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Minori e Cannabis

 In ScienzeForensi, N. 1 – marzo 2015, Anno 6

Altrettanto preoccupanti sono i risultati di numerose ricerche che confermano come il cervello dei consumatori di cannabis vada incontro ad una lenta ma persistente diminuzione delle capacità intellettive. Uno studio pubblicato nel 2006 sulla rivista Neurology ha evidenziato che i fumatori di cannabis vanno incontro a deficit cognitivi, della memoria, difficoltà nel mantenere l’attenzione, ridotta espressività del linguaggio e rallentamento nella capacità di riflessione. La ricerca ha coinvolto venti persone di età compresa tra i 17 e i 49 anni che avevano fumato per 10 anni almeno quattro spinelli a settimana, 20 coetanei che avevano fumato per cinque anni la stessa quantità di cannabis e 24 coetanei che avevano fumato al massimo nella loro vita 20 spinelli e che pertanto vennero catalogati come consumatori occasionali. I risultati dimostrarono che la prontezza nel prendere decisioni è ridotta del 70% nei fumatori di lungo corso, del 55% nei fumatori di medio corso e dell’8% nei fumatori occasionali. I test sulla memoria hanno evidenziato che i fumatori di lungo corso ricordavano 7 parole di una lista di 15, mentre i fumatori occasionali ne ricordavano 12 (cfr. Risè, 2007, p. 27).

Andreoli, benché rilevi che i fumatori di cannabis hanno tempi di reazione più lunghi, diminuzione dell’attenzione in prove complesse, diminuzione della memoria di fissazione e altri deficit inerenti l’apprendimento, la percezione e la performance in generale, riferisce che tali deficit non compromettono la normale esecuzione delle operazioni sociali.

Un contributo importante alla ricerca sugli effetti a lungo termine della cannabis è arrivato nel 2012, quando un gruppo di ricercatori della Duke University (Stati Uniti) ha pubblicato uno studio longitudinale su più di 1.000 neozelandesi seguiti dalla nascita fino ai 38 anni. I soggetti sono stati sottoposti periodicamente a test neuropsicologici rilevandone l’eventuale consumo di cannabis nel tempo. I risultati mostrano che i fumatori abituali di cannabis subiscono tra l’adolescenza e l’età adulta una riduzione media del quoziente intellettivo (QI) dell’8%, contro un leggero aumento riscontrato nei non fumatori.

A conclusione del discorso sui danni cognitivi si riportano i risultati di alcune ricerche pubblicate sul N.I.D.A. (National Institute on Drug Abuse U.S.A., traduzione e adattamento italiano a cura del Dipartimento delle Dipendenze Azienda ULSS 20 Verona, 2008, pp. 9-10).

Accertato che la marijuana compromette l’abilità di imparare e ricordare informazioni, più se ne fa uso, più si è soggetti a rimanere indietro nelle abilità intellettuali, lavorative e sociali. La ricerca ha, inoltre, dimostrato che l’effetto negativo dell’uso di marijuana sulla memoria e sull’apprendimento può protrarsi per giorni o per settimane dopo la fine degli effetti acuti dell’uso della droga.

Per esempio, uno studio condotto su 129 studenti universitari ha riscontrato che fra gli assuntori abituali di marijuana, coloro che avevano fumato la droga in almeno 27 dei 30 giorni precedenti lo studio, le capacità critiche relative all’attenzione, alla memoria e all’apprendimento erano notevolmente compromesse, anche se non avevano assunto la sostanza nelle ultime 24 ore. Gli utilizzatori abituali di marijuana presi in esame dallo studio avevano maggior difficoltà a mantenere e a spostare la loro attenzione e a immagazzinare, organizzare e usare le informazioni rispetto ai partecipanti allo studio che avevano usato marijuana in non più di 3 dei 30 giorni precedenti. Di conseguenza, una persona che fuma marijuana una volta al giorno potrebbe avere una progressiva riduzione delle capacità intellettive. Più recentemente, gli stessi ricercatori hanno riscontrato che un gruppo di consumatori abituali di marijuana aveva una ridotta capacità nel ricordare le parole di una lista dopo una settimana dalla sospensione dell’uso di marijuana, ma l’abilità di ricordare tornava normale dopo 4 settimane. Un’implicazione di questa scoperta è che, l’individuo anche dopo un uso pesante e a lungo termine di marijuana, se smette di assumere la droga, può recuperare una parte delle sue capacità cognitive.

