Il sacro e il profano

 In Sotto il Segno del Culto, Anno 4, N. 4 - dicembre 2013

Il sacro e le sue interpretazioni

Dalla sua genesi l’umanità testimonia l’esperienza di una realtà suprema e trascendente, definibile per negazione: ineffabile, infinita; o per totalità: onnisciente, onnipotente. Potenza conoscibile e incontrabile solo se volontariamente essa si manifesta nel creato attraverso rivelazioni date al genere umano. Tale realtà si indica col termine Sacro. Da esso tutto dipende, esso solo realmente esiste e possiede la pienezza della vita, mentre l’uomo e l’universo tutto, nella morte, vengono meno perdendo il loro senso. Ecco che il sacro, nel suo manifestarsi, rende vivibile il mondo, indicandone origine e destino, sottraendolo all’insignificanza.

L’uomo, con vari gradi di consapevolezza, sperimenta il desiderio del sacro e cerca continuamente un contatto con ciò che lo manifesta o lo rende accessibile: riconoscendo la sua totale dipendenza da esso diviene homo religiosus.

Per l’homo religiosus il sacro, nel tempo, si è manifestato come potenza trascendente, necessaria e misteriosa, tremenda e affascinante, impersonale e manifesta. I monti, le acque, le sorgenti, la luce, il sole, i fulmini e i tuoni; la bellezza e, per contro, l’orrore di alcuni luoghi, sono tutte manifestazioni del sacro. Nel tempo, nel vissuto umano, ci sono state ierofanie: manifestazioni del sacro tramite simboli primordiali e cosmici, e teofanie: manifestazioni in cui Dio stesso si rende presente e si rivela. Il sacro quindi viene percepito come “Altro” da sé, dal quale si dipende e con il quale si tenta di entrare in contatto e che si manifesta come potenza misteriosa, ineffabile; o divino, santo, che attinente alla precisa manifestazione di Dio da persona a persona.

L’uomo ha espresso la concezione di sé e il suo rapporto col sacro per mezzo di segni e gesti che appartengono al linguaggio simbolico. Questi segni e gesti hanno attraversato tutta la storia dell’uomo, sempre allusivi di una realtà più vera di quella materiale, testimonianza di un rapporto con il Mistero.

Caratteristica del simbolo è di nascere dalla realtà e non dalla sua interpretazione: essendo tale per le sue intrinseche qualità. Il simbolo è un significante concreto e sensibile che suggerisce il significato e lo svela in trasparenza, egli precede ogni umano ragionamento e può essere inteso come una ierofania. “Simboli-segni”, cioè cose o gesti, sono il confine dove sacro e umano si incontrano. In questo linguaggio troviamo i grandi segni primordiali: la volta celeste, il sole, le acque, le pietre sacre, la terra, la vegetazione, lo spazio sacro, il tempo sacro, l’aria; i grandi gesti come la costruzione della casa, della città, del tempio, il passaggio, il viaggio/pellegrinaggio.

La ricerca antropologica mostra la predisposizione strutturale dell’immaginario a suddividere lo spazio in livelli e orientamenti qualitativamente differenziati. Il che induce alcuni a pensare che: “il sacro non sia solo un accidente della nostra percezione del mondo, ma una struttura permanente del nostro rapporto col mondo e della nostra costituzione psicologica[10]

Lowie, in “Primitive Religion[11]”, afferma che la “religiosità primitiva” è caratterizzata da un senso dello straordinario, del misterioso, del soprannaturale, senso al quale la risposta religiosa è di meraviglia e di timore.

Il sacro ha dato luogo a numerose interpretazioni di carattere ermeneutico, storico o fenomenologico. La sociologia classica, per esempio, ha utilizzato due concetti fondamentali (quali sacro-profano), per comprendere e definire operativamente l’esperienza del trascendente. Per alcuni studiosi l’idea della sacralità è una derivazione del concetto di “potenza”, ne consegue che persone, gesti, oggetti, luoghi ecc., cariche di “potenza” sono contraddistinte da una natura speciale, definita sacra.

In antitesi è stata elaborata l’idea secondo cui il sacro è un concetto semplice, di origine puramente religiosa, quindi indimostrabile. Diffusa è anche l’opinione secondo la quale la sacralità viene equiparata al tabù da cui trae alimento il dualismo “sacro-profano” che la religione poi codifica.

Nell’opera “Le forme elementari della vita religiosa[12], Emile Durkheim, afferma che il “sacro” proviene dal mana, forza impersonale, centro della religione totemica. Egli sostiene che la religione viene dopo il sacro, ovvero quando gli uomini, passato il momento dell’effervescenza creatrice, hanno bisogno di amministrare il sacro, trasformandolo in un prodotto sociale. Nei confronti del sacro l’uomo prova un timore reverenziale che diventa impegno etico e osservanza morale. L’esperienza del sacro si risolve nel sentimento di appartenenza alla collettività: il suo dio è la società stessa. Queste, secondo Durkheim, sono le virtù da sviluppare, mentre il vizio da estirpare rimane la loro mancanza, cioè l’anomia e il conflitto sociale.

Max Weber indica l’elemento trascendente, sacro, con la parola Carisma, se ne deduce che l’esperienza collettiva del trascendente è esperienza carismatica. Va poi aggiunto che il carisma, non si presenta solo sotto sembianze religiose, ma come qualità straordinaria, che viene attribuita a un individuo da coloro che diventano in tal modo i suoi seguaci[13].

