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L’ascolto dell’abuso, l’abuso dell’ascolto: il caso di Marta

 In CaseHistory, N. 1 - marzo 2013, Anno 4

Questa fase di pianificazione e accordo iniziale è fondamentale per costruire i presupposti per una buona collaborazione interprofessionale nel rispetto della duplice istanza di garantire il procedimento penale nella delicata fase iniziale delle indagini investigative (il cui obiettivo è la raccolta delle fonti di prova, di cui fa parte appunto la raccolta delle dichiarazioni della bambina) e di garantire il benessere e la tranquillità della persona minorenne da ascoltare, oltre che dei suoi familiari. Una cattiva o disattenta gestione di questa fase può comportare alcuni rischi. Un mancato accordo con l’autorità inquirente e con la polizia giudiziaria, nel pieno rispetto e riconoscimento degli specifici mandati, può compromettere almeno in parte l’efficacia dell’azione in termini di utilizzo di procedure condivise. Pensiamo ad esempio al caso in cui il nostro referente istituzionale presente all’ascolto (nel nostro caso l’operatore delle forze dell’ordine) decidesse, non concordandolo prima, di entrare nella stanza e di porre direttamente le domande alla bambina. L’esperta o l’esperto nominato deve porsi come garante della tutela delle persone minorenni e, insieme alle forze dell’ordine (e la magistratura), garante dell’attività in essere in termini di procedure adottate ovvero dell’insieme degli strumenti utilizzati al fine di massimizzare le informazioni da raccogliere e ridurre al minimo il possibile disagio per i bambini oltre che la contaminazione del ricordo. In tal senso, De Leo e Patrizi (2002, p. 89) sottolineano la «duplice esigenza che il percorso di tutela deve soddisfare: da un lato va garantita la finalità primaria del processo penale, che mira a stabilire la verità fattuale; dall’altro, è necessario che la raccolta di informazioni si svolga con particolare attenzione, coerentemente con l’intento di proteggere il minore, presumibilmente già provato, da qualunque azione possa nuocergli in termini di stress emozionale, anche se finalizzata alla tutela della sua persona». Molti sono gli studi che evidenziano i numerosi rischi di “vittimizzazione secondaria” derivante dagli interventi successivi al (presunto) abuso per la vittima minorenne, come, ad esempio, l’essere esaminata da troppe persone, in luoghi non appropriati e attraverso modalità invasive o non coerenti con le sue caratteristiche personali ed evolutive e il suo stato psicologico al momento dell’ascolto. Nell’affrontare il problema delle vittime, a qualunque livello e in qualunque fase, è infatti indispensabile «considerare tre livelli basilari di vulnerabilità della vittima, per come è possibile rilevarli e analizzarli separatamente e soprattutto per come interagiscono e si combinano fra loro:

  1. A.  la vulnerabilità riscontrabile prima che il reato si verifichi, ossia come rischio differenziale di vittimizzazione, in relazione ai fattori come età, sesso, marginalità, condizioni psicologiche, familiari, economiche, sociali, etc.
  2. la vulnerabilità come conseguenza di un reato, ossia derivante dall’impatto di uno specifico reato (contro la persona, la proprietà, ecc.) sulle specifiche caratteristiche di una persona, in una specifica situazione.
  3. la vulnerabilità emergente nell’impatto tra una vittima di reato (dove già la vulnerabilità a. – interagisce e “si moltiplica” con la vulnerabilità b. -) con le regole e la modalità di funzionamento tipiche della giustizia penale, rendendo possibile l’emergere di nuovi rischi di amplificazione e nuclearizzazione della vulnerabilità della vittima» (De Leo, 2006, p. 21).

Tornando al caso specifico oggetto del contributo, dopo aver concordato la modulazione dell’ascolto (fasi e ritmo) con l’Ufficiale di P.G. si accoglie l’arrivo di Marta con la mamma. Previo accordo con la procura (che deve autorizzare il coinvolgimento di terzi), per questa attività viene coinvolta una collega/collaboratrice della consulente la quale si occupa di accompagnare la bambina nella stanza in cui verrà effettuato l’ascolto. Questa azione serve per far familiarizzare la bambina con l’ambiente, metterla a suo agio in un contesto di gioco. La collega che ha conosciuto Marta ha concordato prima con la consulente le eventuali tematiche neutre (ad esempio relativamente all’età e al giorno del compleanno o ad eventuali attività extrascolastiche frequentate) da introdurre con la bambina. Questa ulteriore pianificazione è necessaria al fine non solo di evitare che la bambina possa ritrovarsi a parlare delle stesse cose con due persone diverse ma anche e soprattutto per evitare che la collaboratrice possa in qualche modo inficiare la modulazione del colloquio introducendo dei temi “caldi”. Sarebbe ad esempio un errore in questo caso, durante i pochi minuti che precedono l’ascolto, aprire con la bambina un discorso su dove vive o sulla scuola o sulla sua rete amicale, argomenti che come vedremo sono estremamente collegati ai fatti in oggetto. Parallelamente la consulente accoglie la Sig.ra Sonia, al fine di presentarsi e illustrarle brevemente la finalità e sommariamente le modalità che verranno utilizzate. Questo breve colloquio con il familiare è funzionale per due ragioni: 1) permette di raccogliere delle informazioni specifiche utili a modulare il colloquio con la bambina; 2) permette di fornire al genitore eventuali chiarimenti o informazioni utili a tranquillizzarlo, così da poter a sua volta porsi nel modo più sereno possibile con la figlia. Le informazioni che si ritiene fondamentale acquisire prima di effettuare un ascolto in sede penale sono quelle relative al presunto abusante, alla relazione che sussiste tra presunta vittima e presunto abusante, alla tipologia di fatto/reato e se si tratta di una situazione episodica o cronica, ai tempi in cui si sarebbe verificata e soprattutto ai tempi e alle modalità in cui sarebbe emersa. Se ad esempio, come in questo caso, la persona da ascoltare ha raccontato direttamente al genitore o a qualcun altro i fatti oggetto di indagine, è fondamentale sapere esattamente cosa è stato detto, quando e in quale occasione, così da utilizzarlo (seppur con le dovute accortezze) in sede di ascolto nel caso in cui non emergesse spontaneamente dal racconto della bambina.

