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Stalking: comparazione nei sistemi di common e civil law

 In Sul Filo del Diritto, N. 4 – dicembre 2014, Anno 5

«Ma lui che l’insegue, con le ali d’amore in aiuto, corre di più, non dà tregua e incombe alle spalle della fuggitiva, ansimandole sul collo fra i capelli al vento». (Ovidio)

Come nel racconto mitologico dove il dio Apollo, perdutamente innamorato, “bracca” la ninfa Dafne che, ossessionata dalla sua insistenza, fugge disperata, così lo stalker concretizza, verso la sua vittima, quel medesimo amore tanto impossibile quanto persecutorio.

Benché le condotte persecutorie, “compiute in nome dell’amore”, si perdano nel tempo e nella Storia solamente verso la metà del ‘900 del secolo scorso hanno acquisito una loro peculiarità in sede giuridica, oltre che nella società.

Oggi, attraverso la dizione Stalking, si tratteggiano una serie di azioni, ripetute nel tempo, che si contraddistinguono per il loro carattere di sorveglianza e controllo, di ricerca di contatto e/o comunicazione e che vengono percepite dal destinatario come capaci di suscitare, e in effetti suscitano, preoccupazione e timore.

Stalking deriva dal verbo inglese to stalk nel significato di “camminare con circospezione”, per cui è stalker “colui che cammina in modo furtivo”, proprio come un cacciatore in agguato.

Il persecutore o stalker può essere sì un estraneo, ma il più delle volte è un conoscente, un collega, un ex compagno/a che tenta di stabilire o ristabilire una relazione sentimentale attraverso l’insistenza e l’imposizione della propria presenza.

Stabilire a priori un numero e la gravità di eventi considerati molesti, non è semplice: non è facile riconoscere ed eliminare i cd “falsi positivi”, ovvero quei comportamenti, comunque importuni, ma che non si possono far rientrare nell’alea dello stalking. Infatti, spesso alcune espressioni provocatorie o insistenti si possono inserire in dinamiche di forte tensione relazionale come, ad esempio, una separazione, un divorzio. In via ulteriore, le condotte della fattispecie di stalking possono essere tanto azioni non penalmente rilevanti – il dono di un fiore ‑, quanto veri e propri illeciti, come ad esempio la violazione del domicilio o la trasgressione di norme eventualmente predisposte dal giudice in fase di separazione, così come le minacce esplicite, verbali e non, e/o i comportamenti violenti.

Difficilmente valutabile è anche lo stato dei vissuti della vittima di stalking e del relativo danno esistenziale connesso al suo status di vittima; tanto è che alcuni autori di livello internazionale (es. JDH Jagessar, L. Sheridan, 2004), suggeriscono il criterio della “sofferenza soggettiva”, ovvero come i comportamenti vessatori dello stalker, determinino sofferenza specifica in rapporto alla soggettività della vittima. A complicare il quadro si aggiunge il problema delle cd false vittime, i cui timori originano non da comportamenti reali di stalking ma da situazioni patologiche, quali possono essere ad esempio gli stati maniaco-persecutori, paranoidei o stati alterati di coscienza[1].

Si può comunque tracciare, se anche in maniera sintetica, una disamina di quello che risulta essere lo stato dell’opera sul reato di stalking, in particolare quale sia l’assetto normativo nazionale e sovranazionale ponendo a confronto i sistemi di civil e common law.

Uno sguardo nel mondo

È negli anni ’90 del secolo scorso che in America si è iniziato, in dettaglio, ad individuare tra le definizioni generiche quali minaccia, danneggiamento, aggressione e violenza senza circostanziarne la specificità, quelle che potevano rientrare tra le caratteristiche della fattispecie del reato stalking, identificando nel contempo le ipotesi di intervento (M. Labianca, 2013).

In seguito a numerosi casi di stalking il giudice John Watson, della Orange County, richiese al Los Angeles Police Department l’istituzione della prima Threat Management Unit. Per cui lo Stato della California fu il primo Stato USA a dotarsi di una normativa sullo stalking, introducendo, nel 1994, il Driver’s Privacy Protection Act (DPPA). Tre anni dopo altri Stati americani introdussero il reato di stalking nei loro ordinamenti.

Per lo Stato californiano sono elementi essenziali del reato:

  • la volontà di molestare (harasses): porre in essere volontariamente una serie di condotte dirette ad una specifica vittima, esclusivamente finalizzate a terrore e molestia;
  • il compimento di due o più atti (course of conduct): posti in essere in un breve lasso di tempo, ma che evidenzino una continuità nel fine persecutorio;
  • una minaccia credibile (credible treath): verbale o scritta ‑ realizzata anche mediante l’uso di un sistema di comunicazione elettronico ‑ purché posta in essere con l’intenzione di fare ragionevolmente temere la vittima per la sua sicurezza o per quella della sua famiglia.

La pena prevista è la reclusione di un anno nel carcere della Contea, alternativamente o contestualmente all’imposizione di una pena pecuniaria prevista nel massimo in mille dollari. Come pena accessoria, inoltre, la Contea può sia ordinare al condannato di registrarsi come “reo sessuale”, sia infliggere ‑ a seguito di attenta valutazione sulla gravità del fatto e la possibilità di recidiva ‑ delle misure restrittive che vietino, fino ad una massimo di dieci anni, di avvicinarsi alla vittima. Benché ogni singola Contea abbia poi sviluppato strategie differenti volte al contrasto ed alla prevenzione dello stalking, delle violenze domestiche e sessuali, su tutto il territorio è stato disposto la creazione e diffusione di agenzie paragovernative specializzate nel contrasto e nella prevenzione di questi reati[2].

