Il fuoco: fra mito e religiosità

 In Sotto il Segno del Culto, N. 4 – dicembre 2015, Anno 6

Il culto del fuoco, viene fatto risalire ad un’antica concezione religiosa naturalista degli Indoeuropei (Rendich F., 2013), dove le diverse accezioni sanscrite dei derivati della radice dhã confermano il legame tra abitazione e fuoco sacro e tra luce e legge. Dhãman, in vedico, è l’ordine stabilito nella casa e nella famiglia mediante il fuoco sacro “posto” nel focolare domestico, elemento che costituiva il fondamento della sacralità dello spazio. Stretta la relazione tra luce e fuoco, tra fiamma e calore: il fuoco sacro era posto sul terreno e istituiva la legge divina, presupposto per “vedere” sia di giorno che di notte. Secondo la tradizione vedica, un fuoco, simbolo della luce divina, era infatti perennemente acceso nelle abitazioni per stabilire la condotta da seguire e le norme da osservare.

Seguendo questa tradizione, ugualmente nell’antica Roma, un fuoco perpetuo, simbolo della luce del diritto divino, era posto nel Foro all’interno del tempio di Vesta e, con esso, si accendevano tutti gli altri fuochi sacri. Le vestali, vergini sacerdotesse consacrate a Vesta, dea del focolare domestico, avevano il compito di mantenere sempre acceso il fuoco sacro nel tempio: il suo spegnimento, così come la perdita della verginità, veniva punito con la condanna a morte. Morte che, a motivo dell’inviolabilità del corpo delle vestali, non poteva essere data da mano umana, ma mediante segregazione in un luogo sotterraneo. Fuoco sacro che continuò a ardere nei templi fino al 391 d.C.; quando, a motivo dell’editto di Tessalonica (del 390 d.C.), l’imperatore Teodosio, impedì la pratica dei riti pagani e ne ordinò lo spegnimento, imponendo il cristianesimo come unica religione dell’impero. Ma tanto era diffuso il culto del fuoco e il suo profondo significato nel cuore della gente, che ancora oggi si parla di focolare domestico come simbolo della casa e della vita famigliare.

L’importanza del fuoco nei culti greci è attestata dalla tradizione: Virgilio nell’Eneide, narra di Enea che porta via da Troia il fuoco sacro. Qui, ogni città, nell’edificio principale, aveva un braciere comune, il Pritaneo, dove ardeva il fuoco sacro di Estia, che non doveva spegnersi mai. Poiché le città erano considerate un allargamento del nucleo familiare, la dea era adorata anche come protettrice di tutte le città greche. Estia, tramite il suo fuoco, custodiva il luogo dove sia la famiglia che la comunità si riuniva. La dea e il fuoco erano una cosa sola e formavano il punto di congiunzione e il sentimento della comunità, sia familiare che civile: il luogo dove si ricevevano gli ospiti, il luogo dove fare ritorno a casa, un rifugio per i supplici. Nelle famiglie, il fuoco di Estia provvedeva a riscaldare la casa e a cuocere i cibi. La novella sposa portava il fuoco, preso dal braciere della famiglia di origine, nella sua nuova casa provvedendo, in questo modo, alla sua consacrazione. I coloni che lasciavano la Grecia portavano con sé una torcia accesa al pritaneo della loro città natale, il cui fuoco sarebbe poi servito a consacrare ogni nuovo tempio ed edificio. I greci, inoltre, erano soliti distinguere la forza distruttiva del fuoco (aidelon), dalle sue potenzialità creative. La prima generalmente veniva associata al dio Ade, mentre le seconde ad Efesto. Il fuoco era anche prerogativa della dea Ecate, ella veniva chiamata in modi diversi: portatrice di fuoco (Pyrphoros), soffiatrice di fuoco (Pyripnon), tedofora (Daidoukhos), portatrice di luce (Phosphoros).

In India, il culto del fuoco è uno dei motivi dominanti nelle scritture dei Veda. Elemento sacro, energia purificatrice e trasformatrice della materia è punto di unione fra il mondo visibile e invisibile. Messaggero fra cielo e terra, esso è Aghni (fuoco), le cui fiamme salgono, assieme all’aroma delle offerte bruciate agli dei, nell’ascesi dell’oblazione: sacrificio durante il quale i controllori celesti delle potenti forze della natura, assicurano la continuità delle condizioni favorevoli al genere umano. Mediatore tra gli uomini e gli dei, da lui, il fuoco, i sacerdoti comprendono molto sulla vita dell’aldilà. Dio che si manifesta nel fuoco «che brucia sull’altare dei sacrifici», brucia anche i demoni che minacciano di distruggerli. Sacerdote degli dei e dio dei sacerdoti, Aghni è insito in ogni essere e racchiude in se la concezione di “fuoco universale”. Perennemente giovane e immortale, nasce di nuovo insieme a ogni fuscello di legna. È l’ospite onorato in ogni casa, che, con la propria luce, allontana i demoni dell’oscurità. Il fuoco della pira funeraria è poi l’altare del morto, l’ultima offerta ad Aghni.

