Manipolatori seriali della mente

 In Sotto il Segno del Culto, N. 1 - marzo 2010, Anno 1
La formazione del reclutatore

Nel corso degli anni, psicologi di tutto il mondo hanno preso in esame la possibilità di influenzare e controllare le dinamiche individuali e di gruppo: l’intento era di aiutare le persone ad abbandonare strutture mentali deboli e abitudini debilitanti e mostrare loro come, di fatto, potevano cambiare.

Le leadership di culti abusanti d’ogni genere conoscono bene le potenzialità e le aree operative cui applicare le tecniche in questione. Per questo motivo, il “controllo mentale” operato da questi culti, nel tempo, è diventato sempre più scientifico, potendosi avvalere dei molteplici studi condotti sul potenziale umano.

La trasformazione dell’adepto in efficace reclutatore, al quale si devono l’ampia diffusione e i remunerativi risultati del culto, è così generalmente divenuta un imperativo.

Se un reclutatore diverrà capace di entrare in sintonia con gli stati d’animo altrui, o riuscirà facilmente a trascinare gli altri nella scia dei propri, allora saprà anche impossessarsi del registro emozionale di un’interazione, e in un certo senso, possederà il dominio dell’altro a livello intimo e profondo, riuscendo probabilmente a orientarne lo stato emozionale.

La tecnica non consiste nell’offrire qualcosa di nuovo, ma nel manipolare nella mente del destinatario le informazioni che già esistono. Per esempio, ogni individuo aspira a vivere in pace e felice, ma ogni giorno è costretto ad affrontare i reali problemi che la vita impone. Per di più, ogni giorno mezzi d’informazione di massa lo costringono a prendere coscienza della precarietà della sua esistenza. Al reclutatore non resta che far leva su questi intimi desideri di felicità, promettendo che saranno adempiuti in un prossimo futuro: a patto però che i neofiti si impegnino a soddisfare i requisiti richiesti.

Diviene perciò necessario stabilire con la persona un legame di tipo empatico, volto a valutare l’emotività del soggetto per entrare nella problematica che sta vivendo, mostrandosi poi in sintonia con lui allo scopo di metterlo a suo agio e predisporlo alla ricezione del messaggio. L’adepto è quindi addestrato a stabilire una “base comune” di ragionamento con la persona, così che le sue argomentazioni siano esposte in modo da far leva sull’ascoltatore, dopodiché potrà offrire la propria soluzione al problema.

Ricercatori del Mental Research Institute di Palo Alto, California spiegano:

«Nella maggior parte dei casi, gli episodi di contagio emotivo sono molto sottili e fanno parte di un tacito scambio che si verifica in ogni interazione umana. Gli individui trasmettono e captano gli stati d’animo in una continua interazione reciproca, in un’economia sotterranea della psiche, nella quale alcuni incontri si rivelano tossici, altri corroboranti.

Questo scambio emotivo avviene solitamente a un livello quasi impercettibile; per esempio il modo in cui un commesso ci ringrazia può lasciarci con la sensazione di essere stati ignorati, offesi o veramente accolti e apprezzati come benvenuti. I sentimenti degli altri ci contagiano proprio come si trattasse di virus sociali» (Watzlawick, Beavin, Jackson 1971).

Questo avviene perché in ogni interazione, noi inviamo segnali emozionali che influenzano le persone con le quali ci troviamo: quanto più un reclutatore sarà socialmente abile, tanto meglio riuscirà a controllare e decodificare i segnali che saranno emessi.

Al di là dell’apparente spontaneità e dell’abilità con cui il reclutatore si presenta, è bene ricordare che in realtà egli è il prodotto precostituito dalla sua organizzazione: un “convinto” che il suo pellegrinare e il suo affannarsi per procurare soldi o nuovi adepti alla causa, sia un alto incarico e un privilegio.

Il suo “atteggiamento” sarà prevalentemente quello di colui che si fa portavoce di verità assolute; quelle stesse verità che lui ha accettato così come l’organizzazione o il leader le ha elencate. Difficilmente il reclutatore si aprirà ad un vero confronto con l’interlocutore che, di volta in volta, si troverà di fronte. A questi, non resterà che fare domande e accontentarsi di risposte più o meno soddisfacenti, poiché ogni contrapposizione decisa sarà vissuta come atteggiamento non disponibile all’apprendimento di quelle “verità superiori”.


L’adepto

L’adesione è totale e totalizzante: mete e ambizioni sono quelle del gruppo, facendo del singolo una semplice, inconsapevole pedina, mossa per i fini che non sono quelli di ciascun componente bensì quelli dei vertici. L’adepto, nel tempo, perde sempre più individualità, uniformandosi ai ritmi e ai codici di vita imposti, con un procedimento che non lo vede consapevolmente partecipe.

