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Ferite a morte

 In SegnaLibro, N. 4 – dicembre 2014, Anno 5
Serena Dandini, Ferite a morte, Rizzoli, 2013

Serena Dandini, Ferite a morte, Rizzoli, 2013

 «Avevamo il mostro in casa e non ce ne siamo accorti. Avevamo il mostro in casa e non ce ne siamo accorti, l’ha detto mia mamma agli inquirenti, avevamo il mostro in casa e non ce ne siamo accorti… […]. Ma neanche il mio marito se n’era accorto, dico, lui che aveva proprio il mostro dentro non se n’era accorto, poveraccio…». (Ferite a morte, p. 19)

Ferite a morte vuol dire tante cose.

È un progetto teatrale, in origine, scritto e diretto da Serena Dandini, ideato sulla scorta del noto “Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Master, come antologia di monologhi di donne violate, violentate, uccise, annullate, spesso da uomini che avrebbero dovuto “solo” amarle e proteggerle…fidanzati, mariti, padri, fratelli.

Documentandosi su decine di storie vere, quelle che sempre più spesso popolano la cronaca giornalistica e mediatica, poiché “Ogni riferimento a fatti e persone realmente esistenti non è affatto casuale”, la Dandini ha affidato alla voce di illustri nomi della cultura e dello spettacolo (Lilli Gruber, Geppi Cucciari, Angela Finocchiaro, Susanna Camusso, Sabrina Impacciatore, Bianca Berlinguer, Lella Costa, Malika Ayane, Elisa, Ambra Angiolini, tanto per dirne alcuni) il compito di mettere in scena i sentimenti, i dolori, lo sgomento, in modo duro e drammatico ma a volte anche ironico e tenero, di tutte le vittime di femminicidio del mondo, che si ritrovano in un ipotetico paradiso tutto al femminile in cui possono finalmente dire ciò che in vita è stato loro negato, messo a tacere, osteggiato.

Lo spettacolo ha debuttato al Teatro Biondo di Palermo il 24 novembre 2012, alla vigilia del giorno deputato alla Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne, e da allora continua a fare il giro nelle più grandi e note arene italiane ed internazionali (fino ad ora: a Bruxelles, Washington, New York, Londra, Ginevra, Strasburgo, Parigi, e le più recenti Tbilisi e Città del Messico), tutti eventi “sold out” e con finalità di sostegno alla rete “D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza”, che riunisce tutti i centri antiviolenza in Italia, nonché alla Convenzione “NO MORE!”, una proposta di politica unitaria che spinge il Governo e le Istituzioni a discutere con urgenza le proposte volte alla prevenzione, al contrasto ed alla protezione delle donne vittime di violenza maschile.

È un blog, www.feriteamorte.it, cui si associa una pagina Facebook ed un profilo Twitter, per raccogliere e diffondere altre storie sul tema della violenza alle donne, notizie, informazioni e segnalazioni su centri di accoglienza, appuntamenti ed iniziative di prevenzione e tutela.

Perché nell’era telematica ogni mezzo è utile per informare, divulgare, istruire, su un tema che esiste da sempre, in quanto “culturalmente e socialmente radicato” (queste le parole della relatrice Rashida Manjoo durante la discussione del Rapporto annuale delle nazioni Unite il 25 giugno 2012), e che tuttavia ancora oggi, nelle dinamiche e nella vastità, rimane oscuro o sottaciuto.

Infine, nel febbraio 2013 Ferite a morte è divenuto un libro, una trasposizione su carta di quelle voci che hanno prima calcato i palcoscenici, per una lettura che, purtroppo e per fortuna, nulla toglie all’emotività ed alla dignità che l’orecchio ha udito.

Il libro si divide in due parti.

Nella prima vi sono i testi delle piece teatrali: 36 capitoli per 36 storie di donne, di ogni parte del mondo e di ogni status sociale, di ogni età, qualcuna ha un nome ma le più non lo dichiarano, tanto non fa differenza, non è nel nome di una donna morta che si racchiude il suo dramma.

