Il Padre: tra tradizione e innovazione

 In FocusMinori, N. 2 – giugno 2017, Anno 8

«La nominazione del padre è dare posto ad un uomo, uomo della donna da cui sono nato, uomo della mia economia ancora instabile, uomo del mio sogno, uomo della mia disdetta, uomo del mio conflitto o uomo della mia ammirazione, in ogni caso uomo padre» (G. Savio)

 

Padre, Papà, Babbo sono alcune delle varianti con cui chiamiamo e identifichiamo l’uomo che ci ha generato. Non solo, sotto il segno del padre sono sorti regni, culti, religioni, pensieri e filosofie, sotto il vessillo paterno è stato dato avvio alla nostra società Occidentale. In seguito tale vessillo è stato spezzato, si è sgretolato il suo regno, è definitivamente cessato il regime patriarcale, tanto che tutt’ora ci chiediamo dove sia il padre.

Chi è il padre? Potremmo rispondere molto semplicemente che il padre è colui che ci ha dato la vita, colui che ci raccontava le favole o che ci ha insegnato ad andare in bicicletta; oppure potremmo dire che è colui che non abbiamo mai conosciuto, che ha reso la nostra vita difficile. In questo caso assoceremmo la parola padre a «nostro padre», ad un uomo in carne ed ossa. Ma se si chiedesse cosa fa di un uomo un padre? Oppure, che cosa implica la paternità? Le risposte si farebbero più variegate, complesse, articolate. In realtà i soli termini «padre» o «paternità» suscitano in ogni persona pensieri e riflessioni, che delineano la sua storia personale, l’aver avuto un padre, magari l’essere padre, ma che rimandano anche un immaginario collettivo culturale eterogeneo, diverso da Paese a Paese. In definitiva il vocabolo «Padre» assume un senso iper-complesso sia per la varietà di scienze e discipline che lo studiano, sia per le articolate dinamiche sociali che innesca.

Oggi nella società postmoderna, molti autori sostengono, a partire da Lacan, la «morte del padre», la caduta del suo dominio, la fine della sua autorità, il termine dei valori di marca paterna. La decostruzione del ruolo paterno – avvenuta durante gli anni Sessanta e Settanta del Novecento – implica l’assenza di tale figura nell’educazione dei figli. A tal proposito, forse ci siamo dimenticati che «il compito di essere genitori e di allevare, far crescere e far diventare adulto un piccolo è il compito principale che l’evoluzione ha assegnato a un uomo e a una donna per garantire la sopravvivenza della specie» (Bornstein &Venuti, 2013).

Infatti l’essere umano viene gettato nel mondo a sua insaputa, non ha possibilità di scelta e lì è costretto ad agire. Prima di agire egli deve Essere e, per formare la sua identità – oggi plurima, liquida, frammentata – ha bisogno di intessere relazioni autentiche con gli altri. Per divenire propriamente soggetto l’essere umano deve poter essere riconosciuto nella sua condizione esistenziale da un Altro, in una condizione circolare che qualifica la vita, la famiglia è il primo Altro che ognuno di noi incontra. È perciò essenziale formare una genitorialità attenta e partecipe, consapevole e responsabile che divenga una guida capace di sorreggere la costruzione dell’identità del figlio.

Analizzando il ruolo paterno nella società odierna sono emerse varie e differenti problematiche riguardanti tale figura e la sua funzione educativa, soprattutto è emersa l’urgenza di rivalutare il ruolo paterno come possibile soluzione al forte disorientamento che sembra attanagliare non solo la realtà familiare, ma anche il processo educativo dei figli. Il padre contribuisce a fondare l’identità del figlio, ha la funzione di riconoscerlo come persona, ha il compito di accompagnarlo nel mondo attraverso l’esempio e la spinta emancipatrice.

