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La ripresa finanziaria post-culto

 In Sotto il Segno del Culto, N. 2 – giugno 2014, Anno 5

Nella strada per tornare ad essere me stessa, mi sono resa conto di essere una discente, e ho permesso a me stessa di commettere degli errori lungo il cammino. Dopo essere – a fatica – sopravvissuta al culto, ho ingranato nuovamente nella mia vita, compiendo passi piccoli ma sicuri, verso la consapevolezza di avere possibilità di scelta. Se un ambiente mi avesse dato l’impressione di essere costantemente minaccioso, avrei potuto scegliere di allontanarmene. Per esempio, in uno di questi impieghi il mio capo e i miei colleghi sapevano fin dall’inizio della mia invalidità, ma non tutti furono a loro agio nel lavorare con una persona nelle mie condizioni. Qui sono stata licenziata, per la prima ed unica volta nella mia vita. Comprendo adesso che alcuni dei tentativi di gestire il mio disordine da stress post-traumatico, come spegnere le “assordanti” luci fluorescenti nell’ufficio in cui lavoravo, mettevano gli altri a disagio e creavano nervosismo nell’ambiente lavorativo. Essere licenziata non fu piacevole, ma sono grata per ciò che ho imparato da quell’esperienza. Semplicemente, non faceva per me.

In seguito, ho lavorato part-time per un agenzia che offriva servizio di assistenza. Fu un lavoro provvisorio con vari compiti, alcuni dei quali ebbero risultati migliori di altri. La maggior parte dei miei iniziali lavori erano sottopagati, ma avevano aspetti che mi accompagnavano nel mio ritorno alla normalità. Per esempio, mi piaceva aiutare i pazienti anziani nelle attività quotidiane. È vero, dovevo porre molta attenzione nel farlo fisicamente, ma sempre più andavo comprendendo che il contatto personale, mutuato da ambienti tranquilli, mi faceva stare bene.

Un grosso aiuto nella mia riabilitazione lavorativa è arrivato quando la divisione della Riabilitazione Professionale stabilì un’assistenza che mi avrebbe aiutata nel tornare a lavorare. Ricevetti un “ticket di lavoro” dalla Social Security, che mi dava il diritto di lavorare con un Case Manager, che vigilava sui miei progressi nell’ottenere e portare avanti impieghi retribuiti, con la meta finale del superamento della mia invalidità. Lei garantiva economicamente per me affinché ricevessi assistenza, e io frequentavo, inoltre, un gruppo di incontri. Anche il counseling mi aiutava molto, tirando fuori il mio senso di “condanna incombente”, sensazione frequente fra i fuoriusciti. È stato difficile credere nel futuro fino a quando non sono riuscita a superare le “disarmanti” paure che in anni e anni di un indottrinamento fatto di menzogne e dipendenza, avevano preso possesso della mia mente.

Anche l’usufruire dei servizi gratuiti di sostegno alla persona mi ha aiutata a guarire. Sono cresciuta in una famiglia con effettivi problemi di alcolismo, alcuni dei miei problemi di difficoltà nelle relazioni con gli altri derivavano anche da questo. Il frequentare degli incontri pomeridiani della associazione Al-anon mi “costringeva” ad uscire, e la struttura dei gruppi di sostegno mi aiutava a provare un senso di “casa” e di sicurezza che non avevo provato nel culto. Al-anon, gruppo dei 12-step[3], mi ha aiutata nell’aprirmi agli altri e nel trovare conforto; inoltre potevo decidere di parlare o meno, era una mia decisione. Ho apprezzato questa possibilità di scelta, mi ha rafforzato la consapevolezza che potevo tornare a decidere autonomamente, senza che alcuno mi facesse pressione. Ero pronta per lo step successivo, la sfida più importante in campo lavorativo e nel recupero totale della mia dignità: provare ad iniziare di nuovo la mia attività di massaggi.

Prima di entrare nel culto ero una terapista massaggiatrice con qualifica; adesso si trattava di scoprire se potevo esserlo di nuovo. Ancora una volta ho trovato persone disposte a darmi un aiuto. Un’organizzazione per i disabili mi ha sostenuta nel pagare la carta di lavoro, necessaria per svolgere le attività professionali. Anche la mia counselor è stata molto attenta e incoraggiante nell’aiutarmi ad identificare i lavori che potevano essere idonei per me nelle varie fasi del mio recupero.

Volontariato come mezzo per guarire

All’inizio della mia fuoriuscita il volontariato è stato un altro buon modo per approcciarmi di nuovo al lavoro. Mancando la obbligatorietà avevo molto poco da perdere: se un giorno non riuscivo ad affrontare le mansioni assegnate potevo restare a casa. Lavorare al Banco Alimentare inizialmente mi preoccupava, ma poi pian piano ho imparato ad interagire con le persone. Lentamente, ho imparato a fidarmi di nuovo di me stessa, più interagivo con gli altri meno minacciosi diventavano gli ambienti esterni.

