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Violenza verso il sé negli “Emo”

 In FocusMinori, Anno 1, N. 3 - settembre 2010

«Le paure reali sono meno tremende di quelle immaginate. Il mio pensiero scuote in tal modo la mia struttura umana che nulla è, per me, tranne ciò che non è» (Shakespeare)

Quando si affronta il tema della violenza il primo riferimento generalmente va a quelle forme di aggressività dirette ad altre persone o verso un qualsiasi oggetto specifico di solito identificato come vittima. In molti casi, invece, vi sono forme di violenza meno visibili e più subdole, le cui dinamiche si sviluppano in modo differente a tal punto che vittima e carnefice possono diventare la medesima persona. Ci riferiamo soprattutto a quelle manifestazioni di aggressività indirizzate verso di sé, o meglio di «violenza auto-inflitta» (Alderman, 1997) che rientrano in quel mega contenitore detto autolesionismo. Spesso questi episodi di violenza rivolta contro il proprio corpo sono percepiti come manifestazione di una condizione generale di malessere e di disagio psicologico e sociale.

Se analizziamo il termine italiano “disagio” questo ci appare, da un punto di vista etimologico, composto dal prefisso “dis”, a cui viene associato un valore negativo, e dal sostantivo “agio” come espressione di benessere. In questo caso, quindi, si tratta di un malessere, o più semplicemente mal d’essere, che si può manifestare in situazioni ambientali nuove o particolarmente difficili come appunto la fase dell’adolescenza, alla quale la subcultura emo sembra essere particolarmente legata.

Nelle scienze sociali si è cercato per lungo tempo di definire con precisione il concetto di violenza, pur tuttavia con non poche difficoltà. A delineare i contorni di questo termine ci ha provato anche la World Health Organization ritenendo la violenza come «l’uso intenzionale o la minaccia della forza fisica o del poter contro se stessi, contro un’altra persona o contro un gruppo o una comunità che abbia un’alta probabilità di provocare una ferita, la morte, un danno psicologico o una privazione» (2002; Barbagli, Colombo, Savona, 2003). Queste azioni devono essere connotate da intenzionalità ed avere una natura fisica, psicologica o sessuale. A seconda di chi le subisce e di chi le commette vi possono essere dei significati differenti. Al fine di questa trattazione è proprio la prima parte della definizione proposta dalla World Health Organization che ci interessa, e che ricomprende tutti quegli atti rivolti contro se stessi, connotati da autoflagellazione, autodistruzione e talvolta il suicidio (ibidem). Si tratta, è bene ricordarlo, non di azioni criminali ma di comportamenti che possono rientrare nel più ampio concetto di devianza sociale, essendo riferiti ai differenti contesti sociali.

Il termine emo nasce come movimento figlio del hardcore punk. Nella sua interpretazione originale questo termine fu utilizzato per descrivere la musica di Washington DC della metà degli anni 1980 e le band associate ad essa. Con gli anni venne introdotto il termine emocore (abbreviazione di “emotional hardcore”), usato per descrivere altre scene musicali influenzate da quella di Washington. Emo è, quindi, legato alla volontà della band di “emozionare” l’ascoltatore durante le proprie esibizioni.

La Subcultura Gotica Giovanile, a cui gli emo possono essere associati, deriva da un sottogenere della musica punk, con sinistre influenze estetiche tendenti al dark. Gli appartenenti a questo fenomeno presentano un costante ricorso a segni distintivi per quanto riguarda l’abbigliamento, il look ed il genere musicale preferito (Young, Sweeting, West, 2006). Si riporta a titolo esemplificativo il caso molto interessante di un ragazzo che si definisce emo:

Paolo ha quattordici anni e frequenta un istituto professionale. Si presenta con i capelli diritti e lunghi fino alle spalle, una lunga frangia gli copre una parte del viso. Un orecchino gli trafigge il sopracciglio, lo porta con disinvoltura. Non sorride ma non sembra avere il broncio. Porta abiti neri, aderenti, t-shirt con un disegno astratto bianco, jeans nero ed una tracolla sempre nera che porta come borsetta al maschile. Come per altri coetanei il suo essere emo è visto come una moda, ed anche in lui manca la consapevolezza di quello che vuol dire appartenere a tale movimento giovanile. Più che per scelta consapevole, l’acconciarsi a emo sembra essere un modo per essere riconosciuto dagli amici perché questo “fa figo”.

Dalla musica il termine emo si è esteso molto rispetto alle sue origini ed attualmente ingloba tutti quei gruppi che in un certo modo si ispirano alla musica hardrock punk, pur presentando fra loro caratteristiche e significati molto diversi.