Relativamente alla storia personale e giudiziaria si evince che Marta oggi vive con Sonia, la mamma, presso una zia. Prima della denuncia mamma e figlia vivevano da circa un anno in un’abitazione presso la quale Sonia lavorava come badante. Il lavoro consisteva nell’accudire una signora anziana non autosufficiente; in cambio poteva contare su vitto e alloggio per entrambe. Nella stessa casa viveva il marito di quest’ultima, il Sig. Luigi, con cui Sonia intreccia una relazione sentimentale.  La situazione oggetto di denuncia risalirebbe a circa due settimane prima e ha avvio su segnalazione d’ufficio da parte della scuola della bambina. Una sera, la dirigente della Scuola riceve la telefonata della mamma di una bambina compagna di classe di Marta. Poco prima la bambina avrebbe confidato alla mamma che la mattina, a scuola, Marta le avrebbe detto che sarebbe stata oggetto di toccamenti da un signore con cui vive insieme alla mamma. Allarmata, decide di chiamare la dirigente, la quale, all’indomani dalla telefonata, in accordo con il maestro della bambina decide di riferire con relazione scritta segnalazione alle autorità competenti di quanto aveva appreso al fine di dare loro la possibilità di svolgere le necessarie indagini. Parallelamente Sonia, lo stesso giorno si recava presso il più vicino ufficio di Polizia per sporgere denuncia poiché, la sera prima, la figlia le avrebbe fatto lo stesso racconto che aveva fatto la mattina alla compagna di classe. In questa fase, se i protagonisti di questa storia avessero fatto delle scelte diverse, potevano essere commessi alcuni errori. Poteva ad esempio capitare che la dirigente ritenesse opportuno parlare direttamente o per il tramite di qualcun altro (ad esempio una maestra o una psicologa della scuola) con la bambina: questo tipo di ascolto va evitato perché assume in sé troppi rischi. Non sarebbe audiovideoregistrato, condotto da personale esperto e, soprattutto, non sarebbe condotto secondo una metodologicamente corretta, rischiando inoltre di aumentare la contaminazione del ricordo. Un’altra cosa che poteva capitare era che la coordinatrice contattasse la mamma: nei casi di ipotesi delittuose all’interno delle mura domestiche, non sapendo il livello di coinvolgimento del/dei genitori sarebbe preferibile per tutelare il processo investigativo evitare di contattare la famiglia. Mentre la coordinatrice invia la relazione alla Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario competente, la mamma di Marta (all’indomani dal racconto della figlia) decide di trasferirsi da una sorella dove vi porta la bambina, subito dopo aver accompagnato Marta, si reca presso gli uffici preposti per sporgere denuncia contro il Sig. Luigi. In merito ai fatti denunciati, Sonia riferisce che durante le feste è stata costretta ad allontanarsi da casa per recarsi nella sua cittadina natale per accudire la madre gravemente malata; per risparmiare alla figlia tale spiacevole situazione, avrebbe deciso di lasciarla per tre giorni con Luigi e Maria, avendo piena fiducia in entrambi. La signora riferisce anche che in altre occasioni sarebbe capitato di lasciare per brevi periodi la bambina alla coppia a causa della necessità di recarsi in un’altra città per accudire la madre morente. A distanza di qualche giorno dal rientro da quest’ultimo viaggio accade però che la figlia, una mattina, le si avvicina confidandole un fatto che sarebbe avvenuto in quel periodo. Le avrebbe detto che il Sig. Luigi una sera avrebbe provato a spogliarla e ad infilarle con insistenza le mani nel pigiama. Su domanda specifica, la bambina le avrebbe detto che questo fatto sarebbe successo in un’unica occasione. Sonia ipotizza che lo abbia rivelato per il timore che possa reiterarsi successivamente in prossimità di un suo allontanamento (programmato per il mese di febbraio) e aggiunge che la figlia le ha spiegato di non aver accompagnato il Sig. Luigi per prenderla perché aveva paura di rimanere sola con lui. Presso gli stessi uffici, nella stessa giornata, vengono assunte le sommarie informazioni anche della coordinatrice e della maestra della bambina. A seguire, l’ufficio trasmette un’informativa di reato ai sensi dell’art. 347 del c.p.p. alla Procura ordinaria e, per conoscenza, alla Procura minorile contro il Sig. Luigi, rispetto alla violazione dell’art. 609 quater c.p.

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