione minacciata o della ricompensa promessa è stata sufficiente a provocare il comportamento esteriore acquiescente, si dà dissonanza soltanto fino a che la persona implicata continua a mantenere le opinioni o le convinzioni che aveva all’inizio; se in seguito all’acquiescenza forzata riesce a cambiare anche le sue opinioni personali, la dissonanza può sparire completamente (…), se si vuole ottenere un mutamento personale di opinione al di là della mera acquiescenza pubblica, il modo migliore per ottenerla consisterebbe nell’offrire una punizione o una ricompensa appena sufficiente per provocare il comportamento esteriore. Se la ricompensa o le minacce fossero troppo grandi, si creerebbe una dissonanza minima e non dovremmo attenderci che ad essa segua un mutamento personale» (Festinger L., 1997).

 

La formazione del reclutatore

Nel corso degli anni, psicologi di tutto il mondo hanno preso in esame la possibilità di influenzare e controllare le dinamiche individuali e di gruppo: l’intento era di aiutare le persone ad abbandonare strutture mentali deboli e abitudini debilitanti e mostrare loro come, di fatto, potevano cambiare.

Le leadership di culti distruttivi d’ogni genere conoscono bene le potenzialità e le aree operative cui applicare le tecniche in questione. Per questo motivo, il “controllo mentale” operato da questi culti, nel tempo, è diventato sempre più scientifico, potendosi avvalere dei molteplici studi condotti sul potenziale umano.

La trasformazione dell’adepto in efficace reclutatore, al quale si devono l’ampia diffusione e i remunerativi risultati del culto, è così generalmente divenuta un imperativo.

Se un reclutatore diverrà capace di entrare in sintonia con gli stati d’animo altrui, o riuscirà facilmente a trascinare gli altri nella scia dei propri, allora saprà anche impossessarsi del registro emozionale di un’interazione, e in un certo senso, possederà il dominio dell’altro a livello intimo e profondo, riuscendo probabilmente ad orientarne lo stato emozionale.

La tecnica non consiste nell’offrire qualcosa di nuovo, ma nel manipolare nella mente del destinatario le informazioni che già esistono. Per esempio, ogni individuo aspira a vivere in pace e felice, ma ogni giorno è costretto ad affrontare i reali problemi che la vita impone: per di più, ogni giorno mezzi d’informazione di massa lo costringono a prendere coscienza della precarietà della sua esistenza. Al reclutatore non resta che far leva su questi intimi desideri di felicità, promettendo che saranno adempiuti in un prossimo futuro: a patto però che i neofiti si impegnino a soddisfare i requisiti richiesti.

Diviene perciò necessario stabilire con la persona un legame di tipo empatico, volto a valutare l’emotività del soggetto per entrare nella problematica che sta vivendo, mostrandosi poi in sintonia con lui allo scopo di metterlo a suo agio e di predisporlo alla ricezione del messaggio. L’adepto è quindi addestrato a stabilire una “base comune” di ragionamento con la persona, così che le sue argomentazioni siano esposte in modo da far leva sull’ascoltatore, dopodiché potrà offrire la propria soluzione al problema.

Ricercatori Watzlawick, Beavin e Jackson (1971) del Mental Research Institute di Palo Alto, California spiegano:

«Nella maggior parte dei casi, gli episodi di contagio emotivo sono molto sottili e fanno parte di un tacito scambio che si verifica in ogni interazione umana. Gli individui trasmettono e captano gli stati d’animo in una continua interazione reciproca, in un’economia sotterranea della psiche, nella quale alcuni incontri si rivelano tossici, altri corroboranti.

Questo scambio emotivo avviene solitamente a un livello quasi impercettibile; per esempio il modo in cui un commesso ci ringrazia può lasciarci con la sensazione di essere stati ignorati, offesi o veramente accolti e apprezzati come benvenuti. I sentimenti degli altri ci contagiano proprio come si trattasse di virus sociali».

Questo avviene perché in ogni interazione, noi inviamo segnali emozionali che influenzano le persone con le quali ci troviamo: quanto più un reclutatore sarà socialmente abile, tanto meglio riuscirà a controllare e decodificare i segnali che saranno emessi.

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