La parola emo[1] si riferisce, quindi, ad una spiccata propensione all’emotività e sembra che proprio a causa di questa loro spiccata sensibilità gli emo non godano di grande stima nei confronti delle altre subculture, in particolare quelle dark e metal che, al contrario, esaltano la violenza. Si viene così a generare una condizione di denigrazione e di isolamento sociale riassumibile nel concetto di “emofobia”.

Negli ultimi tempi hanno fatto molto discutere alcuni siti internet contenenti immagini di giovani che, muniti di lametta, spiegavano come e dove tagliarsi. Anche se per essere emo ed emozionarsi non è necessario arrivare a questo punto, come gli stessi ragazzi dichiarano, il rischio è che farsi del male diventi pericolosamente di moda. Quindi emo finirebbe con l’assumere solo il significato di “emulazione”. Si tratta comunque di una tendenza molto diffusa, anche se è molto difficile fare una stima di quanti siano i giovani che si identificano nel movimento; alcuni anni fa ci provò persino un giornalista del New York Times ottenendo scarsi risultati[2]. Va notato come nel corso degli ultimi anni siano aumentati i siti, blog e forum che trattano dell’argomento. Se per qualcuno si tratta solo di uno stile di vita legato alla musica, al look e quindi tutto sommato innocuo, per altri dietro lo stile emo vi possono essere delle insidie pericolose.

 

Adolescenza e identità

L’adolescenza è quel «periodo di vita, compreso tra la fanciullezza e l’età adulta, durante il quale nella persona si verificano una serie di cambiamenti radicali che riguardano il corpo, la mente e i comportamenti» (Palmonari, 2001). Si tratta di una fase della vita connotata dal cambiamento e dalla transizione, funzionale alla formazione di un’identità matura sottesa al nuovo ruolo sociale che il giovane dovrà andare a ricoprire da adulto. L’identità è quell’insieme ben definito di modelli di personalità, frutto della sedimentazione di norme e valori sociali e culturali che vengono acquisiti dall’individuo mediante il processo di socializzazione primaria (famiglia, amici, scuola) e che continua anche in età adulta con il processo di socializzazione secondaria (ambiente lavorativo, ecc).

Durante l’adolescenza le opportunità di socializzazione si espandono con il gruppo dei pari, ma anche nel contesto di più ampie appartenenze che contribuiscono a costruire e connotare le identità individuali (Freddi, 2005). Nei gruppi si sviluppano compiacimento e conformismo ma anche dissenso critica e innovazione (ibidem). Per gli adolescenti il legame con il gruppo – soprattutto degli amici – ha una funzione fondamentale che permette la costituzione di una “nicchia protettiva”, un ancoraggio fonte di sostegno narcisistico che favorisce un complesso “gioco di identificazioni speculari” (ibidem). Questa nuova dimensione diventa una sorgente di valorizzazione (Selener, 1996 in Freddi, 2005), che offre al soggetto l’immagine della sua unicità perduta e dà l’appoggio necessario a superare la frammentazione e la confusione tipiche della fase adolescenziale (Kaës, 1994). Gli adolescenti mediante il gruppo tendono a ricreare una loro comunità, che va difesa dalle intrusioni degli adulti. Si forma, infatti, una presa di distanza nei confronti degli adulti come unico metodo possibile per ottenere l’autonomia. Il bisogno di appartenenza porta il giovane ad aderire, ad accettare e uniformarsi più o meno consapevolmente alla cultura e alle norme del gruppo; cosi facendo mette costantemente in gioco la propria identità.

La propensione al rischio sembra essere per l’adolescente funzionale all’accrescimento di maggiori capacità di autonomia, d’indipendenza, che consentono al giovane di crescere e maturare. Oggi però il rischio assume nuovi connotati, finendo per diventare un bisogno estremamente pericoloso per la salute dei ragazzi. Molti di questi comportamenti sembrano essere espressione di una ricerca di sensazioni ed emozioni intense, sensation seeking, che finirebbero per avere compromissioni sul piano fisico, sociale ed economico (Pellai, 2009).

 

Il corpo come limite identitario

L’auto-aggressività o self injurios behavior è un comportamento di auto-ferimento che consiste in azioni intenzionali, ripetute, a bassa letalità che alterano o danneggiano il tessuto corporeo, senza alcun intento suicida cosciente (Pani e Ferrarese, 2007).