Ogni passo è stato fondamentale per il recupero. Il volontariato ha rafforzato la concezione di me stessa e l’idea che avrei potuto essere utile senza venir sfruttata. Il lavoro con gli animali mi ha fatta entrare in contatto con l’amore che provavo per loro, e con una profonda parte di me: quando esageravo, o non stabilivo confini chiari, sentivo il dolore di quella situazione. In ogni caso, erano confini sicuri, che mi permettevano di aprirmi, di dialogare. Nel culto non c’era dialogo, non c’era sicurezza.

Per molti mesi, dopo la mia fuoriuscita, tutto quello che riuscivo a fare era dormire o stare a letto. Ci sono voluti circa sei mesi per trovare la forza per iniziare lentamente ad alzarmi dal letto e “aiutare” mia madre nelle faccende di casa. Inizialmente, ero esausta anche solo nel fare un bagno o scaricare una lavastoviglie. Mi sono imposta, provando e riprovando, di portare a termine un solo compito al giorno, cercando ogni giorno piccole ragioni per sentirmi bene con me stessa.

Prima di entrare nel culto, mi piaceva molto leggere. Ho iniziato ad andare per biblioteche della zona, ricordando a me stessa chi ero veramente. Avere la possibilità di leggere libri o vedere film gratuitamente ha costituito un passo avanti nella mia faticosa risalita verso la vita. Ho potuto riflettere, confrontarmi “allenando” me stessa alla valutazione del mio valore, dopo essere stata scossa, decostruita e “ricostruita” ad immagine del culto. Ho iniziato di nuovo a fidarmi del mio istinto, ad ascoltarlo. La casa di campagna di mia madre mi ha dato un accesso diretto alla natura immergermi nel silenzio, nella tranquillità, nella solitudine. Solitudine accompagnata dalla mia voce interiore che mi ha aiutata, credo, a riprendermi prima di quando non avrei potuto fare in un ambiente cittadino affollato e caotico.

Grazie a mia madre che mi convinse, quando decisi di entrare nel culto, a conservare il mio tavolo per massaggi adesso potevo iniziare, di nuovo, ad effettuare massaggi. Questo mi ha aiutato piano piano a riconnettermi alla “me stessa”, autentica. Quella che ero precedente prima di incontrare le dottrine del culto. Non è stato facile, anzi. All’inizio facevo massaggi saltuariamente, soprattutto ad amici che frequentavano la nostra Chiesa, persone che erano contente di poter contribuire ad aiutarmi nei miei sforzi nel recuperare ricordi, sensazioni e maestria nello scorrere le mie mani affinché il tocco risultasse curativo. Da un massaggio a settimana, lentamente un po’ alla volta, ho aumentato il mio ritmo, ma mai più di uno al giorno, in quel periodo.

La musica rilassante della stanza dove facevo i miei massaggi, accompagnata dalla quiete dell’ambiente di campagna, placarono il mio spirito ferito. Mi piaceva quella tranquillità, come mi ristoravano le conversazioni che spontaneamente si instauravano con i miei nuovi clienti. Adesso le mie giornate non mi sembravano più così lunghe e vuote. Percepivo che stavo ritrovando me stessa. Nel tempo, i molti complimenti ricevuti dai miei clienti – alcuni, infatti, dicono di aver ricevuto da me il miglior massaggio della loro vita – mi hanno fatta sentire capace, restituendomi fiducia nelle mie potenzialità. Attualmente posso dire a me stessa di essere buona terapista massaggiatrice.

Riacquistare la mia predisposizione nel fare massaggi ha voluto dire ritrovare la mia vita e con essa sperimentare l’emozione di essere fiera di me. Adesso potevo guadagnare un po’ di soldi ed aiutare mia madre, sensazione di auto-efficienza dimenticata da tempo, troppo tempo. Le sarò per sempre grata per aver intuito quanto la mia attitudine nel fare massaggi sarebbe stata la via della mia guarigione.

Provando, immagino, le stesso entusiasmo di una bambina che man mano diventa donna, ho imparato, di nuovo, a gestire una piccola impresa tutta mia. Senza spendere molti soldi, ho imparato ad utilizzare le risorse disponibili, per esempio, ho preso contatti con gruppi di networking gratuiti, iniziando a scrivere articoli gratuiti freelance per un giornale pubblicizzando il mio lavoro. Questo nuovo modo di percepirmi ha cambiato radicalmente il mio pensiero: non mi sarei nascosta al mondo mai più. È vero nel mondo ci sono persone che possono risultare nocive, ma in mezzo a loro ce ne sono anche di buone, anzi, forse di più. Io le ho incontrate e ho ricevuto il loro aiuto in maniera disinteressata. Anche se adesso sono molto più selettiva che in passato e scelgo i miei collaboratori con accuratezza, non posso negare l’aiuto ricevuto da persone che neanche mi conoscevano. Inoltre chiedere aiuto agli altri mi ha insegnato una lezione preziosa: le persone sono sempre in condizione di poter dire di no; non è necessario che io metta dei limiti per loro. Sono io che riconosco i miei limiti chiedendo aiuto.

