Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé

Duccio Demetrio
Raffaello Cortina Editore – 1996
«L’autobiografia è uno scrivere per l’altro e con l’altro. Dal momento che l’intreccio della nostra autobiografia traduce le parole dette in testimonianze, altrimenti destinate all’oblio. […] L’autobiografia è prima di tutto una tensione estetica e architettonica; è il viaggio di formazione forse più importante che ci è dato di intraprendere».
Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé è un viaggio alla scoperta della scrittura di sé, un cammino esistenziale alla ricerca dell’arte di tessere la trama della propria vita. Duccio Demetrio, pedagogista, filosofo, accademico e tra i fondatori della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari e dell’Accademia del Silenzio, in questo testo accompagna il lettore nel percorso stilistico e psicologico che intraprende chi sperimenta il pensiero autobiografico. L’autore dona metodi e suggerimenti per compiere un percorso di autoformazione che conduce alla scrittura di sé, al raccontare la propria esistenza, a raccogliere la molteplicità delle esperienze vissute unendole in un’unica trama. «La ricerca dell’unità, e ancora una volta, la scoperta della molteplicità, costituiscono quindi il ritmo musicale, la colonna sonora, del lavoro autobiografico» (p.21).
È attraverso la narrazione che si attribuiscono significati agli eventi, si ‘ordina’ e si può condividere la propria esperienza. Attraverso essa si ‘allena’ la capacità di autoanalisi e, quindi, la consapevolezza di sé. Proprio durante questo percorso l’Uomo può (ri)conoscersi ed accettarsi, individuare, assaporare i molteplici Io che hanno attraversato la propria vita e unirli nell’unico Sé della persona. «Com’è noto la sintassi del discorso e la nostra autobiografia non è forse un lungo racconto fatto di tanti discorsi sparsi? Come la sintassi è la struttura che coordina tra loro le frasi, tutta la nostra esistenza è un lungo viaggio alla ricerca di quella costruzione sintattica dalla quale dipende la possibilità di comprenderci e di essere capiti dagli altri […]. Per questo siamo definibili come ‘identità’ che raccontano raccontandosi» (p. 162).
Il desiderio di iniziare a scrivere di Sé, si affaccia nell’età adulta, il momento in cui si scopre la volontà di riconoscersi e ripensarsi. Infatti l’autobiografia invita a guardarsi indietro e allo stesso tempo avanti, si scrive nel presente pensando al passato, aprendosi a nuove sfumature di futuro. Essa è la traccia del nostro passaggio, la testimonianza che siamo unici, tra miliardi di persone, con i nostri intrecci, le nostre esperienze e i nostri compagni di viaggio. L’autobiografia è il momento dell’autoriflessione, del raccoglimento e ripensamento, è fermarsi ad osservare sotto una luce differente gli eventi della nostra vita, unirli in una trama e rispondere alle domande: Chi sono? Da dove vengo? Chi sono stato? Raccontarsi dona il potere di donare senso al nostro esistere, al nostro Esserci: «mentre tutto cambia e si trasforma in un processo che ci trascina e di cui siamo attori, tutto anche resta, finché ci è dato di pensarci e di raccontarci. Finché lo sappiamo e possiamo fare. Dal momento in cui cominciamo a farlo siamo contemporaneamente entrati in una dimensione senza più età della vita». Rielaboriamo il percorso della nostra esistenza costruendo un’immaginazione che ci sostiene e ci conforta, che diventa l’involucro che ci contiene e che produciamo lungo la strada.
L’autobiografia diviene feconda, si apre ad «un progetto educativo che metta al centro l’autoeducazione di ciascuno, basata sull’imparare a riflettere innanzitutto su se stessi, a promuovere i propri talenti, ad acquisire il più presto possibile un’indipendenza intellettuale e creativa, è inevitabilmente un progetto che facilita, e non inibisce affatto, le relazioni umane» (p. 167). L’autobiografo, dunque, si fa educatore generando altre storie, anzi vede le storie degli altri come preziosi momenti da raccogliere, conservare, curare. Scrivere di sé costringe la nostra mente ad un lavoro continuo di analisi, elaborazione, rielaborazione, connessione allorché «dalla storia di se stessi, dall’osservazione di quanto ci accade nei fatti e nel pensiero, è quasi una parabola naturale immaginare altre storie curiosando in quelle degli altri e imparando (questo è quello che abbiamo chiamato egotismo solidale) a rispettarle, ad ascoltarle, a farle rivivere in altre storie» (p. 192)
Scrivere autobiografia cambia il nostro modo di scrutare il mondo (i mondi interni ed esterni) diventa filosofico e scientifico allo stesso tempo. Nel primo caso, il punto di vista filosofico, non accetta semplici affermazioni, ma dubita, ricerca il senso profondo delle cose e degli eventi e, scientifico poiché dona il metodo della ricerca e del rigore, dell’analisi della realtà. Perciò divenire scrittori di se stessi non solo cura il nostro Sé e dona unità nella distinzione dei molteplici Io, ma dona un nuovo modus vivendi e operandi. Per tale motivo, l’autobiografo che ha intrapreso il viaggio formativo del racconto di sé, diviene educatore per l’altro, diventa capace di «far sentire meglio con la propria storia, imparando ad ascoltare quella degli altri e a immaginarla diversa con la scrittura». A questo punto non resta che trovare il coraggio di intraprendere questo viaggio: «Ehi! Tu, pellegrino della tua esistenza. Sei giunto a questo punto della tua storia, migliaia e migliaia di sconosciuti prima di te, ma come te, entrati nell’età di mezzo (un po’ più oltre o un po’ prima) si sono fermati a riflettere e a scrivere del proprio percorso. Provaci anche tu».