Il problema dell’autolesionismo adolescenziale è legato all’espressione acuta di un disagio che si manifesta come aggressione verso il proprio corpo, quasi che la sofferenza fisica fosse percepita come più facile da sopportare rispetto a quella emozionale. Il corpo assume in questo caso il ruolo di valvola di sfogo mediante cui espellere tutte quelle sensazioni negative, come se l’unico modo di far tacere le emozioni negative e «diventare vivi d’improvviso» fosse farsi del male. A tal punto che «aggredendosi in qualche modo l’individuo infrange la sacralità sociale del corpo poiché la pelle risulta il recinto inviolabile, pena lo scatenarsi dell’orrore» (Le Brenton, 2003). L’autolesionismo diventa quindi un modo per “salvarsi la pelle” tramite la ricerca del Sé e della propria identità (Pani e Ferrarese, 2007).

I soggetti maggiormente a rischio sono gli adolescenti o i giovani adulti, soprattutto di sesso femminile e l’esordio di queste condotte è fissato sui 13/15 anni, con una incidenza di circa 10 anni e la tendenza, nel tempo, a diventare cronico. «Bruciature, incisioni, scorticature, scarnificazioni inflitte sul corpo sono paradossalmente un mezzo di tutela di Sé e allo stesso tempo un modo di lottare contro la paura del perdersi, che in adolescenza si esprime con le condotte a rischio» (Pani e Ferrarese 2007). Più questi adolescenti si procurano dolore e più, a loro modo di vedere, acquisiscono importanza agli occhi degli altri: genitori e amici. I comportamenti autolesionistici assumono, quindi, la valenza della richiesta di aiuto. I segni delle cicatrici (sia i piercing sul volto, sia i tagli su polsi e cosce) sono un modo per comunicare al mondo un disagio ed un “dolore”, spesso, celato agli occhi degli adulti. Alcuni autori ritengono, infatti, che l’autolesionismo sia un meccanismo di difesa dell’Io, mediante il quale la persona tenta di escludere dalla consapevolezza degli impulsi inaccettabili (White e Gilliland, 1977). Esso non ha origine traumatica – come nel caso di abusi fisici, psicologici o sessuale – può essere dovuto ad emarginazione rispetto problemi frustranti come, ad esempio, la separazione dei genitori, la presenza di una figura di riferimento violenta, ecc. L’autolesionismo è, dunque, il rivolgimento dell’ostilità contro il Sé, ovvero un processo automatico e inconscio attraverso cui la persona devia l’aggressività ostile da un’altra persona dirigendola contro se stessa. In questo modo l’identità dell’oggetto originario dell’ostilità rimane oscura e talvolta la stessa emozione di ostilità resta fuori della consapevolezza conscia. L’ostilità rivolta all’interno di sé, induce la persona a ferirsi fisicamente o nuocersi per altre vie: psicologiche e sociali (ibidem).

Adolescenti fragili si provocano tagli con taglierini, lamette o forbici in ogni parte del corpo, e la forma culminante è il tentato suicidio[3]. Per alcuni provocarsi i tagli o mordersi così forte da far uscire il sangue disegna la loro appartenenza emo. Generalmente le zone del corpo più colpite sono i polsi – che poi vengono coperti da polsini di colore nero – e l’interno coscia, altra parte del corpo facilmente occultabile dai vestiti. In alcuni casi, decisamente più estremi, il giovane può arrivare a scarnificarsi il viso e persino ad ingoiare le corde di una chitarra. Alcuni ragazzi ammettono di provare un sollievo della tensione che accompagna l’atto, riducendo l’ansia o l’angoscia che le attanaglia. Il suicidio quindi, diventerebbe, la forma finale del rivolgimento violento contro il Sé (ibidem). Bisogna però ricordare che si tratta di una extrema ratio, dal momento che non tutti gli autolesionisti sono potenziali suicidi visto che il desiderio di morire è dato dal voler porre fine a tutte le sofferenze, mentre l’autolesionismo è il tentativo di alleviarle (Balbi, Boggiani, Dolci, Rinaldi, 2009). L’autolesionista, quindi, non è una persona violenta se non verso se stessa che cerca di trovare sollievo ad un disagio in un modo sbagliato.