Denaro ben speso

Non potrà mai ringraziare abbastanza la mia famiglia. Come non potrò mai dimenticare come il culto mi aveva convinta ad allontanarmi da essa. L’aiuto ricevuto dai miei famigliari, specialmente da mia madre, credo mi abbia salvato la vita. Aiuto che è continuato fino al momento in cui sono stata sufficientemente forte e sono riuscita ad andare avanti contando solo sulle mie forze. È stata dura, ma gradualmente ho imparato di nuovo a nutrirmi e a tenere in ordine la mia casa. Cose normali per molti, quasi scontate, ma non per me. Almeno non più dopo la mia esperienza nel culto. Ho imparato a gestire i miei bisogni con un budget ridotto. Fortunatamente sono sempre stata una persona parsimoniosa: comparare vestiti al negozio dell’usato mi consente di spendere un quarto del prezzo rispetto al nuovo. Anche comprare cose a sconto e valutare di acquistare solo ciò di cui ho veramente bisogno, mi aiuta ad autodeterminarmi nonostante le poche finanze disponibili.

Il denaro speso nel miglior modo è stato quello investito nella mia educazione. O meglio, nella mia “rieducazione”. La frequentazione dei corsi mi ha dato anche modo di stringere nuove amicizie. Ho sperimentato, come fosse la prima volta, la sensazione del mio corpo che si muove leggero nell’acqua. Mi sono iscritta ad un corso di spagnolo: imparare una nuova lingua mi ha permesso di mettermi ulteriormente alla prova e a consolidare la mia identità. Persino andare alla scuola per infermieri, nonostante si trattasse di un’esperienza spiacevole, mi ha insegnato cosa mi piace e cosa no. Tutto questo mi ha permesso di gettare via le etichette con cui il culto mi aveva catalogato.

Un altro buon investimento finanziario è stato prendere parte alle conferenze dall’International Cultic Studies Association (ICSA). Qui ho trovato informazioni “salva-vita” che mi hanno aiutata a smantellare le dottrine del culto, abilitando il mio ormai addormentato senso critico. Seguire le conferenze ICSA per tre anni mi ha permesso di avere un’istruzione necessaria per comprendere come culti e i loro leader ingannatori operano. Il tutto a rette molto accessibili. Esperienza possibile nel momento in cui io non ero in grado si sostenerne le spese. E, ancora una volta, scoprendo che erano disponibili fondi a cui attingere per aiutarmi in questo.

Non è difficile rendersi conto di come la questione economica sia il passaggio più difficile, per il recupero della propria autonomia. Io ci sono arrivata con molta difficoltà. Per esempio, ho imparato a conoscere cosa fossero gli interessi quando sono stata “costretta” a pagare migliaia di dollari di interessi addebitati sulla carta mia di credito. Dopo essere stati economicamente sfruttati da un culto abusante, è importante riappropriarsi delle nostre decisioni finanziarie. Nonostante i miei sforzi e quelli della mia famiglia io ho ancora sulla testa un debito considerevole, ma adesso lo accetto con serenità: come scotto da pagare. Tutto sommato “poca cosa” se lo paragono alla grande soddisfazione di essere, non solo, riuscita ad uscire, ma a sopravvivere.

Mi sento come una fenice che risorge dalle ceneri del passato. Ho preso consapevolezza e forza da quelli che sono stati i miei errori. Adesso condivido la mia esperienza con gli altri, e vivo la mia vita con pienezza.


[1] Tratto da “Post-Cult Financial Recovery” di Mattie Elizabeth Greene, pubblicato su ICSA Today, Vol. 1, No. 2 (2010), pag. 24-27. Il testo è stato modificato, nella forma, in diversi punti per renderlo più scorrevole in italiano. Il permesso di tradurlo e pubblicarlo è stato concesso dall’Associazione Internazionale degli Studi sui Culti (ICSA), pur non assumendosi, questa, la responsabilità dell’accuratezza della traduzione.

Versione originale: http://www.icsahome.com/articles/post-cult-financial-recovery-greene

[2] Assicurazione sanitaria statunitense destinata a persone over 65 o a più giovani che incontrano particolari criteri di invalidità.

[3] Gruppo di alcolisti anonimi.

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