Nella religione ebraica un candelabro a sette braccia veniva acceso, attraverso combustione di olio consacrato, all’interno del Tempio di Gerusalemme. Nella Torà il fuoco, è uno dei simboli per esprimere l’essere e l’agire di Dio. È celebre il brano in cui Dio parla a Mosè attraverso il roveto ardente (Esodo 3, 2). Noto anche il racconto in cui si parla di Dio presente sotto forma di colonna di fuoco: «Il Signore andava davanti a loro di giorno con una colonna di nube per condurli nella strada, e di notte con una colonna di fuoco per illuminarli, perché potessero andare di giorno e di notte. Né la colonna di nube di giorno né la colonna di fuoco la notte si ritirava dalla vista del popolo» (Esodo 13, 21-22). È con il fuoco che Dio purifica i suoi profeti dall’impurità, esprime la sua collera e la sua ira distruttrice. Sempre attraverso il fuoco si compiono sacrifici: si bruciano sull’altare gli animali uccisi e offerti a Dio. Di fuoco sono anche i serafini che stanno alla presenza di Dio (serafino deriva dal verbo ebraico saraf che significa bruciare).

Anche nella religione cristiana il fuoco riveste un ruolo importante. Infatti, esso assurge ad una funzione di mediazione simbolica nei contesti di rivelazione divina, sia nella prassi liturgica che cultuale (illuminazione, consumazione dei sacrifici, ecc.). È mediante il fuoco che avviene il misterioso manifestarsi di Dio: segno comunicativo di risposta divina alla richiesta dell’uomo. Lo Spirito Santo stesso è rappresentato dal fuoco. Negli Atti degli apostoli si narra che «Mentre stava per compiersi il giorno di Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue di fuoco, che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di esprimersi» (Atti 2, 1-4). Sul piano narrativo gli accadimenti biblici che riportano le distruzioni mediante il “fuoco”, vengono spesso intesi come segno del giudizio divino. Nella prospettiva escatologica tre le rappresentazioni simboliche del fuoco: segno premonitore “del giorno di Jahvè”; elemento di giudizio finale e annientamento dei nemici; strumento di punizione e sofferenza eterna dei peccatori “nel fuoco infernale”. È proprio in virtù di questa sua connaturata dualità di rappresentazione del bene e del male, che il fuoco mantiene anche in ambito cristiano-cattolico la sua sacralità, rivestendo all’interno della liturgia un importante ruolo cerimoniale. Nella veglia pasquale, ad esempio, esso simboleggia la vittoria della luce sulle tenebre, sulla morte e sul male. La cerimonia prevede che tutte le luci all’interno della chiesa devono essere spente mentre fuori, all’esterno, deve essere acceso il fuoco in un braciere. L’assemblea dei fedeli, quindi, illuminata solo dalla luce fuoco, aspetta che il sacerdote con a seguito i suoi ministri, inizi la funzione. Questa procede con il sacerdote che incide una croce sul cero pasquale per configurarlo a Lumen Christi: simbolo della luce di Cristo risorto che vince le tenebre della morte e del male. Incide poi su di esso l’alfa e l’omega, prima e ultima lettera dell’alfabeto greco, per indicare che Cristo è il principio e la fine di tutte le cose; poi le cifre dell’anno in corso per significare che Gesù è il Signore del tempo e della storia. Il cero così predisposto viene acceso, dal fuoco del braciere, dal sacerdote; dalla cui fiamma tutti i fedeli a loro volta traggono la fiammella per ceri più piccoli che essi stessi porteranno al seguito del sacerdote all’interno della buia chiesa, illuminata adesso solo dal tremolio delle piccole lingue di fuoco emanate dalle loro candele. Sarà il cero pasquale, ovvero il Lumen Christi, a restare acceso per i quaranta giorni successivi alla veglia.

