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Cecità

 In SegnaLibro, Anno 4, N. 4 - dicembre 2013

“Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo,
Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo,
non vedono”

(Saramago)

Un’improvvisa epidemia di cecità colpisce una città qualunque, di un paese qualunque, in un tempo qualunque.

I dettagli spazio-temporali non contano, non sono importanti, ciò che assume valore sono i profili e le dinamiche umane che, mirabilmente, l’Autore racconta.

Josè Saramago, Cecità (titolo originale Ensaio sobre a Cegueira, 1995), Einaudi, 1996

Josè Saramago, Cecità (titolo originale Ensaio sobre a Cegueira, 1995), Einaudi, 1996

Il primo a divenire cieco è un automobilista in attesa del verde sul semaforo, tutt’a un tratto avvolto da un candore luminoso, una sorta di “mare di latte”, che gli impedisce di avanzare. Circondato da alcuni passanti al fine di recargli aiuto, uno di questi in particolare, di cui poi si leggerà essere un “ladruncolo di automobili”, si offre di accompagnarlo a casa guidando la sua auto. Vi è da dire che egli, nel preciso momento in cui offriva il suo aiuto, “non aveva alcuna intenzione malevole, anzi, al contrario, non fece altro che obbedire a quei sentimenti di generosità e altruismo che, come tutti sanno, sono due delle migliori caratteristiche del genere umano…”. Poi però, “se è vero che l’occasione non sempre fa l’uomo ladro, è anche vero che lo aiuta molto”, decide di rubare la macchina al primo cieco. Quest’ultimo si rende conto del danno subito, tuttavia, solo qualche tempo dopo l’esser diventato cieco, allorquando con la moglie, nel frattempo rientrata a casa, deve recarsi dall’oculista per capire i motivi della sua improvvisa malattia. Ad ogni modo, proprio il ladruncolo diverrà il secondo cieco, mentre il terzo sarà poi l’oculista. E così via, nel giro di pochi giorni, altre persone diventano all’improvviso cieche, essendo variabilmente entrate in contatto l’una con l’altra.

A questo punto, essendo il fenomeno portato all’attenzione delle autorità governative, si pone il problema di come intervenire: per inciso, si pensa alla cura, ma subito ben più urgente diviene garantire la tutela sociale e contenere quanto più possibile questa dilagante, sconosciuta ed inspiegabile epidemia che, almeno all’apparenza, sembra trasmettersi tramite contagio. Rendendosi dunque necessario separare coloro che sono ancora sani dai malati e dai contagiati, le autorità decidono di relegare quest’ultimi in un ex manicomio…poiché coincidenza vuole che tale sia l’unica struttura in quel momento disponibile per contenere un così “pericoloso” gruppo di persone. È in questo manicomio che essi, come dice l’autorevole recensione al libro da parte di Cesare Segre, “scoprono, su se stessi e in se stessi, la repressione sanguinosa e l’ipocrisia del potere, la sopraffazione, il ricatto, e peggio di tutto, l’indifferenza”.

All’interno dell’angusta struttura manicomiale, difatti, il gruppo dei primi ciechi (sei persone) viene sin da subito istruito ad assumersi “le proprie responsabilità, pensando anche che l’isolamento in cui ora si trova rappresenterà (…) un atto di solidarietà verso il resto della comunità nazionale”, ed ovvero ad autoregolamentarsi per ciò che concerne: la pulizia personale (lavando da soli i propri vestiti); l’eliminazione di avanzi di cibo e suppellettili “infetti” (dandoli al rogo nei cortili dell’edificio); l’intervento in casi di “incidenti” di varia natura (eventuali incendi), disordini, aggressioni, diffondersi di malattie e fin’anche morte (sotterrando i cadaveri, “senza formalità”, nel recinto dell’istituto). Su di essi vigerà la sovraordinata gestione dei militari del governo, ma limitatamente ai compiti della distribuzione quotidiana del cibo e del mantenimento della segregazione[1]. Ma il punto è che, quando anche quest’ultimi diventano ciechi così come accade a tutti gli abitanti del paese, è il caos.

Vale la pena a questo punto specificare che di tutti gli eventi descritti nel romanzo il lettore diviene spettatore attraverso gli occhi di un solo personaggio, “la moglie del medico”, che per rimanere insieme al marito astutamente si finge cieca allorquando si effettua il trasferimento dei malati in manicomio: essa diviene specchio di tutte le nefandezze di cui l’Autore fornisce esempio sul genere umano, ivi compreso lo scellerato esercizio del potere ad opera del gruppo dei “ciechi malvagi”, che trattengono a sé tutto il cibo che proviene dall’esterno al fine di ricattare gli altri ciechi ed ottenere vantaggi personali che comprendono anche prestazioni sessuali da parte delle donne.