Per crescere i figli hanno bisogno di confrontarsi tanto con il codice materno, quanto con quello paterno, nella dialettica integrativa che dà forma all’essere umano e che si esplica nella co-genitorialità. In altre parole, l’essere umano simbolizza la realtà attraverso i codici affettivi costituitesi durante l’infanzia, che usa per interpretare il mondo. Ovviamente, i codici sono trasmessi dalla madre e dal padre e sono complementari: «il codice materno è fondamentalmente affettivo, orientato alla cura, alla protezione, al soddisfacimento dei bisogni; garantisce al bambino appagamento, conferma, rassicurazione, elementi indispensabili affinché il piccolo possa acquisire quella sicurezza di base che gli consentirà di affrontare la vita con equilibrio. […] La madre, pertanto, tende a interpretarsi e a proporsi come una sorta di scudo fra il figlio e gli aspetti dolorosi della realtà» (Romano, 2016). Mentre il codice paterno ha la funzione di bilanciare l’eccesso di cura e di protezione materno in quanto è «fondato sull’incoraggiamento, sull’invito continuo a fronteggiare le prove della vita e ad adattarsi e accompagna il figlio nella crescita attraverso un rapporto sempre meno mediato con la realtà. Tale codice aiuta ad accettare e affrontare la frustrazione, l’incertezza e il differimento della gratificazione, a gestire il conflitto, le delusioni e la sofferenza che ne conseguono, consentendo gradualmente al figlio di accettare questi ineludibili aspetti della condizione umana» (Romano, 2016). Essenziale per lo sviluppo dell’identità del figlio è l’integrazione dei due codici senza cadere nell’eccesso dell’uno o dell’altro, ma valorizzandoli nella loro diversità complementare. Il valore della funzione paterna funge da catena di trasmissione generazionale: mentre la madre consegna le «chiavi della vita», il padre consegna le «chiavi della città».

L’adulto in generale, il padre in particolare, deve ri-assumere il ruolo di guida, deve ri-consegnare esemplarità alla sua funzione divenendo il mentore del figlio e può farlo soltanto costruendo creativamente la struttura della sua identità, non estranea alla relazione e/o rigida, ma affettiva, decisa e vicina al figlio. La paternità è relazione, non consiste soltanto nell’atto di generare, anzi si costruisce passo dopo passo nel rapporto con il figlio commerciando con la cultura, il tempo e la storia: la paternità si realizza.

 

Il Padre: tra ieri e oggi

Analizzare il ruolo paterno partendo dal presente non è possibile, sarebbe limitativo e mostrerebbe una visione falciata della realtà. Ciò che viviamo oggi è àncorato a quello che abbiamo vissuto ieri infatti la paternità non è un’entità naturale, ma una costruzione storico-sociale che nasce ispirata ai valori dell’autorità, della supremazia. La paternità è sì il frutto del tempo e della storia, ma nello stesso momento ha anche influito nel tempo e nella storia. La scoperta del padre ha prodotto significative, epocali trasformazioni, anche se lente, nei modi di vivere e svilupparsi non solo dei singoli individui, ma dell’intera società.

La paternità ha dunque un aspetto privato e uno sociale, in ogni caso rappresenta un evento personale, storico, sociale, culturale, educativo, formativo. Per molti secoli si è discusso sull’origine della paternità, soprattutto sul suo dominio nella società: il germe della paternità nasce nella preistoria nel momento in cui gli ominidi collegano l’atto sessuale alla procreazione. È poi nella Grecia classica e nella Roma antica che si costituisce non solo la paternità, ma anche i valori di marca paterna che daranno avvio alle società patriarcali, rimanendo come archetipo nelle generazioni future, sotto forma di eredità che inconsciamente l’essere umano porta con sé.

Da quel momento in poi, nel corso dei secoli, la gerarchia famigliare che si è venuta a creare ha sancito di sovente una disparità fra mariti e mogli (padri e madri), che pone l’uomo come perno e capo della famiglia. Il sistema patriarcale guida e dà senso allo sviluppo delle società, il nome del padre diventa simbolo portatore di valori e significati propri che le generazioni avvenire poi assoceranno alla tirannia e all’autoritarismo. Il patrimonio spirituale che contraddistingue la figura paterna, consegna spesso alla cronaca una relazione con i figli formata da referenza, distacco, autorità: il padre austero perde di vista la sua stessa autorità creando un legame inautentico con la progenie.