Claudia è una ragazza di quattordici anni che vive con i genitori ed un fratello più grande. Frequentando una amica emo, incuriosita soprattutto dal fatto di voler vedere cosa sarebbe successo e quali emozioni avrebbe provato alla vista del sangue, ha iniziato ad esserne attratta. Apparentemente senza un motivo particolare, inizia a procurarsi dei tagli con puntine da disegno e fermacarte. La fuoriuscita del sangue, con un effetto temporaneamente analgesico, si trasforma presto in un senso di colpa e vergogna accompagnati dalla paura di possibili cicatrici dei tagli sulle braccia. Un altro episodio appare significativo. Il padre di Claudia, di ritorno dal lavoro, la scopre mentre si toglie ciuffi di capelli e li getta nel cestino. Ad una richiesta di spiegazioni lei asserisce di averlo fatto solo perché annoiata dallo studio; quasi a voler normalizzare quel gesto ritenuto dagli adulti così strano e particolare.

La tricotillomania, ovvero la necessità di strapparsi i capelli, è un comportamento impulsivo e compulsivo il cui termine deriva dal greco trich (capello), tillo (tirare) e mania (impulso morboso). A livello simbolico i capelli ricoprono una particolare importanza nella gran parte delle culture, essendo – anche nella mitologia – comunemente associati alla bellezza nelle donne ed al vigore negli uomini (DSM, 2000; Gabbard, 2002). La tricotillomania ricorre più frequente nelle donne ed è comunemente associata ad ansia, depressione e ad una considerevole infelicità. Infatti non sono assenti imbarazzo e vergogna per l’aspetto fisico, che porta molti soggetti a nascondere il problema. E l’esordio è tipico durante l’infanzia e l’adolescenza (Pani e Ferrarese, 2007).

Secondo una recente ricerca[4] apparsa nel 2006 sul British Medical Journal, avente ad oggetto lo studio della prevalenza degli atti di autolesionismo ed i tentativi di suicidio nella Subcultura gotica giovanile contemporanea, il 53% di quelli che si definiscono dark/goth pratica l’autolesionismo, ed il 47% ha tentato il suicidio[5]. Il più alto numero di tentativi si hanno nella fascia che vai dai 12-13 anni e questi hanno inizio all’incirca dopo due anni dall’adesione alla cultura dark/goth.

La deduzione degli autori di questo studio è che gli adolescenti imitino icone subculturali o i loro pari quando commettono atti autolesionistici (Young, Sweeting, West, 2006). Chiaramente quei giovani che manifestano già pulsioni di autolesionismo, come richiesta d’aiuto, ai loro disagi esistenziali e/o conflittuali con i genitori (Balbi, Boggiani, Dolci, Rinaldi, 2009), possono essere maggiormente attratti dai rituali autolesionisti emo. Motivo per cui, in alcuni casi, forme di disagio adolescenziale vengono registrate prima del contatto con la subcultura gotica.

Un particolare risalto viene dato anche alla componente sessuale. Si tratta in prevalenza di condotte sessualizzate che si rispecchiano più che altro nella promiscuità sessuale e nella bisessualità. Il ruolo delle perversioni sessuali, oltre ad essere funzionale alla coesione del gruppo, un cosiddetto fattore aggregante, serve anche come vera e propria prova di valore da superare per essere degni di appartenere al gruppo stesso oltre che come elemento di condivisione tipico di un movimento subculturale. Un ulteriore aspetto di non minore importanza, inoltre, è quello dell’anoressia.

Alice oggi è una ragazza di dodici anni che due anni fa, durante una vacanza, è stata avvicinata da una ragazza emo, più grande di lei di circa un anno. Questa amica “particolare” in pieno agosto era stranamente “bianca, cadaverica”, e pesantemente truccata di nero soprattutto negli occhi. Era molto magra ed a soli dodici anni sembrava già anoressica. Alice racconta che, durante un gioco, ella aveva iniziato a mettersi “in certe posizioni” facendole delle avance sessuali e confessando all’amica di essere bisessuale.

 

Osservazioni conclusive

L’adolescenza è considerata come una fase di passaggio dall’infanzia all’età adulta. Si tratta di un periodo molto delicato e non privo di problematiche soprattutto per quei soggetti che – alla ricerca di una identità matura – possono trovarsi in situazioni di disagio manifestato a volte con delle aggressioni al proprio corpo. Da una parte vi si può trovare un’insicurezza tipica della fase adolescenziale, durante la quale i ragazzi sono più soggetti a diversi tipi di influenze e dall’altra il fatto che i giovani sono molto esposti a comunicazioni di tutti i tipi, dai video ai film alle pubblicità e alla musica, che incitano a superare i limiti, ad amare gli eccessi e sfoderare tutta la propria carica di aggressività. Nel fumetto manga giapponese Life, ad esempio, sono presenti scene di violenza e di autolesionismo, che agiscono con una valenza di rinforzo e di “normalizzazione” nella percezione dell’atto (Pani e Ferrarese, 2007).