Decidere, in un ambiente così rigidamente strutturato diventa estremamente semplice; si può anzi dire che non occorre neppure affrontare situazioni decisionali. La soluzione ai molti problemi della vita, la guida alle giuste azioni, tutto è offerto dai leader sotto forma di “suggerimenti divini”. La delega o affidamento della propria coscienza, produce di fatto una sensazione di sollievo, poiché alleggerisce dal peso della responsabilità della scelta. Termini quali “servire” e “schiavo”, assumono valenza prioritaria, per cui spesso si ha a che fare con il “privilegio di servire”, “privilegio di essere schiavo”, se non anche il “privilegio di morire”.

“L’eletto” ‑ e solo lui si ritiene tale ‑ deve distinguersi da quelli del “mondo”: perciò si rende necessario che il suo abbigliamento sia “adeguato”. La sua trasformazione inizialmente passa attraverso l’aspetto esteriore: taglio dei capelli, scelta dei vestiti, e in alcuni gruppi un nuovo nome. Queste “scelte” iniziali, sono incentivate dal gruppo attraverso “suggerimenti” o “incoraggiamenti” che il neofita recepirà come “interesse disinteressato” nei suoi confronti; ne risulterà un’immensa gratificazione. In questa prima fase, le attenzioni del gruppo saranno tutte rivolte a lui: e all’incantato adepto sembrerà di aver trovato finalmente una vera famiglia dove egli ha sicuramente un posto importante. È felice di avere concretizzato, con poco dispendio di energie, un ruolo sociale ben definito: adesso non è più un anonimo e insignificante essere in mezzo a una folla amorfa, ma una persona speciale, che si appresta a iniziare una nuova vita nell’unico e vero “popolo” che possieda la chiave per la felicità.

Presto la trasformazione, passando attraverso il controllo dei pensieri e delle emozioni, inizierà a radicarsi sempre più in profondità, fino a reprimere la sua vera personalità, della quale perderà memoria in un inconscio processo di rimozione. Rinnegati ormai gli amici di un tempo, nei quali non si riconosce più, abbandonati i familiari che si oppongono al nuovo credo, per l’adepto non esiste alternativa: imperante e urgente diviene per lui la necessità di costruirsi una buona reputazione nel gruppo, cosa che gli permetterà, in alcuni culti, di accedere ‑ solo se uomini ‑ ad incarichi di responsabilità nell’ambito del gruppo. Ancora una volta, i leader sanno come sollecitare il desiderio inconscio di gratificazione e affermazione.

La “visibilità” nel gruppo diviene meta ambita ma anche necessaria, poiché altrimenti, superata la prima fase di “bombardamento di amore”, l’adepto si troverà solo carico di doveri da assolvere e integrato, addirittura immerso in un sistema di vita pressante; e, se non riuscisse a mantenere alta la sua reputazione per lui sarebbe la fine: estraniato dal gruppo non avrebbe più alcun punto di riferimento: quell’io precostruito si troverebbe totalmente allo sbando.

L’assoluta fedeltà, spesso unita alla competizione, diviene quindi necessaria per raggiungere la valorizzazione del sé, che altrimenti rimarrebbe del tutto schiacciata da divieti imposti a detrimento dall’autostima del singolo.


Per Concludere

La risposta a quello che si delinea come un vero e proprio disagio della nostra società fatta da una debole molteplicità di false libertà e false verità potrebbe trovarsi in primo luogo in un’ampia prevenzione e in una migliore applicazione della legge.

Ma molta strada è ancora da fare per contrastare i contorni di un problema che si inserisce in un contesto sociale, che ha una storia, che ha dunque un’origine, diverse cause, spesso devastanti effetti. Come tutti i sistemi anche il sistema del controllo mentale operato dai culti distruttivi ha i suoi meccanismi e i suoi metodi. Ha la chiave per essere letto e quella per essere disinnescato. Individuarla non è semplicissimo, tanto meno farla girare una volta trovata.

Giova ricordare che le vittime del controllo mentale operato dai culti non sono solo i milioni di adepti nel mondo insieme ai loro figli, parenti e amici, ma la società intera, che viene saccheggiata della sua più grande risorsa: individui intelligenti, idealisti e ambiziosi, in grado di dare un notevole contributo all’umanità. Molti degli ex membri sono diventati dottori, insegnanti, consulenti, inventori, artisti. Sfortunatamente altri ex si sono piegati su se stessi non riuscendo a rielaborare il processo mentale imposto loro dal culto. Alcuni di questi si sono suicidati. Altri ancora continuano a soffrire terribilmente perché all’interno del culto hanno lasciato familiari che non possono più nemmeno salutare (Hassan 1999; Santovecchi 2004).

Di fronte a un esercito di indifesi anzi peggio, di soldati obbedienti armati contro loro stessi, conoscere e far conoscere le regole subdole che lo ha “programmato”, è un atto fondamentale. E la conoscenza, si sa, è il primo passo verso la libertà.

Fiore e Ombre - cc mbd.marco

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