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Non c’è più vergogna nella cultura

 In SegnaLibro, Anno 3, N. 4 - dicembre 2012

Edizione italiana a cura di Andrea Baldassarro, Alpes Italia, Roma, 2012.

Doriano Fasoli, nella collana I territori della Psiche, che dirige presso l’Editore Alpes Italia, accoglie questo volume che è l’edizione italiana dello stesso, pubblicato nel 2010 per la Penta Editions di Parigi. Il tema centrale, di assoluto rilievo ed attualità, è quello della vergogna, esplorato nel versante psicoanalitico, sia teorico che clinico, filosofico ed artistico.

Lo stesso curatore, Andrea Baldassarro, nella prefazione all’edizione italiana, si interroga sullo stato delle cose, suggerendo che la vergogna è “un regolatore degli scambi sociali” con la funzione di “preservare il soggetto dall’esposizione a comportamenti troppo conflittuali con l’ambiente e se stessi, ponendosi in stretta relazione con la colpa”. E la colpa è un tema centrale della nostra cultura fin dall’inizio della storia. Possiamo dire di essere figli della colpa originaria (aver mangiato il frutto dell’albero del bene e del male) e che la vergogna è il primo sentire che avvertono l’uomo e la donna, fin dalla narrazione biblica: “si accorsero di essere nudi e provarono vergogna”.

La vergogna sembra essere il grande assente della nostra epoca e, pertanto, un’opera come questa suscita l’interesse e stimola una riflessione su questa “mancanza”. Certo, la scrittura è densa, si direbbe in alcuni casi, per “addetti ai lavori”, ma con un piccolo sforzo si apre un orizzonte di senso per chi legge. Lo stesso curatore dell’edizione italiana avverte che “La vergogna è un concetto che difficilmente può essere maneggiato agevolmente nel discorso psicoanalitico, in quanto la sua essenza rimanda fondamentalmente al discorso teologico e a quello morale, o tutt’al più al campo della psicologia sociale”. Mette in risalto che il concetto di vergogna è inevitabilmente legato a quello di colpa, e in questo caso la disciplina psicoanalitica ha prodotto numerose teorizzazioni.

L’opera, una collettanea a più voci, a volte dissonanti, come è giusto che sia quando s’intende fornire un contributo serio, si snoda a partire da una “antologia psicoanalitica” dell’onta e del pudore, lungo il crinale filosofico che investiga il senso della vergogna, e qui il linguaggio si fa più articolato, laddove, ad esempio, André Jacob dice “Per dirla in breve, si potrebbe suggerire che a un mondo dell’onore tende a sostituirsi quello della giustizia, la cui realizzazione è ancor più ambiziosa e molto parzialmente raggiunta” (p.33). Lo stesso conclude suggerendo che “Per il suo legame all’in-degnità è un segno prezioso per scuoterci e ritrovare fierezza e dignità” (p.33). Sembrerebbe quasi uno stimolo ad orientare nuovamente il senso del nostro agire verso una rinnovata esperienza della vergogna come antesignana del pudore, senza quegli accenti moralistici che sono veicolati dalle confessioni religiose.

L’opera si conclude nel confronto con l’arte e la letteratura, due luoghi dell’esperienza umana in cui chi agisce sperimenta la forza della creatività in diretto contrasto con ciò che le si oppone: la morte. Lo leggiamo nelle pregnanti ed attente parole di Achille Bonito Oliva che dice “In definitiva, l’arte rovescia la nozione di natura in antinatura, mediante citazioni di violenza, crudeltà e morte e costruisce tutta una serie precisa di opposizioni e di doppi a quella che è la più comune nozione vitalistica della natura” (p.74). E in quelle del curatore de volume, che ci rimanda ad un Don Giovanni “senza colpa e senza vergogna” il quale “Sembra non provare la colpa come trasgressione di una norma, che può condannarlo, né la vergogna come limite al godimento totale, che porta, altrimenti, come infatti sarà, alla morte. La vergogna costituisce infatti un argine necessario al piacere che potrebbe portare l’individuo alla sua stessa perdita e dissoluzione”.

 

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