Sempre nel 1994 il Congresso ha approvato il Control Violent Crime and Law Enforcement Act all’interno del quale si prevedevano alcune disposizioni che definivano il reato di stalking quale reato di natura interstatale, di modo che la fattispecie criminosa potesse essere perseguita a prescindere dal luogo di perpetuazione della condotta o realizzazione dell’evento di molestia e/o minaccia. Queste disposizioni inoltre, hanno attribuito alle forze di polizia locali strumenti di contenimento e prevenzione del reato di stalking più efficaci rispetto ai precedenti ordini restrittivi o meri soggiorni obbligatori.

A seguire, molti Stati federali hanno potenziato la loro normativa in materia di stalking; con l’evolversi delle tecnologie e l’uso diffuso degli strumenti di comunicazione interattiva, nel 2000 all’interno del reato federale di stalking, furono incluse le forme di molestia virtuali (cyberstalking) attuate per mezzi di sistemi telematici (Art. 18 USC par. 2261).

Analogamente al contesto statunitense anche il Canada ha inserito nel suo Criminal Code il reato di criminal harrassement “molestia criminale”. L’Art. 264, difatti, dispone il divieto di agire nei riguardi di una persona in modo da farla sentire molestata, con l’obiettivo di realizzare un fondato senso di pericolo per se stessi o per i propri cari. La pena prevista è quella detentiva fino ad un massimo di dieci anni di carcere. Del 1997 sono le disposizioni in tema di omicidio di primo grado e premeditato se commesso in un contesto di molestia insistente, con la previsione dell’aggravante qualora le molestie siano realizzate in violazione di un protective court order (Art. 264 par 4 e5). Con la riforma del 2002 la pena è stata aumentata fino a dieci anni di reclusione[3].

Ancora, nel 1994, l’Australia si è dotata di una legge contro lo stalking e le violenze domestiche. La caratteristica intrinseca della legge australiana risiede nel fatto di non prevedere, a carico della vittima, l’onere di provare lo stress, le ansie o le paure generate dallo stalker. In via ulteriore la disciplina non ha una valenza extraterritoriale ambia per cui la competenza territoriale dell’autorità giudiziaria può non corrispondere necessariamente a quella ove si è verificato la condotta e l’evento persecutorio.

Elemento comune della disciplina sullo stalking nei paesi di common law sopra citati è quindi:

  • la previsione di una norma penale generale contenente una definizione minima del reato con indicazioni di pene non eccessivamente severe;
  • la possibilità per la vittima di poter richiedere all’autorità competente un restraining order (o injuntion), forma di diffida rivolta allo stalker in caso di realizzazione della fattispecie o fondato fumus alla realizzazione della stessa;
  • la previsione di un’aggravante del reato con inasprimento delle sanzioni in caso di violazione del restraining order.

Spostando l’attenzione verso oriente, in Cina lo stalking è stato espressamente proibito a partire dal 1987 con una normativa recentemente sostituita da disposizioni aggiornate rispetto al reato di persecuzioni perpetrate a mezzo internet: come per altre fattispecie[4] anche per lo stalking è stata prevista la pena capitale.

Il Giappone, invece, ha dovuto attendere il nuovo millennio per dotarsi di una legge sullo stalking inteso come “un crimine che interferisce sulla tranquillità e la qualità della vita delle persone colpite”. Attraverso norme assai stringenti in materia, nel 2000, è stato istituito un apposito reparto di polizia adeguatamente formato e specializzato nel trattare i casi di stalking, e realizzare un’opera di mediazione tra la vittima e lo stalker.

Proseguendo verso ovest, l’India è stato uno degli ultimi paesi ad aver introdotto, nel 2013, una legge anti-stupro. E questo sull’onda della mobilitazione popolare a seguito dei molteplici casi di cronaca nera. La normativa prevede pene più severe, estendono il suo raggio d’azione penale anche ai casi di molestie e stalking. Nei casi ritenuti più gravi, è stata prevista la pena di morte, l’ergastolo per gli stupratori abituali o venti anni di carcere per le violenze occasionali. Requisito minimo per l’imputabilità del fatto di reato, il compimento del diciottesimo anno d’età: lo stalker può essere punito con pena detentiva fino a tre anni in caso di prima denuncia, fino a cinque in caso di reiterazione del crimine. In via accessoria e a seconda dello stato di gravità e reiterazione, sono predisposte anche sanzioni economiche (M. Labianca, 2013 ).

Costituisce rilevante riferimento normativo internazionale in tema di stalking la Convenzione di Istanbul, siglata l’11 maggio 2011. Tale accordo comunitario rappresenta tutt’ora lo strumento più avanzato di contrasto al fenomeno della violenza, di protezione delle vittime e repressione delle condotte criminose degli autori, oltre ad essere la disciplina con maggiori margini di applicabilità. L’influenza di tale testo risiede nell’aver preliminarmente non solo definito le diverse tipologie di violenza, ma anche gli obblighi di criminalizzazione di talune condotte lesive negli ordinamenti interni. Per esempio al Capitolo V si prevede specifiche clausole che dispongono obblighi di penalizzazione di condotte violente, introducendo fra queste la violenza psicologica (art. 33) e gli atti persecutori (Stalking, art. 34). Questa Convenzione si inserisce, quindi, nell’insieme di prassi internazionali di protezione dei diritti umani.

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