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Identikit del reclutatore

 In Sotto il Segno del Culto, N. 1 - marzo 2013, Anno 4

Al di là dell’apparente spontaneità e dell’abilità con cui il reclutatore si presenta, è bene ricordare che in realtà egli è il prodotto precostituito dalla sua organizzazione: un “convinto” che il suo pellegrinare e il suo affannarsi per procurare soldi o nuovi adepti alla causa, sia un alto incarico e un privilegio.

Il suo “atteggiamento” sarà prevalentemente quello di colui che si fa portavoce di verità assolute; quelle stesse verità che lui ha accettato così come l’organizzazione o il leader le ha elencate. Difficilmente il reclutatore si aprirà ad un vero confronto con l’interlocutore che di volta in volta si troverà di fronte. A questi, non resterà che fare domande ed accontentarsi di risposte più o meno soddisfacenti, poiché ogni contrapposizione decisa sarà vissuta come atteggiamento non disponibile all’apprendimento di quelle “verità superiori”.

L’adesione è totale e totalizzante: mete e ambizioni sono quelle del gruppo, facendo del singolo una semplice, inconsapevole pedina, mossa per i fini che non sono quelli di ciascun componente bensì quelli dei vertici. L’adepto, nel tempo, perde sempre più individualità, uniformandosi ai ritmi e ai codici di vita imposti, con un procedimento che non lo vede consapevolmente partecipe.

Decidere, in un ambiente così rigidamente strutturato diventa estremamente semplice; si può anzi dire che non occorre neppure affrontare situazioni decisionali. La soluzione ai molti problemi della vita, la guida alle giuste azioni, tutto è offerto dai leader sotto forma di “suggerimenti divini”. La delega o affidamento della propria coscienza, produce di fatto una sensazione di sollievo, poiché alleggerisce dal peso della responsabilità della scelta. Termini quali “servire” e “schiavo”, assumono valenza prioritaria, per cui spesso si ha a che fare con il “privilegio di servire”, “privilegio di essere schiavo”, se non anche il “privilegio di morire”.

“L’eletto” ‑ e solo lui si ritiene tale ‑ deve distinguersi da quelli del “mondo”: perciò si rende necessario che il suo abbigliamento sia “adeguato”. La sua trasformazione inizialmente passa attraverso l’aspetto esteriore: taglio dei capelli, scelta dei vestiti, e in alcuni gruppi un nuovo nome. Queste “scelte” iniziali, sono incentivate dal gruppo attraverso “suggerimenti” o “incoraggiamenti” che il neofita recepirà come “interesse disinteressato” nei suoi confronti; ne risulterà un’immensa gratificazione. In questa prima fase, le attenzioni del gruppo saranno tutte rivolte a lui: e all’incantato adepto sembrerà di aver trovato finalmente una vera famiglia dove egli ha sicuramente un posto importante. È felice di avere concretizzato, con poco dispendio di energie, un ruolo sociale ben definito: adesso non è più un anonimo e insignificante essere in mezzo ad una folla amorfa, ma una persona speciale, che si appresta ad iniziare una nuova vita nell’unico e vero “popolo” che possieda la chiave per la felicità.

Presto la trasformazione, passando attraverso il controllo dei pensieri e delle emozioni, inizierà a radicarsi sempre più in profondità, fino a reprimere la sua vera personalità, della quale perderà memoria in un inconscio processo di rimozione. Rinnegati ormai gli amici di un tempo, nei quali non si riconosce più, abbandonati i familiari che si oppongono al nuovo credo, per l’adepto non esiste alternativa: imperante ed urgente diviene per lui la necessità di costruirsi una buona reputazione nel gruppo, cosa che gli permetterà, in alcuni culti, di accedere ‑ solo se maschi ‑ ad incarichi di responsabilità nell’ambito del gruppo. Ancora una volta, i leader sanno come sollecitare il desiderio inconscio di gratificazione ed affermazione.

La “visibilità” nel gruppo diviene meta ambita ma anche necessaria, poiché altrimenti, superata la prima fase di “bombardamento di amore”, l’adepto si troverà solo carico di doveri da assolvere e integrato, addirittura immerso in un sistema di vita pressante; e, se non riuscisse a mantenere alta la sua reputazione per lui sarebbe la fine: estraniato dal gruppo non avrebbe più alcun punto di riferimento: quell’io precostruito si troverebbe totalmente allo sbando.

L’assoluta fedeltà, spesso unita alla competizione, diviene quindi necessaria per raggiungere la valorizzazione del sé, che altrimenti rimarrebbe del tutto schiacciata da divieti imposti a detrimento dall’autostima del singolo.

 

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