Molte cose ancora restano da dire sull’argomento, ma il nostro procedere ci impedisce di approfondire oltre ma un’ultima cosa forse vale la pena sfiorare: i fuochi fatui. Fiammelle solitamente di colore blu che si manifestano a livello del terreno in particolari luoghi come i cimiteri, le paludi e gli stagni nelle brughiere, individuabili specialmente nelle calde sere d’agosto. Il fenomeno deriva dalla combustione del metano e del fosforo dovuta alla decomposizione di resti organici. Conoscenza, questa, non accessibile per le popolazioni passate, per cui le leggende sulla natura dei fuochi fatui sono moltissime. Esse trovano spazio nelle credenze religiose di molte culture a motivo dell’apparente mistero legato alla loro formazione. Nell’antichità si ritenevano la dimostrazione dell’esistenza dell’anima. Alcune popolazioni nordiche invece credevano che seguendoli si trovasse il proprio destino.

Il fuoco nella Filosofia

Oggetto di numerose considerazioni e analisi, il fuoco è presente in molteplici analogie e simboli mitologici, religiosi e, come vedremo scientifici. Chiaramente l’area filosofica non poteva ignorare il posto che il fuoco occupa in seno all’animo umano, esso infatti era comunemente associato alle qualità dell’energia, della grinta e della passione.

Realtà insieme dinamica e misteriosa, silenziosa e terribile, naturale e al tempo stesso ineffabile, presenta delle caratteristiche singolari, amate e odiate, apprezzate e invise: illumina e riscalda, vivifica e distrugge, rende visibili le forme e non ha forma in sé, è sulla terra ma si protende verso il cielo, dà speranza e incute timore, è sublime ma tremendo, può essere visto e usato, mai circoscritto e definito. Per questo, agli albori del pensiero filosofico greco il fuoco è ritenuto uno dei quattro elementi che stanno alla base dell’universo. In similitudine con il mito, il fuoco, era anche uno degli archè (origine) del cosmo, ma al tempo stesso visto anche come la fine di esso (ecpirosi).

Eraclito[4], per esempio, sosteneva che il mondo aveva avuto origine dal fuoco, da lui inteso come forza primigenia che regola la legge degli opposti contrari. Anche se molto probabilmente usava l’immagine del fuoco come metafora per indicare l’eterno divenire del Lògos.

Con Empedocle[5], il Fuoco diviene uno dei quattro elementi, che egli chiamava “radici”, insieme a Terra, Aria e Acqua. Platone[6], nel Timeo, accolse la dottrina dei quattro elementi di Empedocle. Il fuoco, nel suo dialogo cosmologico, è il Tetraedro. Questo, formato da quattro triangoli equilateri, rende il solido platonico l’elemento con il minor numero di lati. Figura geometrica che Platone considerava appropriata alla natura del fuoco, poiché il suo calore si sente forte e lancinante come fosse formato da tanti piccoli tetraedri. Aristotele[7] da una diversa spiegazione dei quattro elementi, egli li dispone in coppie complementari, a formare la sfera sublunare, concentricamente intorno al centro dell’universo. Per Aristotele, il fuoco è sia caldo che secco, e fra le sfere elementari occupa un posto intermedio fra la terra e l’aria. Ai suoi antipodi sta l’acqua.

Conclusioni

Molto ci sarebbe da dire ancora sul Fuoco. Manca all’appello, ad esempio, tutta la ritualità magica, oscura che ad esso è inesorabilmente legata, come d’altronde le passioni furenti e l’erotismo, finanche all’attrazione insopprimibile, patologica. Il fuoco è ‘raccolto’, narrato in musica, letteratura, cinema. A lui è stata dedicata, nel 1916, una primissima pellicola cinematografica. Attore principale, dalla sua ‘scintilla’ alla sua morte, egli raffigurava l’ardore di due innamorati: la favilla, come inizio della passione; la vampa, come il progredire del trasporto con la sua energia dirompente; infine la cenere, come desolante mancanza di ‘densità’, ovvero la morte dell’amore. Il suo fascino sta proprio qui, nella capacità del Fuoco di evocare nell’Uomo sentimenti, emozioni, immagini mentali. Per dirla con le parole di Plotino «Il fuoco è bello perché risplende e brilla insieme all’idea[8]».

Bibliografia

Bachelard G., (1996) La fiamma di una candela, SE, Milano.

Rendich F., (2010) Dizionario etimologico comparato delle lingue classiche Indoeuropee, Palombi Editore, Roma.

Sitografia

Cannavicci M., www.corpoforestale.it

Enciclopedia Treccani.it

www.historiaeantiquae.com

[1] Enciclopedia Treccani.it

[2]Enciclopedia Treccani.it, op. cit.

[3] www.historiaeantiquae.com

[4] Eraclito di Efeso (535 a.C. – 475 a. C.)

[5] Empedocle di Agrigento (495 – 435 a.C.)

[6] Platone (427 – 347 a.C.)

[7] Aristotele (384 – 322 a.C.)

[8] Plotino di Egitto (203/206 – 269/270)

 

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