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La vulnerabilità della condizione umana: tra inermità e sopravvivenza

 In PrimoPiano, N. 1 - marzo 2013, Anno 4

L’interrogazione etica: la figura dell’inerme

Che cosa ha a che fare la vulnerabilità con la figura dell’inerme? È ancora Simone Weil ad aiutarci nello sforzo di svolgere questa apparentemente complicata correlazione, svelando la sua originarietà ancora nei libri dell’Iliade. L’inerme è chi non ha più – o non ha mai avuto – il potere della forza tra le sue mani, chi è del tutto alla mercé della forza altrui, è ad esempio Priamo che si presenta non più come sovrano, ma come supplice, nella tenda di Achille. Priamo inerme è privato del suo ruolo sociale, la sua presenza in quel momento è quella di chi ha perso il contatto con la carne vivente che sussulta di fronte all’orrore. Scrive Weil: «Il sussulto è il primo segno di vita di un pezzo di carne vivente: la zampa di un ranocchio sussulta stimolata da un impulso elettrico. La vicinanza o il contatto con una cosa orribile o terrificante fa sussultare qualsiasi ammasso di carne, nervi e muscoli. Solo chi supplica in tal modo non trasale, non trema, non ne ha più diritto (…) lo spettacolo di un uomo ridotto a tal grado di sventura gela, quasi come gela la vista di un cadavere» (Weil, 2012, p. 44).

L’immagine del vecchio supplice, ormai privo di diritti di fronte alla forza, è l’antecedente di una serie di raffigurazioni della vulnerabilità che saranno poi analizzate da Primo Levi, Hannah Arendt e molti altri, che hanno ragionato attorno alla superfluità dell’essere umano compiuta nei campi di sterminio. Il calco in negativo dell’inumanità come privazione della carne vivente è la misura in termini di sottrazione della condizione umana prodotta una volta per tutte, dalla fabbrica della morte nazista. La filosofa italiana Adriana Cavarero sottolinea come la fabbricazione delle superfluità dell’essere umano compiuta nei campi di sterminio nazisti abbia prodotto la figura dell’internato come un inerme pervertito (Cavarero 2007, 105). L’inerme pervertito però è diverso da Priamo che supplice si accosta alle gambe di Achille per baciare e prostrarsi di fronte al nemico che gli ha sterminato la famiglia. Priamo è un uomo privato del suo potere, chiaramente vulnerabile, che però mantiene un rapporto forte con il suo passato e la sua storia, e il confronto che ha con Achille, un altro uomo a cui si rivolge parlando dolcemente del padre, attiva una relazione etica di empatia. L’empatia in questo caso è considerata come la ricostruzione nella immaginazione di qualcuno dell’esperienza di un’altra persona senza una valutazione etica di quella esperienza (Nussbaum, 2004, p. 364; Boella, 2006, p. 104).Achille allontana il supplice e si scioglie in lacrime, le parole del padre del suo nemico Ettore, gli hanno evocato l’immagine del proprio padre. Achille non viene mosso da simpatia, descritta da Aristotele come una dolorosa emozione relativa alla disgrazia o alla sofferenza di altri, il contenuto del suo pensiero non è lo stesso di quello del suo interlocutore (Retorica, 1385 b 13) ma l’empatia scaturita dalla figura del vecchio e dalle sue parole, è sufficiente perché Achille sia interrogato eticamente dalla presenza dell’altro.

A sollecitare la risposta etica di Achille, è la voce di Priamo, la storia che porta con sé nelle parole e che ne costituisce l’unicità anche nel momento in cui egli è un semplice supplice che bacia le ginocchia del violento assassino dei suoi figli. Come ci ricorda Adriana Cavarero: «Dato di un’esperienza quotidiana, la voce si offre come il principio elementare per un’ontologia dell’unicità che sia intenzionata a contrastare radicalmente la tradizione metafisica che si ostina in vari modi ad azzittire l’io in carne e ossa» (Cavarero, 1997, 30). In questa posizione l’unicità è vista come non in contraddizione con la vulnerabilità, ma in linea con essa, quale suo correlato. Nel momento della ferita e della violazione ontologica all’umanità – data dalla disumanizzazione – si spezza l’unicità e si produce il paradosso della ferita aperta, della piaga che non si rimargina e porta alla raffigurazione del Corpo senza Organi. Per Adriana Cavarero, sulla scorta del pensiero di Hannah Arendt, la vulnerabilità è condizione ontologica legata all’identità umana che presuppone sempre l’altro e che è pertanto paradossalmente identità relazionale. Noi in quanto esseri umani siamo esposti sin dalla nascita, siamo consegnati ad un’esposizione in quanto condizione dell’apparire agli altri (Cavarero, 1997, 31).

A partire dall’esposizione all’altro può essere pensata la vulnerabilità nella sua complessità di riferimenti, perché è sul corpo singolare e unico che si mette in relazione con gli altri che può essere inferta la ferita. L’essere singolare coincide con l’esistenza di ciascuno; non fa parte dell’essenza e quindi non appartiene alla metafisica o al mondo delle categorie universali, bensì alla scena politica ed etica, dove ciascuno che è nato esiste e si mostra all’altro esponendosi. Ma non tutti coloro che inermi e vulnerabili si espongono agli altri possono essere considerati uguali, la stessa Weil, sempre lavorando filosoficamente sull’Iliade, ci porta più avanti nella considerazione dell’inermità e della riduzione a disumanità possibile sotto il peso della forza – una riduzione che è stata riattivata in modo del tutto peculiare nei campi di sterminio. Così scrive: «(…) vi sono esseri più sventurati che, non morendo, diventano cose per il resto della vita. Nelle loro giornate non vi è alcun gioco, alcun vuoto, alcuno spazio libero per realizzare qualcosa di propria iniziativa. Non sono uomini che vivono più duramente degli altri o collocati socialmente più in basso di altri; è un’altra specie umana, un compromesso tra l’uomo e il cadavere. Dal punto di vista logico è contraddittorio dire che l’essere umano è una cosa; ma quando l’impossibile si fa realtà, la contraddizione diviene lacerazione dell’anima. Questa cosa aspira in ogni istante ad essere un uomo o una donna ma non vi riesce affatto. È una morte che si estende lungo una vita; una vita che la morte ha raggelato molto prima di averla soppressa» (Weil, 2012, p. 46).

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