Oops! It appears that you have disabled your Javascript. In order for you to see this page as it is meant to appear, we ask that you please re-enable your Javascript!

La vulnerabilità della condizione umana: tra inermità e sopravvivenza

 In PrimoPiano, N. 1 - marzo 2013, Anno 4

Come ricorda Alfieri, la posizione di Girard sulla vittima sacrificale e quella di Canetti sul doppio confine sono entrambe valide ma solo se prese insieme. La Morte è il confine esterno, ma è anche il confine interno, è un non-noi che sta dentro e fuori. E questo è tanto più evidente se posto in relazione alla guerra, come paradigma della violenza successiva alla Seconda Guerra Mondiale. Dopo i due orrendi estremi della morte seriale nei campi di sterminio nazisti e della Bomba atomica che ha cancellato due città del Giappone e ha lasciato dietro di sé la scia della contaminazione nucleare e della morte differita –, la guerra ha assunto una nuova dimensione. E noi continuiamo a funzionare come il gruppo originario, giriamo ancora attorno alla Morte, avendo diminuito le uccisioni che ora avvengono anche al di fuori dei territori in cui la guerra è combattuta.

Ora la Morte per antonomasia è la Bomba che potrebbe uccidere tutti definitivamente ma che tuttavia rimane virtuale: infatti, data la sua potenzialità annichilente, è il confine assoluto della nostra paura. Ma la guerra continua ad esistere, così come la condizione della “sopravvivenza”, strettamente connessa a livello simbolico alla morte degli altri. Il sopravvissuto è paradossalmente anche il suicide bomber, che nonostante la fine della propria vita, viene sublimato in una proiezione identitaria o in una visione del tutto escatologica – diventa il martire. Sopravvivere è uccidere perché «il corpo dell’uomo è cedevole, esposto alle ferite, e molto vulnerabile nella sua nudità. Tutto può penetrarvi; ad ogni nuova ferita gli riesce più arduo portarsi sulla difensiva; e in un attimo per lui è finita» (Canetti, 2004, p. 17).

Il segreto della forza che domina chiunque stia in guerra è proprio dato dal legame indissolubile che si stabilisce tra vulnerabilità e sopravvivenza. E le parole di Joë Bousquet sul modo in cui fu addestrato per il suo primo attacco, rendono bene la tragica realtà di tale considerazione: «Una raccomandazione! Divieto categorico ai combattenti di fermarsi presso i feriti. Nulla autorizza un soldato che si batte a raccogliere i lamenti o le raccomandazioni di un soldato che muore (…). Interrogai il tenente Houdard. Quell’eccellente Gesuita si dava cura di formare in me un uomo e contemporaneamente un ufficiale. “Il soldato che attacca” mi disse “appartiene alla sua missione, al suo dovere, appartiene alla grande battaglia che con stupore vede formarsi, è preda della sua immaginazione e del suo dovere. Non può disporre di sé. Parlare con un moribondo lo restituisce a se stesso e decompone la volontà che l’evento aveva generato in lui. Non è più l’uomo di quella impresa gigantesca. La pietà, la paura, fanno nascere in lui una coscienza e questa coscienza è totalmente dolore. A un uomo che ha da temere solo la morte, non si deve imporre la visione dell’agonia”» (Weil – Bousquet, 1994, p. 26).

Parlare con un moribondo sposta l’attenzione – letteralmente decompone l’attenzione dalla violenza dell’evento per portarla dalla parte della vulnerabilità comune e della condizione di inermità di chi è sottoposto alla forza e ne diventa vittima. Chi è scelto per sopravvivere, o chi vuole sopravvivere deve stare il più possibile lontano dal moribondo, perché la sua condizione di sopravvivenza esiste solo se lui stesso vivo troneggia di fronte ad un cadavere. Come ci spiega Canetti, l’esperienza della morte degli altri fa consapevole chi è rimasto in vita della sua potenza.

