Messa alla prova del minore: verso una nuova concezione del crimine e del suo autore

 In Sul Filo del Diritto, Anno 3, N. 4 - dicembre 2012

La legge attribuisce, dunque, un ruolo senza dubbio preminente ai servizi sociali per i minorenni, struttura amministrativa del Ministero della Giustizia che è chiamata ad una funzione di “mediazione giudiziaria”, nonché allo svolgimento di un’attività di raccordo tra i diversi soggetti interessati. Il buon esito della messa alla prova, infatti, è strettamente legato alla capacità dei servizi, sia giudiziari che locali, di interagire con le parti interessate e di fare interagire queste ultime tra loro, con l’ulteriore e fondamentale compito di dare un corpo all’istituto formulando uno specifico progetto di prova. Una volta predisposto il progetto, spetterà agli stessi servizi minorili, diretti referenti del giudice, in collaborazione con quelli locali, prendere in affidamento il minore ed avviare le necessarie attività di osservazione, trattamento e sostegno. Il contenuto del progetto, che si sostanzia nell’oggetto della prova, riguarda l’osservanza di specifiche condotte, relative ad una determinata l’attività lavorativa, di studio, di volontariato, sportiva, ai contatti con il servizio sociale ed al sostegno psicologico del minore. L’art. 28 prevede, altresì, che il giudice possa impartire delle prescrizioni dirette a riparare le conseguenze del reato e a promuovere la conciliazione del minorenne con la persona offesa dal reato.

All’esito del periodo di prova, il giudice fisserà un’udienza nel corso della quale, ai sensi dell’art. 29, sarà necessario procedere a due tipi di accertamento. Il primo di essi riguarda il comportamento tenuto dal minore durante la prova. Non è necessario che lo stesso abbia pedissequamente osservato tutte le prescrizioni impostegli, quanto, piuttosto, che abbia dimostrato, con la sua condotta, una piena adesione al progetto. Sono, infatti, tollerate alcune trasgressioni, purché non gravi ed isolate. Il giudice dovrà inoltre verificare la maturazione psicologica conseguita dal minore nel corso della prova, e, solo in caso di esito positivo, verrà emessa una pronuncia di proscioglimento.

Ove, viceversa, l’esito dell’accertamento compiuto dal giudice sia negativo, ai sensi dell’art. 29, il processo proseguirà nelle sue forme ordinarie.

 

Considerazioni conclusive

L’istituto della messa alla prova, in accoglimento delle istanze formulate tanto a livello nazionale che internazionale dirette a far sì che il processo penale minorile sia finalizzato al recupero del minore autore di reato, è certamente la maggior espressione del principio di minima offensività. Anzi, la messa alla prova appare essere la vera espressione dei principi cui è stata informata la disciplina del processo minorile dettata dal legislatore del 1988. La stessa Corte costituzionale, nella sentenza n. 125 del 1995, ha ritenuto che la messa alla prova sia l’istituto che più di ogni altro risponde alle esigenze della giustizia minorile, favorendo il reinserimento sociale del minore, nella certezza che il processo possa essere, il più delle volte, un evento demoralizzante e stigmatizzante per un adolescente.

L’istituto rispecchia un nuovo modo di interpretare il crimine ed il suo autore che, passando attraverso il superamento della concezione afflittiva e retributiva della pena, si spinge oltre, mediante la presa di consapevolezza dell’inutilità della pena detentiva ai fini della rieducazione del reo. Allo stesso tempo, l’istituto della messa alla prova, lungi dal configurare uno strumento di clemenza, riesce a coniugare, sintetizzandole, le istanze punitive con quelle educative. Il minore messo alla prova, infatti, viene responsabilizzato, riconoscendosi in lui la possibilità di una crescita e di una evoluzione positiva che lo portino a prendere le distanze dall’atto criminogeno compiuto attraverso lo svolgimento di un percorso che gli consenta di rimettersi, o di porsi per la prima volta, in rapporto con una realtà sociale sana. Nello sviluppo di una personalità in crescita il singolo atto trasgressivo non può e non deve necessariamente essere considerato quale sintomo di una scelta deviante, rendendosi necessario che al minore venga riconosciuta la possibilità di riabilitarsi da quello che, altrimenti, finisce per essere considerato quasi come una sorta di peccato originale.

Le potenzialità di questo istituto, peraltro universalmente riconosciute, si scontrano, purtroppo, con le difficoltà legate alla sua concreta applicabilità. La messa alla prova, infatti, per giungere ad esiti positivi, necessita del coinvolgimento di varie figure ed organismi esterni e della dell’effettiva sussistenza e qualità delle risorse familiari, sociali ed istituzionali che si devono mobilitare intorno ed insieme al minore. La prassi ha, infatti, dimostrato che laddove non vi siano sufficienti strutture pubbliche e private, competenze adeguate e professionalità, l’applicazione dell’istituto viene inevitabilmente compromessa. In altri casi sono le stesse condizioni sociali del minore che rendono impraticabile le messa alla prova o che, comunque, ne compromettono l’esito. Ciò si verifica tutte le volte in cui il minore non sia circondato da una famiglia presente ovvero sia proprio la famiglia a costituire, in qualche modo, la causa stessa della devianza, come avviene per i minori che crescono in realtà sociali nelle quali il crimine viene considerato uno stile di vita generalmente condiviso.

Tali variabili hanno dimostrato come vi sia un elevato rischio di insuccesso nel caso di minori stranieri, spesso privi di fissa dimora e senza un adeguato controllo familiare. Pertanto, benché le statistiche dimostrino che la maggior parte delle prove si concludono con esito positivo, con una media percentuale annua dell’ 80,3% nel decennio che va tra il 2000 e il 2010, l’istituto rischia, ad oggi, un’applicazione asimmetrica con il pericolo di una conseguente disparità di trattamento dei minori autori di reato.

Cionondimeno, appare auspicabile che il principio e le finalità sottese a questo istituto siano di ispirazione per l’introduzione di strumenti analoghi anche nel processo che si svolge a carico di imputati maggiorenni. In questo senso pare dirigersi il decreto legge denominato “svuota carceri” sulla messa alla prova e le misure alternative alla detenzione sottoposto all’esame del parlamento nel mese di dicembre dell’anno appena trascorso.

In particolare, il decreto introduce l’istituto della messa alla prova per chi si sia reso responsabile di un reato per il quale sia prevista una pena massima di quattro anni, purché non si tratti di imputato recidivo. Detto disegno di legge, tuttavia, approvato dalla Camera a larga maggioranza i primi giorni del mese di dicembre, probabilmente non vedrà purtroppo la luce in tempi stretti, attesa la decisione della conferenza dei capigruppo del Senato di escludere il disegno di legge dai provvedimenti che saranno adottati prima della fine della legislatura.

 

Bibliografia:

T. Bandini, U. Gatti, M. I. Marugo, A. Verde, Criminologia, Milano, Giuffrè, 1991.

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Cass., Sez. V Pen., 25 febbraio 2010 – 11 giugno 2010, sent. n. 22587.

Cass., Sez. II Pen., 23 giugno 2012 – 30 agosto 2010, sent. n. 32430.

Cass., Sez. II Pen., 13 luglio 2010 – 6 settembre 2010, n. 32692.

 

Sitografia:

Giustizia Minorile, Dipartimento per la Giustizia Minorile, La sospensione del processo e messa alla prova (art. 28 D.P.R. 448/88) Analisi Statistica – Anno 2010, www.giustiziaminorile.it/statistica/Messa_Alla_Prova_2010.pdf

 

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