Raccontano come e chi ha dato loro la morte…se uccise con premeditazione (come ad esempio nei capitoli “Il mostro”, “Le edicole di Napoli”, “Luna di miele”), per un “giustificato motivo” (come le protagoniste del delitto d’onore dei capitoli “Il senso dell’onore” e “Occhi di gatto”, o le schiave di prostituzione e traffico d’organi dei capitoli “Cow Pills” e “Voodoo style”, o ancora quelle costrette a matrimoni combinati dei capitoli “Angry Brides” e “Alba chiara”), o per un “raptus di follia” (come le protagoniste dei capitoli “Amour fou” e “Lo sapevano tutti”).

Tante voci, tante emozioni, tante paure, un unico destino.

La seconda parte, redatta con la collaborazione della ricercatrice CNR Maura Misiti, è viceversa più “scientifica” e presenta il tema del femminicidio nelle sue varie sfaccettature, nelle dimensioni conosciute, nei riferimenti legislativi di contrasto attualmente in vigore nel panorama nazionale ed estero.

In definitiva, Ferite a morte è tante cose, ha tante forme…ma in realtà vuole essere una cosa sola: un grido di denuncia della verità, un movimento di apertura, prima di tutto degli occhi e della parola, su un tema dove tanto si può dire ma dove qualsiasi parola non basta, anche a partire da quella che lo definisce: femminicidio.

Come spiega il libro, in origine (inizi del XIX secolo) era il termine femmicidio (femicide), diffuso dalla criminologa statunitense Diana Russel (“Femicide: The Politics of woman killing”, 1992), ad indicare quella forma estrema di violenza operata dall’uomo contro la donna “perché donna”: «Il concetto di femmicidio si estende aldilà della definizione giuridica di assassinio ed include quelle situazioni in cui la morte della donna rappresenta l’esito/la conseguenza di atteggiamenti o pratiche sociali misogine».

Come sostenuto dall’Avv. Barbara Spinelli – Coordinatore del gruppo di studio sul genere dell’Associazione Giuristi Democratici, e membro della Piattaforma di ONG “Lavori in corsa: 30 anni di CEDAW” – il fenomeno quindi non riguarda, come oggi si vuol (far) credere, unicamente di quegli omicidi nell’ambito di una relazione di intimità, laddove ad uccidere sono partner o ex partner, bensì anche «delle ragazze uccise dai padri perché rifiutano il matrimonio che viene loro imposto; o delle donne uccise dall’AIDS, contratto da partner sieropositivi che per anni hanno intrattenuto con loro rapporti non protetti tacendo la propria sieropositività; o delle prostitute ammazzate dai clienti; o delle giovani uccise perché lesbiche […] Se vogliamo tornare indietro nel tempo, stiamo parlando anche di tutte le donne accusate di stregoneria e bruciate sul rogo[1]».

Tanti esempi, tante situazioni, tante donne che hanno in comune il fatto di essersi ribellate a ciò che la tradizione vuole per loro, di aver tentato di esprimere il proprio diritto di libertà, sottraendosi ad un potere maschile (del padre, del marito, dell’uomo), e che per questo hanno avuto la stessa punizione, la morte.

Successivamente nel 2006, la parlamentare antropologa femminista messicana Marcela Lagarde propone un altro neologismo, quello di femminicidio, per indicare «la forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine». Ovvero, tutte le discriminazioni e violenze che la donna viene a subire con lo scopo di annullare la sua libertà fisica ma anche la sua identità e dignità psicologica, sociale, lavorativa. Perché una donna non è padrona di se stessa, è l’uomo il suo padrone, e lui deve decidere della sua vita, e della sua morte.

Per molti, non era necessario adottare un nuovo vocabolo: che si tratti di vittime donne o uomini, se è omicidio, lo è comunque. Per molti, il termine femminicidio è offensivo, perché «rimanda all’idea sprezzante della latina “femina”, l’animale di sesso femminile[2]».

Personalmente, al di là del termine che si sceglie di usare, la cosa importante è parlarne, e risolvere. Dire e fare.


[1] http://27esimaora.corriere.it/articolo/perche-si-chiama-femminicidio-2/

 [2] B. Spinelli, ibidem, e Isabella Bossi Fedrigotti in http://www.corriere.it/cronache/12_aprile_30/non-chiamatelo-piu-femminicidio-isabella-bossi-fedrigotti_326f1d0a-92d0-11e1-96f9-bbc2eef37e85.shtml

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