L’egregia composizione stilistica adottata da Saramago, che come è noto risparmia in punteggiatura (salvo l’uso dei punti e delle virgole seguite da lettera maiuscola per introdurre un dialogo) e nell’uso di nomi propri (i personaggi vengono sempre distinti per mezzo di espressioni indicative di una loro caratteristica o per il ruolo che ricoprono; in questo caso: “il primo cieco”, “la moglie del medico”, “il ragazzino strabico, “il vecchio con la benda”, etc.), mai appesantisce la lettura delle sue opere ed in questa, specificatamente, agevole è cogliere l’allegoria che l’autore desidera mostrare scegliendo la cecità ad indicare le ciclicità dei temi della solidarietà e del rispetto con quelli dell’indifferenza e della disumanizzazione.

Del resto Saramago, insignito nel 1998 del Premio Nobel per la Letteratura in virtù “delle parabole sostenute da immaginazione, compassione ed ironia” attraverso le quali “abilita continuamente alla comprensione di realtà difficili da percepire[2], mostra i risultati di un esperimento sociologico condotto ponendo i protagonisti in condizioni “al limite”: la cecità rappresenta la perdita della razionalità, spiega lo stesso autore, allorquando si pone “un gruppo umano in una situazione di crisi assoluta. La privazione della vista è in un certo senso la privazione della ragione”. Un esperimento, tuttavia, non condotto in laboratorio bensì nel e sul mondo: “Quello che racconto in questo libro sta succedendo in qualunque parte del mondo in questo momento”, come a dire che, essendo la storia qui raccontata del tutto decontestualizzata da specifiche coordinate di tempo e luogo, potrebbe avvenire dovunque e a chiunque, ed anzi sta già accadendo.

Per ciò che concerne la centralità del tema della solidarietà e del suo annientamento, ecco che essa, da un lato, viene mostrata dai protagonisti del romanzo in variabili forme e misure: essa infatti unisce, all’inizio, il “gruppo dei ciechi buoni” (il gruppo dei ciechi della moglie del medico), complice anche il loro ridotto numero ed il fatto che, per primi, abbiano condiviso l’esperienza della cecità; ma poi unisce anche, tra loro e contro gli altri, il “gruppo dei ciechi malvagi”, che certamente destabilizza la collettività negando pari diritti e rispetto per ognuno. Dall’altro lato, infatti, l’Autore spiega come “è di questa pasta che siamo fatti, metà di indifferenza e metà di cattiveria”, in quanto al cospetto di un evento grave, improvviso ed inspiegabile, i personaggi del romanzo dimenticano le più elementari regole del vivere sociale ed inesorabilmente regrediscono ad istinti primordiali ed animaleschi in cui la lotta per la sopravvivenza mostra il peggio della natura umana. Persa la capacità di compassione e pietas per il più debole, vince dunque la disumanizzazione e la regola della violenza del più forte.

La cecità fisica diviene allora metafora della cecità mentale, o per meglio dire della cecità della coscienza: se da un lato “vedere” non diviene sinonimo di “guardare”, e ciò che colpisce l’occhio non assume alcun significato, l’esistenza diviene vuota, impersonale ed infruttuosa.

Eppure, d’altro canto, è la cecità stessa a divenire condizione per giungere alla conoscenza: “il mondo è tutto qui dentro”, dice la “moglie del medico”, stante che il dentro è al contempo la sede fisica (la struttura manicomiale, il corpo) e la sede metafisica (l’anima) di un mondo alla fin fine “fragile”, se si pensa che così come all’improvviso può cadere, allo stesso modo, e per fortuna, può rinascere (l’improvvisa epidemia di cecità, così come era sorta, altrettanto improvvisamente scompare ed i personaggi del romanzo, uno alla volta, riacquistano la vista).

Ecco, dunque in definitiva si può dire che Saramago pone un monito: se la solidarietà è l’arma con la quale si combatte la solitudine, non solo per chi la rende ma anche per chi la riceve, e se altresì la spontaneità di un gesto di solidarietà instaura un rapporto naturale tra le parti dove riconoscenza e subalternità si annullano tra loro, ciò che mai dovrebbe esser cieca è la speranza, ed il desiderio di saper ben guardare agli orrori causati dall’indifferenza.

Viceversa, esplicita è la sciagura: “la cecità è anche questo: vivere in un mondo dove non c’è più speranza”.



[1] È infatti compito dei militari di impedire a chiunque di uscire, seppur per errore dato dalla cecità, dalla struttura manicomiale: “chi abbandonerà l’edificio senza autorizzazione verrà immediatamente passato per le armi” (p. 43).

[2] (“The Nobel Prize in Literature 1998”; http://www.nobelprize.org/nobel_prizes/literature/laureates/1998/). Tra i motivi dell’assegnazione del Premio Nobel a Saramago si cita infatti: “who with parables sustained by imagination, compassion and irony continually enables us once again to apprehend an elusory reality”.

 

 

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