Rudolf Otto, definisce il fenomeno religioso “essenzialmente un’esperienza del sacro” nel quale l’uomo si imbatte durante il suo approccio al divino, al numinoso. Inoltre il sacrum assume anche il significato di sanctum, che ha valore oggettivo poiché costituisce un bene in sé, anche se percepibile solo dall’homo religiosus[14].

Nel “Trattato di storia delle religioni[15], Mircea Eliade afferma che il sacro si manifesta come potenza di ordine diverso rispetto alle forze naturali che, nel momento in cui entra nel mondo fenomenico, diventa una ierofania. Esso si manifesta attraverso oggetti, esseri animati, persone, simboli che diventano qualcosa d’altro pur senza cessare di appartenere al proprio ambito naturale. Ogni ierofania, essendo un fenomeno religioso, viene percepita dall’uomo attraverso la sua esperienza con il sacro. Evidente anche il carattere di globalità, di onticità, che il sacro riveste, nell’esperienza umana. Motivo questo che spinge l’Autore a introdurre la sua opera “Il sacro e il profano” con queste parole: «Dopo quarant’anni, le analisi di Otto conservano intatto il loro valore; gioverà al lettore leggerle e meditarle. Ma, nelle pagine che seguono, noi ci poniamo in una diversa prospettiva. Vorremmo presentare il fenomeno sacro in tutta la sua complessità e non soltanto in ciò che di razionale esso comporta. Non ci interessa il rapporto fra gli elementi non razionali e quelli razionali della religione, bensì il sacro nella sua totalità[16]». Quindi mentre Schleiermacher[17] pone l’accento sulla intuibilità meramente sentimentale del sacro e Otto sottolinea il suo carattere di totale alterità e di irrazionalità, Eliade giudica a-temporale la mentalità umana, avvicinandosi in questo, alla posizione di Van der Leeuw[18] che definisce la “mentalità primitiva” come una determinata struttura dello spirito umano, che noi chiamiamo primitiva perché nei popoli primitivi è molto chiara, ma di cui anche noi siamo partecipi, in contrasto con un’altra struttura che chiamiamo moderna perché essa è più evidente nella vita sociale moderna, sebbene ne partecipino anche i primitivi.

Ferrarotti[19] indica il sacro come una realtà di continuo statu nascendi che, grazie alla sua natura ambigua, riesce a manifestarsi, paradossalmente, anche all’interno della società moderna e non esclusivamente nella religione-di-Chiesa che per altro non ne esaurisce in sé la dinamica del sacro: essa è solo la gestione istituzionale e come tale assoggetta il sacro a standard burocratici e ripetitivi, già evidenziati da Weber.

Acquaviva[20] infine sottolinea nel sacro l’origine logica e storica delle religioni, le quali si sviluppano secondo le modalità proprie dell’ambiente culturale nel quale si trovano; per Acquaviva il sacro assume la forma psicologica soggettiva di esperienza del “radicalmente Altro”, cioè il tremendum mysterium che caratterizza quanto si differenzia dalla profanità del quotidiano.

Sacro, psiche e società

Mysterium tremendum, tumultuare di acque, forza vitale distruttiva e generatrice di vita a un tempo. Ma anche realtà luminosa, celeste, origine e fondamento dell’ordine del cosmo e della società umana, che prende il posto del caos primigenio. Immagini, creazioni spontanee, che hanno ricevuto poi diversi e molteplici significati legati alle condizioni storiche dei gruppi sociali nelle quali si sono prodotte.

Queste creazioni simboliche non sono qualcosa di puramente contingente, di arbitrario e di astratto, ma simboli che rimandano a un’esperienza profonda, comune ai diversi popoli che le hanno prodotte divenendo motivo centrale di tante religioni in tutto il mondo e come tali chiedono di essere interpretate.

Sigmund Freud[21] e Carl Jung[22] hanno fatto ampio ricorso alle immagini simboliche dei miti per approfondire la conoscenza della psiche umana. La teoria di Jung sugli archetipi, nonostante certe forzature, nasce, come la teoria di Freud, dall’elaborazione concettuale di un’esperienza autentica e profonda. Il sacro, il mysterium tremendum, fonte di vita e di morte, viene congiunto, da Freud e Jung, anche se con sfumature diverse, alla raffigurazione dell’inconscio, all’Es, come sede di Eros e di Thanatos, e quindi delle pulsioni generatrici della vita e dell’aggressività distruttiva.

Così come il simbolo luminoso della divinità portatrice di ordine nella natura e fra gli uomini apre alla possibilità di distinguere il bene dal male, l’immagine dell’Io cosciente che controlla l’inconscio permette all’uomo di agire in modo volontario e libero, secondo la propria legge.

I grandi miti delle religioni antiche, secondo questa tesi, hanno una matrice comune data dall’esperienza diretta e vissuta di fenomeni fondanti la psiche umana. Sono simboli della autocoscienza dell’uomo, immagini della psicologia del profondo capaci di espandersi nella vita societaria rituata dalla dualità, del discrimine “bene/male”, “giusto/sbagliato” che sfocia nella “sacralità della vita”, al concetto di sacro. Ne segue che la persona umana in quanto sacra, non si deve violare, perché è il bene per eccellenza, da alimentare nella comunione con gli altri. Neanche i valori cosiddetti laici possono esimersi da essere considerati sacri. In tal modo anche l’etica non può sottrarsi agli aspetti religiosi.

Tolleranza

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi