Messa alla prova del minore: verso una nuova concezione del crimine e del suo autore

 In Sul Filo del Diritto, Anno 3, N. 4 - dicembre 2012

La Risoluzione dei Ministri della Giustizia presso il Consiglio di Europa, la n. 1/65, raccomandava “ai Governi di assicurare che le legislazioni degli Stati membri autorizzino il giudice […] a sostituire la pronuncia limitativa della libertà […] con una misura condizionale, quando si tratta di delinquenti primari e di delinquenti che non hanno commesso reati di particolare gravità”; la stessa Risoluzione raccomandava altresì «ai Governi di intraprendere tutte le iniziative possibili per l’adozione e l’estensione di pronunce di probation o di misure simili che sono di particolare valore in questo campo e offrono il vantaggio di assicurare all’autore del reato di essere aiutato e tenuto sotto supervisione per tutto il periodo della misura, così da favorire la sua riabilitazione e controllare la sua condotta […]».

In Italia l’istituto trova applicazione per la prima volta nel 1975, grazie all’art. 47 della Legge n. 354/75, che disciplina l’istituto dell’affidamento in prova al servizio sociale. Tale ultimo istituto, tuttavia, è stato introdotto, ed è tutt’oggi in vigore, unicamente per i maggiorenni dopo che la condanna è stata loro già inflitta, e, dunque, nella fase di esecuzione della pena.

Per l’introduzione dell’istituto nell’ambito dell’ordinamento minorile, tuttavia, bisognerà aspettare ancora più di un decennio, con la riforma del processo minorile avvenuta nel 1988 ad opera del D.P.R. n. 448.

I diversi modelli di probation diffusisi negli altri paesi hanno dato luogo a figure simili che si caratterizzano, tuttavia, per alcune peculiarità distintive. Tutti i modelli presentano tre tratti comuni individuabili nella sospensione del processo, nell’imposizione all’autore del reato di determinati oneri e nell’affiancamento a quest’ultimo di persone o enti durante il periodo di prova. I diversi modelli si distinguono, invece, l’uno dall’altro in considerazione dei tempi e dei modi nei quali viene disposta la sospensione, la quale, in ogni caso, rappresenta l’elemento costitutivo e distintivo di tutti i modelli di probation.

Occorre rilevare che mentre le diverse forme di probation adottate nei paesi esteri attengono nella maggior parte dei casi alla fase dell’esecuzione, e finiscono per costituire, dunque, una sorta di alternativa all’espiazione della pena, l’art. 28 del D.P.R. n. 448/1988 ha introdotto una forma di probation che può essere definita processuale, intervenendo la stessa nel corso del processo e comportandone la sospensione allo scopo di consentire al giudice di valutare la personalità del minore all’esito della prova.

Ma l’elemento che sicuramente caratterizza maggiormente l’istituto della messa alla prova, dimostrandone il carattere innovativo rispetto ai modelli di probation di origine anglosassone, è dato dalla mancata previsione di un limite di pena per la sua applicabilità.

Il tratto comune alla pressoché totalità dei modelli fatti propri dagli ordinamenti degli altri stati, infatti, è dato dalla necessità che il reato per il quale viene applicato l’istituto non risulti di particolare gravità e la pena astrattamente applicabile sia, dunque, di lieve entità.

Sotto questo profilo, la messa alla prova introdotta nell’ordinamento minorile italiano rappresenta un unicum, atteso che tale requisito non è previsto dalle disposizioni che disciplinano l’istituto, il quale, pertanto, può essere applicato indipendentemente dalla tipologia del reato di cui si sia reso responsabile il minore e dalla pena astrattamente irrogabile per detto crimine.

Per comprendere a fondo la peculiarità della messa alla prova, è necessario analizzare il testo delle norme che lo disciplinano.

Ai sensi del primo comma dell’art. 28, «il giudice, sentite le parti, può disporre con ordinanza la sospensione del processo quando ritiene di dover valutare la personalità del minore all’esito della prova disposta a norma del secondo comma. Il processo è sospeso per un periodo non superiore a tre anni quando si procede per i reati per i quali è prevista la pena dell’ergastolo o della reclusione non inferiore nel massimo a dodici anni; negli altri casi, per un periodo non superiore a un anno. Durante tale periodo è sospeso il corso della prescrizione». Il secondo comma prevede che «con l’ordinanza di sospensione il giudice affida il minorenne ai servizi minorili dell’amministrazione della giustizia per lo svolgimento, anche in collaborazione con i servizi locali, delle opportune attività di osservazione, trattamento e sostegno. Con il medesimo provvedimento il giudice può impartire prescrizioni dirette a riparare le conseguenze del reato e a promuovere la conciliazione del minorenne con la persona offesa dal reato».

Il primo comma del successivo art. 29 stabilisce che «decorso il periodo di sospensione, il giudice fissa una nuova udienza nella quale dichiara con sentenza estinto il reato se, tenuto conto del comportamento del minorenne e della evoluzione della sua personalità, ritiene che la prova abbia dato esito positivo. Altrimenti provvede a norma degli articoli 32 e 33».

Sotto il profilo della natura giuridica, l’istituto della messa alla prova configura, in caso di esito positivo, una causa di estinzione del reato che, in quanto tale, importa il venire meno della punibilità con la conseguente rinuncia da parte dello Stato all’applicazione della pena e delle altre conseguenze penali.

Il carattere profondamente innovativo dell’istituto e la sua natura di causa estintiva del reato hanno provocato, sia in fase di approvazione della norma che nella successiva fase applicativa, notevoli dubbi di legittimità costituzionale. In particolare, si riteneva che l’introduzione di un istituto di natura sostanziale, qual è una causa estintiva, esulasse dall’oggetto della legge delega, la quale prevedeva che venissero formulate esclusivamente norme di carattere processuale. Ancora più in particolare, il Consiglio Superiore della Magistratura, nel parere sul progetto definitivo delle disposizioni sul nuovo processo minorile del luglio del 1988, avanzava riserve in merito alla conformità del nuovo istituto con l’art. 3, lett. a) della legge-delega, il quale si limitava a prevedere la possibilità di sospendere il procedimento, senza tuttavia formulare alcun riferimento ad un eventuale estinzione del reato.

Le riserve avanzate dal Consiglio Superiore della Magistratura, tuttavia, sono state diffusamente censurate dalla dottrina, la quale ha rilevato come il silenzio sul punto della lett. e) dell’art. 3 della legge delega non comporta l’illegittimità costituzionale della noma che disciplina la messa alla prova. Oltretutto, e tale orientamento non può che essere condiviso, è stato rilevato che l’estinzione del reato in caso di esito positivo della prova costituisce la logica e necessaria conseguenza del «dovere del giudice di valutare compiutamente la personalità del minore, anche ai fini dell’apprezzamento dei risultati degli interventi di sostegno», con la possibilità di sospendere il processo a tale scopo. L’apprezzamento dei risultati conseguiti dal minore nel periodo di prova, infatti, non può che importare, quale logica conseguenza, che una valutazione positiva incida sulla possibilità di dichiarare l’estinzione del reato. A conferma di quanto detto sinora, occorre rilevare che, sino ad oggi, nessuna pronuncia della Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità della norma e le numerose eccezioni formulate dai giudici, sia in sede di legittimità che di merito, sono state pressoché costantemente rigettate. Al contrario, la Corte Costituzionale, chiamata a decidere sulla legittimità della sospensione del processo anche in caso di giudizio abbreviato e di giudizio immediato, ne ha esteso l’ambito di applicazione, finendo così per confermare implicitamente la legittimità costituzionale dell’istituto della messa alla prova.

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