Nella cultura letteraria, il nome dei padri ha schiacciato di sovente quello dei figli, come attestano ad esempio Giacomo Leopardi, Franz Kafka e Gavino Ledda oppressi dalla rigidità dei propri patriarchi. La Storia presenta un regime del patriarcato in cui la paternità era di fatto slegata dal sentimento di affetto e di tenerezza, veniva negata la vera paternità frutto dell’amore, del riconoscimento, della fiducia, del rispetto del padre verso il figlio e del figlio verso il padre. «Ormai nel nostro immaginario collettivo è seduta in prima fila l’immagine del padre che toglie la vita. Dai tempi in cui è divenuto compagno della madre, che ancora oggi la dà, dai tempi in cui sorse la parola padre il capovolgimento è completo. L’immagine pubblica dominante è quella negativa» (Zoja, 2003). Gli annali tratteggiano la figura del padre quale simbolo dell’autorità e del potere. È l’immagine del sovrano che, per secoli, ha regnato acriticamente sulla famiglia e sulla società. È il detentore della Legge, trasmessa nei secoli della tradizione anche religiosa. Una consacrazione che lo autorizzava a governare quale padrone indiscusso nella società. Finché, a un certo punto della Storia, il potere patriarcale va via via sgretolandosi sotto i colpi delle rivoluzioni, che a livello politico, economico e di costume hanno cambiato il volto della famiglia e della società. In primis la rivoluzione francese taglia il potere unico e assoluto del padre-sovrano dalla politica; sotto l’aspetto economico la rivoluzione industriale, aprendo le porte del lavoro alle donne e ai figli, toglie di fatto il primato dell’economia familiare dalle mani del padre, ponendo allo stesso tempo la progenie sotto il controllo esterno: se nel lavoro campestre gran parte dell’educazione avveniva sotto forma di imitazione a immagine del padre, con l’entrata nelle fabbriche la figura del padre si moltiplica facendo perdere potere al capofamiglia. Infine a far cadere la voce del comando paterno è stata la scoperta dell’infanzia come categoria da proteggere, nonché il processo di scolarizzazione che pone il Sapere al di fuori del controllo paterno.

Tuttavia, il duro colpo all’autorità dei padri si ha non solo con la caduta dei regimi totalitari del Novecento, ma ancor più con l’avvento della critica radicale rivolta alla società di stampo greco-cristiano-borghese (Mariani, 2008), innescata dalla Contestazione Giovanile degli anni Sessanta e Settanta che mirava a creare una nuova axiologia che rindirizzasse i legami fra i soggetti. Il ruolo paterno viene decostruito per far spazio ad una ridefinizione dei ruoli genitoriali, capace di costruire un nuovo immaginario di famiglia e di rapporti all’interno di essa.

Operazione che decreta la morte del Padre e con esso la rottura dei legami intergenerazionali originando, nei figli, un discredito verso il ruolo dell’adulto. ‘Nuovo’ contesto storico che ha lasciato senza guida le generazioni avvenire che, con maggior facilità, si sono lasciate ammaliare, come direbbe Recalcati, dal godimento che l’iper-edonismo della società consumistica garantiva (Recalcati, 2013). La deriva educativa che dobbiamo oggi fronteggiare ha posto le sue basi nel fallimento della Contestazione degli anni Sessanta, la figura del padre è stata decostruita, senza recuperare un’adeguata ricostruzione con conseguente squilibrio dei ruoli delle figure genitoriali, con ricadute anche negative per l’educazione nei figli.

La figura paterna ad oggi risulta fragile, sfumata, quasi evanescente, è una figura che ha perso i riferimenti normativi, non ha radici e non ha esempi. «Siamo oggi immersi in un dubbio profondo riguardo al senso della paternità, alla sua importanza e alla sua specificità rispetto a quello della maternità» (Paglia et al., 2014). I padri di oggi, nella maggior parte dei casi, lamentano una perdita della propria identità genitoriale, si sentono come in un limbo in cui da una parte c’è la paura e il fantasma del ritorno del padre-padrone e, dall’altra, c’è un rifiuto della responsabilità normativa. La crisi dell’identità paterna si lega, anzi è l’altra parte della medaglia, alla crisi del maschile dovuta alle sempre maggiori richieste di parificazione del femminile.

Ad oggi il ruolo del padre pare sbiadito e incerto rispetto alla società e poco supportato dalle istituzioni. Un esempio per tutti, nei casi di separazione conflittuale (al di là delle effettive responsabilità), in cui i figli vengono nella stragrande maggioranza delle volte affidati alle madri, lasciando al padre per lo più soltanto l’onere economico, creando di fatto un discrimine nei loro confronti.

Insomma fare il padre, sentirsi padre ed essere padre predispongono un processo in fieri di costruzione della paternità legata alla relazione con i figli e le madri. I padri hanno bisogno di recuperare dei modelli autorevoli a cui ancorare il proprio agire educativo e formativo, dove assieme alla necessaria cura ci sia anche la fermezza affinché non cada né nell’autoritarismo e né nel permissivismo. Se avere accanto un padre è fondamentale per il sano sviluppo del figlio, è innegabile che la sua figura recuperi valore divenendo un esempio degno di essere imitato per i figli.