Nel giovane che si sta avvicinando al fenomeno emo cambia prima di tutto il modo di vestirsi e di pettinarsi poi l’atteggiamento. Iniziano ad aumentare le ore passate su Internet alla ricerca di informazioni: ed in seguito potrebbero comparire anche cicatrici sui polsi o sulle gambe.

Il fenomeno si riconosce con facilità, dal momento che l’esteriorità è fondamentale per dimostrare la propria appartenenza. All’inizio il ragazzo negherà di essere coinvolto in una tendenza potenzialmente pericolosa e tenterà di minimizzare, magari dicendo che è solo una moda, o un modo per ricercare la sua libertà. Va comunque considerato un intervento di sostegno psicologico perché come abbiamo visto ciò che rende pericoloso il movimento emo è caratterizzato dal ricorso all’autolesionismo e non va esclusa la possibilità del ricorso al suicidio come atto ultimo libertario.

Cogliere il significato che sta alla base della violenza rivolta verso di sé ed «individuare il ruolo che l’atto assume per chi lo esercita rappresenta dunque la chiave della soluzione del problema» (Balbi, Boggiani, Dolci, Rinaldi, 2009).

 

Bibliografia

Alderman T. (1997), The Scarred Soul: Understanding and ending self-inflicted violence, New Harbinger, Oakland CA.

American Psychiatric Association (2000), Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, DSM-IV TR, tr it. Masson, Milano.

Balbi E., Boggiani E., Dolci M., Rinaldi G. (2009), Adolescenti violenti. Contro gli altri, contro se stessi. Ponte alle Grazie.

Barbagli M., Colombo A., Savona E. (2003), Sociologia della devianza, Il Mulino, Bologna.

Fletcher H. (2008), Girl, 13, hanged herself after becoming obsessed with «emo», in «The Times Online», 8 maggio: http://www.timesonline.co.uk/

Frith H. (2008), Emo on the web: exploring a subculture. A schoolgirl’s suicide has been linked to the “emo” movement – but how is it different from regular teenage angst?, in «The Times Online», 8 maggio: http://technology.timesonline.co.uk/

Freddi C. (2005), La funzione del gruppo in adolescenza, Franco Angeli, Milano.

Gabbard G. (2002), Psichiatria Psicodinamica, Raffaello Cortina, Milano.

Kaës R. (1996), La parola e il legame, Borla, Roma.

Le Breton D. (2003), La pelle e la traccia, Meltemi, Roma.

Marsh S. (2008), Internet death cults? Or is it a humdrum closer to home?, in «The Times Online», 9 febbraio: http://www.timesonline.co.uk/

Palmonari A. (2001), Gli adolescenti, Il Mulino, Bologna.

Pani R., Ferrarese R. (2007), Il Sé insipido negli adolescenti, Clueb, Bologna.

Pellai A. (2009), La vita spericolata degli adolescenti. Cosa può fare un genitore? in «Psicologia Contemporanea», n. 214, Lug.-Ago., pp. 52-5.

Puliti F., Wiedenstritt S. (2009),  Emo, una moda rischiosa, in «il Reporter», Febbraio 2009: http://www.ilreporter.it/

White B. R., Gilliland M. R. (1977), I meccanismi di difesa, Astrolabio, Roma.

World Health Organization (2002), World report on violence and health, Genève.

Young R., Sweeting H., West P. (2006), Prevalence of deliberate self harm and attempted suicide within contemporary Goth youth subculture: longitudinal cohort study, in «British Medical Journal», vol. 332, pp. 1058-1061.


[1] Non può non colpire anche l’assonanza, in termini semantici, con altre parole che richiamano l’immagine del sangue (emorragia) e dell’autolesionismo (emoglobina).

[2] Cfr. “«Emo», il nuovo fenomeno adolescenziale”, in «Il Corriere della Sera», del 07 luglio 2006.

[3] Qualche tempo fa è apparso su MySpace un messaggio lanciato da un ragazzino che annunciava online il proprio suicidio: «non sarò un vero emo finché non sarò morto» (Puliti e Wiedenstritt, 2009).

[4] I ricercatori hanno raccolto le interviste di 1.258 teenagers della Scozia. Il campione era distribuito su fasce di 11, 13, 15, 19 anni.

[5] Nella popolazione comune il 7% c.a. commette atti autolesionistici con lame o fuoco, mentre il 6% ha tentato il suicidio.

Fiore e Ombre - cc mbd.marco

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