Messa alla prova del minore: verso una nuova concezione del crimine e del suo autore

 In Sul Filo del Diritto, Anno 3, N. 4 - dicembre 2012

Venendo ora ad esaminare i presupposti della messa alla prova, occorre preliminarmente rilevare che il D.P.R. n. 448/1988 non stabilisce se la sospensione del processo e la conseguente messa alla prova siano subordinate alla necessità di un previo accertamento di responsabilità del minore autore di reato. In proposito, tuttavia, appare di tutta evidenza che la messa alla prova costituisce una misura penale. Con essa, infatti, il minore viene sottoposto ad una limitazione della libertà personale, attraverso l’imposizione di determinati obblighi di fare e la prescrizione di astenersi da determinate condotte, oltre alla previsione di una vigilanza sul minore da parte di un organismo di carattere penale quale il servizio sociale. Tutto ciò, si badi bene, in una fase nella quale ancora non è stata pronunciata alcuna sentenza di condanna. Orbene, ove tutto ciò fosse consentito in assenza di un preventivo accertamento di responsabilità penale del minore, si dovrebbe necessariamente sostenere che l’istituto della messa alla prova si pone in contrasto sia con i più basilari principi che ispirano il processo penale, quale quello di legalità, sia con il principio di presunzione di innocenza dettato dal secondo comma dell’art. 27 della Carta Costituzionale.

A ben vedere, tuttavia, non si viene a creare alcun contrasto, atteso che il Tribunale per i Minorenni dispone la messa alla prova solo dopo aver accertato l’esistenza di prove consistenti della colpevolezza del minore. È, infatti, pacificamente condivisa l’opinione che il giudice, al fine di poter disporre la sospensione, debba essere in possesso di elementi che siano sufficienti a non far ritenere l’accusa infondata. Anche perché, in caso contrario, l’applicazione della messa alla prova sarebbe comunque preclusa, dovendo il giudice in tale evenienza emettere altro tipo di provvedimento, quale un decreto di archiviazione, ovvero una sentenza di non luogo a procede ai sensi dell’art. 425 c.p.p.

La sospensione del processo richiede, altresì, che il minore abbia prestato il proprio consenso. Tale requisito viene considerato fondamentale per il buon esito della messa alla prova, in quanto garantisce che il minore partecipi attivamente al programma propostogli dal giudice senza percepire le prescrizioni dategli come una imposizione. In questo senso, infatti, deve interpretarsi il dettato del primo comma dell’art. 28, il quale prescrive al giudice di sentire il minore consentendogli, in mancanza di un consenso esplicito, di interpretare la volontà del minore di aderire al progetto anche sotto forma di consenso tacito. Appare evidente che il consenso del minore, quale sia la forma in cui esso viene prestato, costituisce un passaggio imprescindibile nell’applicazione dell’istituto, non potendosi plausibilmente prevedere che il minore che non acconsenta alla messa alla prova, magari negando la propria responsabilità o le ragioni della vittima, consegua, nel corso del periodo di prova, un’evoluzione in positivo della propria personalità.

Logico presupposto della necessità che il minore presti il proprio consenso è dato dall’essere il minore stesso capace di intendere e di volere. L’accertamento di tale requisito, non espressamente richiesto dalle norme in esame ma frutto dell’elaborazione giurisprudenziale e dottrinale, si impone in primo luogo in quanto, in assenza della capacità di intendere e di volere, il minore non sarebbe imputabile e, dunque, andrebbe prosciolto. Inoltre, richiedendo la messa alla prova che il minore presti il proprio consenso al progetto propostogli, appare necessario che tale consenso sia validamente prestato, cosa che potrà verificarsi unicamente laddove si tratti di un soggetto sufficientemente consapevole e maturo.

La messa alla prova è, infine, subordinata ad una valutazione discrezionale del giudice, il quale, formulando un giudizio di tipo prognostico sulla personalità del minore e sull’opportunità di emettere il provvedimento di cui all’art. 28, dovrà valutare se sussiste la possibilità che il minore prenda le distanze dalla scelta deviante operata mediante la commissione del reato.

A tal fine, il giudice, ai sensi dell’art. 9 del D.P.R. n. 448/1988, potrà acquisire «elementi circa le condizioni e le risorse personali, familiari sociali ed ambientali del minorenne” allo scopo di “disporre le adeguate misure penali». La giurisprudenza della Corte di Cassazione, inoltre, ha elaborato una serie di criteri cui il giudice deve avvalersi, nella sua pur ampia discrezionalità, nel formulare la valutazione sulla personalità del minore. In particolare, spetterà al giudice prendere in considerazione la tipologia di reato di cui si è reso autore il minore, nonché le sue modalità di attuazione, i precedenti penali del minore, il suo carattere il suo stile di vita ed ogni altro elemento che possa risultare utile per la formulazione che l’organo giudicante è chiamato a compiere.

Così il giudice potrà decidere di non concedere la messa alla prova laddove ritenga che il contesto ambientale in cui è inserito il minore sia talmente compromesso da non consentirne il recupero mediante l’istituto in esame. Allo stesso modo, come è avvenuto in relazione alla tristemente nota vicenda di Erika e Omar, la messa alla prova potrà essere negata quando, proprio in considerazione dei criteri sopra indicati ed in particolare per l’estrema gravità del delitto e per le spaventose modalità di esecuzione, si ritenga che si sia «creata tra gli imputati e la società una frattura, che non può essere risolta e superata nel termine di tre anni previsto dalla legge».

Occorre, tuttavia, sottolineare che nella propria valutazione il giudice, come detto, non è vincolato da limiti di pena legislativamente imposti. La messa alla prova potrà essere concessa tanto al minore che ha commesso una semplice contravvenzione quanto a quello che si è macchiato di un grave delitto, rilevando piuttosto il giudizio prognostico sulla capacità e sulle possibilità di recupero del minore. La discrezionalità del giudice, pertanto, trova un limite non già nel titolo di reato, quanto, piuttosto, nella possibilità che la prova si possa rivelare utile per il minore in considerazione della sua personalità.

Oltre a quelli sinora indicati, non vi sono altri requisiti sanciti dalla legge per l’applicazione dell’istituto della messa alla prova. Né è necessario che il minore sia privo di precedenti penali e giudiziari, dovendosi procedere, di volta in volta, ad una valutazione diversificata delle molteplici variabili che caratterizzano una personalità in via di sviluppo quale è quella di un adolescente. Conseguentemente, anche l’esito negativo di una precedente prova non preclude che il giudice possa applicare successivamente una nuova messa alla prova, potendo la stessa essere giustificata da un intervenuto cambiamento delle condizioni personali ed ambientali del minore.

Venendo ad esaminare il contenuto della messa alla prova, occorre fare riferimento all’art. 27 delle disposizioni di attuazione del D.P.R. n. 448/1988, il quale stabilisce che la decisione di sospendere il processo per mettere alla prova il minore deve essere assunta sulla base di un progetto di intervento elaborato dai servizi minorili dell’amministrazione della giustizia, in collaborazione con i servizi socio-assistenziali degli enti locali. Tale progetto deve prevedere, anzitutto, «le modalità di coinvolgimento del minore, del suo nucleo familiare e del suo ambiente di vita».

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