Un altro studio ha fornito ulteriori dati sul fatto che gli effetti della marijuana sul cervello possono provocare nel tempo un deterioramento cumulativo delle abilità importanti per la vita in genere. I ricercatori hanno dato agli studenti tredicenni una serie di prove per misurare le loro capacità di problem-solving e le abilità emotive, ripetendole poi agli stessi soggetti al compimento del diciassettesimo anno d’età. I risultati hanno evidenziato che gli studenti che già bevevano alcol e fumavano marijuana a 13 anni erano leggermente svantaggiati rispetto ai loro compagni ma questa distanza si accentuava significativamente nell’ultimo anno di scuola. Lo studio ha associato l’uso di marijuana, indipendentemente dall’uso di alcol, a una capacità ridotta di ‘auto-rinforzo’ – un insieme di capacità psicologiche che permette all’individuo di mantenere la sua autostima e di perseverare nel raggiungimento dei propri scopi.

Anche la depressione desta preoccupazione, infatti, i risultati di uno studio del 2012 dell’Università del Michigan (Stati Uniti) hanno messo in evidenza un aumento del rischio di depressione dal 60 al 90% per i fumatori di cannabis.

L’elevato rischio d’insorgenza di psicosi e depressione ed il decadimento delle capacità cognitive sono spiegati, come visto nei paragrafi precedenti, dalle varie modifiche che le droghe causano soprattutto nella via dopaminergica e la cannabis lo fa per mezzo del suo principio attivo più importante, il THC. Nel caso specifico della cannabis vanno chiamati in causa un particolare tipo di neurotrasmettitori, gli endocannabinoidi. Scoperte negli anni Novanta, queste molecole che si legano a recettori specifici presenti sulla superficie di alcuni neuroni regolano l’intensità di numerosi impulsi nervosi inviati da un neurone all’altro. Il THC, assomiglia molto agli endocannabinoidi e questo gli permette di legarsi ai loro recettori, ostacolando così l’azione naturale dei neurotrasmettitori, stimolando, come già visto, un eccessivo rilascio di dopamina. A lungo andare, negli adolescenti che fumano regolarmente, le connessioni tra neuroni si sviluppano con modalità anomale e portano ad un cervello adulto dal funzionamento alterato.

Per quanto riguarda le modifiche cui va incontro il cervello dell’adolescente che fa uso di droghe vi sono punti di vista differenti sulla loro reversibilità. In un articolo reperibile sul sito dell’Ordine dei Medici di Ferrara [2], secondo Rubino (2013), quando si smette di assumere cannabis e si segue un buon percorso di recupero la plasticità del cervello, cioè la capacità di modificarsi e di adattarsi, anche in un adulto, dovrebbe riuscire a compensare il danno. Meno ottimista è il parere Niesink (2013), secondo il quale alcune parti del cervello possono evolversi per compensare in parte la perdita di funzioni di altre, ma quando il cervello ha imboccato una strada sbagliata non si può più tornare completamente indietro.

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Sitografia

http://www.dronet.org/monografia.

http:// www.ordinemedicife.it


[1] Definito anche Geo Drugs Alert, è uno strumento informatico attraverso cui si vengono raccolte informazioni utili all’identificazione di situazioni di potenziale rischio sanitario e sociale (ad esempio, appunto, la comparsa sul territorio di nuove sostanze e variazione di principi attivi che potrebbero cagionare decessi). Prevede anche il monitoraggio delle cosiddette “farmacie on-line” ed il controllo dei rave-party mediante l’identificazione precoce delle zone di raduno e conseguente attivazione delle Forze di Polizia. Si procede perciò al rilevamento di situazioni critiche che potrebbero determinare l’attivazione di risposte rapide e concrete da parte delle unità operative territoriali preposte alla tutela della salute pubblica.

[2] www.ordinemedicife.it

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