 

Verso una ‘nuova’ paternità

Prendersi cura di un figlio, accettarlo nel suo Essere – vero e autentico – sono compiti che spettano a chi per primo accoglie la vita, sono la risultante di una serie di comportamenti che i genitori mettono in atto, molto spesso inconsapevolmente. Il padre dovrebbe acquisire consapevolezza non solo del ruolo che è chiamato a svolgere, ma anche del suo Sé, del suo essere uomo situato in un tempo e in un luogo, dovrebbe prendere parte alla conoscenza della sua storia profonda, dei fili che tengono insieme la sua identità, della sua formazione. «Per il padre, insomma, non si tratta semplicemente di uniformarsi a un ruolo sociale assegnatoli: è chiamato a fare appello alla propria disponibilità a crescere nel tempo come padre, modulando gradualmente la sua funzione in conformità ai nuovi bisogni educativi manifestati dai figli in particolare e dalla famiglia nel complesso» (Pati, 2014). In altre parole, il padre è chiamato a cucire su di Sé il ruolo e la funzione paterna.

Il sapere genitoriale deriva dalle pratiche familiari cui siamo immersi dalla nascita, dalla cultura sociale e dalle tradizioni che ci appartengono. Nel momento in cui un uomo diventa padre e una donna diventa madre, il soggetto deve definire la propria identità genitoriale riposizionando il suo Sé. Tale processo identitario non è scevro da ostacoli, è complesso e difficile da mettere in atto, poiché implica la messa in discussione del proprio essere: il genitore novizio agisce richiamandosi a pratiche àncorate nel proprio universo di riferimento, a ciò che ha introiettato dentro di sé nel vivere quotidiano, all’apprendimento dalle proprie esperienze. È un agire legato indissolubilmente al contingente, alla situazione data, al proprio mondo vitale. Da qui nasce il problema dell’agire genitoriale, che sì è legato alle culture (anche familiari), ma deve essere ripensato decostruendo quelle teorie implicite, quelle pratiche non dette che rimangono nell’inconscio dell’età adulta.

È nelle singole pratiche quotidiane che prende forma il nuovo modello di paternità, è nella relazione di cura e di amore fra padre e figlio che si instaura quel clima di reciproca fiducia e rispetto, ideale per la crescita del figlio e la nascita del padre. La relazione d’amore intima fra genitori e figli e nella coppia genitoriale postula un nuovo tipo di rapporto, non solo nel singolo nucleo famigliare, ma anche nella rete parentale più ampia. Se la perdita di credibilità nelle istituzioni e negli adulti in generale inficia la formazione delle giovani generazioni e, se storicamente e culturalmente al padre sono demandate le funzioni limitative che concernono le regole, allora si tratta di rispondere alla crisi sociale tramite la ricostruzione della funzione paterna. Ovviamente non basata sul cieco autoritarismo, bensì legata alla struttura affettiva del padre, che si fonda sì sull’autorità ma sostenuta dalla cura.

La struttura identitaria dei nuovi padri deve risultare in armonia con la costruzione identitaria dei figli, sostenendo così la loro crescita in modo da renderli autonomi per navigare nel mare della vita. I bambini per crescere hanno bisogno di spazi delineati da confini, hanno bisogno di sì e di no che li portino a disciplinarsi e orientarsi, a possedere il governo di sé. Hanno altresì bisogno di sentirsi protetti, sicuri, apprezzati e amati per poter formare la propria soggettività. Il padre ancora oggi incarna la Legge, ovvero quelle regole necessarie, che orientano la crescita del figlio per la costruzione della sua identità. I padri coadiuvano i figli nella ricerca del proprio Io, ponendosi accanto, sorreggendoli affinché essi sviluppino «una personalità capace di resistere ai rigori della vita e di rendere il dovuto servizio al suo possessore» (Bettelheim, 2013).

Il ruolo educativo e formativo del padre è perciò essenziale per lo sviluppo e la crescita dei figli, nonché per il supporto alla madre. Egli funge da perno della famiglia con le sue funzioni principali di riferimento normativo e rifugio sicuro su cui fare affidamento. Se nel passato il padre prendeva parte all’educazione del figlio nel momento in cui questi entrava in società, oggi si richiede la presenza attiva fin dalla gestazione. Il coinvolgimento dei padri nella vita dei figli inizia nel momento in cui vengono concepiti e continua per tutta la vita. In altre parole, il ruolo del padre è un Esser-ci nella vita del figlio, non solo come presenza, bensì come un Esser-ci partecipato – emozionalmente, cognitivamente e fisicamente – durante il suo sviluppo, dai primi passi fino all’indipendenza. Dalle singole pratiche famigliari vengono creati quei modelli cifra del fare famiglia. I padri sono chiamati ad accettare e prendere consapevolezza della paternità, assumendosi la responsabilità di crescere il figlio nel suo sviluppo, non abbandonando il campo (soprattutto in età adolescenziale), ma facendosi vicino nelle esperienze della vita.

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