Così scrive: «Il vivo non si crede mai così alto come quando ha di fronte il morto, che è caduto per sempre: in quell’istante è come se egli fosse cresciuto» (Canetti, 2004, pp. 16 – 17). Oggi il sopravvissuto, è anche chi si ritrova, altrettanto paradossalmente, in piedi di fronte ad un morto che egli non ha ucciso, un morto che è per caso caduto sotto un’azione di guerra irregolare o a causa di un’esplosione di violenza. Il sopravvissuto è insieme all’inerme il segno della vulnerabilità, ma rappresenta la faccia opposta a quella dell’inermità. Solo tenendo al centro il concetto di vulnerabilità come dato ineluttabile della condizione umana si possono analizzare il sopravvissuto e l’inerme in quanto raffigurazioni contigue seppure divergenti per significato simbolico. A partire dall’integrazione di queste due figure può essere riavviata un’interrogazione etica che tenga insieme l’aspetto della violenza e quello della presa in carico di cura.

 

Bibliografia

Luigi Alfieri, La stanchezza di Marte, Perugia, Morlacchi, 2008.

Monia Andreani, Il terzo incluso. Filosofia della differenza e rovesciamento del platonismo, Roma, Editori Riuniti University Press, 2008.

Monia Andreani, Anatomia politica dell’orrore. La questione della vulnerabilità e la figura dell’inerme in Judith Butler e Adriana Cavarero, in Lorenzo Bernini e Olivia Guaraldo (a cura di), Differenza e Relazione. L’ontologia dell’umano nel pensiero di Judith Butler e Adriana Cavarero, Verona, Ombre corte, 2009, pp. 39 – 65.

Monia Andreani, Twilight. Filosofia della vulnerabilità, Macerata, Ev Edizioni, 2011.

Monia Andreani, Anatomia politica della guerra globale: le figure del “sopravvissuto” e dell’”inerme”, in Alberto Pirni (a cura di), Verità del potere, potere della verità., Pisa, Edizioni ETS, 2012, p. 153-163.

Hannah Arendt, Vita Activa. La condizione umana, Milano, Bompiani, 1988.

Aristotele, Opere Voll.1-11, Roma-Bari, Laterza, 2002.

Antonin Artaud, Œuvres complètes, Gallimard, Paris, 1956 – 1994.

Laura Boella, Sentire l’altro. Conoscere e praticare l’empatia, Milano, Bruno Mondadori, 2006.

Judith Butler, Vite precarie. Contro l’uso della violenza in risposta al lutto collettivo, Roma, Meltemi, 2004.

Elia Canetti, Potere e sopravvivenza, Milano, Adelphi,2004.

Adriana Cavarero, Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia della narrazione, Milano Feltrinelli, 1997.

Adriana Cavarero, Orrorismo. Ovvero sulla violenza sull’inerme, Milano, Feltrinelli, 2007.

Marianna Gensabella Furnari, Vulnerabilità e cura. Bioetica ed esperienza del limite, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2008.

Sivan Kolter, recensione a Helena Janeczek, Lezioni di tenebra. In «Internazionale» n. 894 22/28 aprile 2011, Anno 18, p. 72.

Emmanuel Lévinas, Altrimenti che essere o al di là dell’essenza, Milano, Jaca Book, 1984.

Martha C. Nussbaum, L’intelligenza delle emozioni, Bologna, Il Mulino, 2004.

Paul Ricoeur, Finitudine e colpa, Bologna, Il Mulino, 1970.

Simone Weil, L’Iliade o il poema della forza, Asterios Editore AD, Trieste, 2012.

Simone Weil, Joe Bousquet, Corrispondenza, Milano, SE, 1994.



[1] Ho approfondito questo tema in un saggio dedicato alla trasformazione della figura del vampiro nella letteratura contemporanea e nell’immaginario filmico, soffermandomi sulle caratteristiche peculiari che assume il vampirismo oggi nei prodotti mediatici di largo consumo giovanile, in particolare nella saga di Twilight. La mia attenzione si è concentrata sugli aspetti legati alla mancanza di proiezione verso il futuro nei giovani che animano la saga statunitense scritta da Stephenie Meyer. Mentre Dracula voleva espandere il suo potere e ringiovanire, i giovani vampiri di oggi – pur belli e ricchi – sono fermi in un presente rassicurante e statico e anche per questo attraggono l’attenzione della ragazza umana che desidera – contrariamente ad ogni racconto sul vampirismo precedente – diventare vampira e fermare, così, la sua vita (Andreani, 2011).

Tolleranza

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi