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Vittime di reato e individuazione fisiognomica

 In ScienzeForensi, N. 2 - giugno 2013, Anno 4

Uno dei capitoli più importanti nella storia della criminologia è riservato alla fisiognomica (o fisionomica), la pseudoscienza che alla sua origine presumeva di ricavare i caratteri morali e la predisposizione al crimine di una persona a partire dai tratti somatici.

Il termine fu usato per la prima volta da Aristotele per indicare l’arte di dedurre il carattere tramite la sola osservazione dell’aspetto fisico generale o di particolarità morfologiche del cranio e del viso. Autori di tutte le epoche si sono occupati con grande enfasi di questo argomento: Ippocrate, Platone, Della Porta, Giordano Bruno, senza trascurare la fisiognomica moderna di Lavater e la frenologia di Gall e Spurzheimer nel XVIII Secolo. Fino ad arrivare alle più recenti “teorie bio-antropologiche” della Scuola Positiva di Cesare Lombroso, che ha avuto importanti ricadute sullo studio del crimine, tanto da essere, ancora oggi e con le dovute sfumature, oggetto di discutibili linee di pensiero.

L’approccio biologico al crimine, insieme alle teorie darwiniane sull’ereditarietà, furono gli iniziali tentativi scientifici di dare ad esso una spiegazione plausibile e soprattutto quantificabile. Col determinismo di Lombroso nacque anche la moderna criminologia. In particolare le “scienze esatte” furono impiegate per elaborare alternative all’impianto illuministico: anziché insistere sulla libera intenzionalità della scelta delinquenziale, si identificarono le tendenze criminali in difetti individuali.

Quando fu pubblicato L’uomo delinquente, nel 1876, la parola criminologia ancora non esisteva. Lombroso utilizzò il termine “antropologia criminale” per descrivere il nuovo campo di studi basato sull’idea che il crimine fosse un fenomeno naturale, biologico e innato, che poteva essere interpretato attraverso un’obiettiva ricerca empirica e la cui fonte privilegiata era, appunto, il corpo del “criminale nato”.

I volti umani, esattamente come accade per le impronte o le tracce genetiche, si possono presentare in una varietà infinita di forme e sono tutti differenti gli uni dagli altri.

L’antropometria e la fisiognomica non sono conoscenze nuove, così come non è recente il loro impiego ai fini della sicurezza e della giustizia; sono piuttosto l’esempio di conoscenze antiche che utilizzano la tecnologia attuale (anche sotto il profilo simbolico) per scopi investigativi. L’identificazione tramite il confronto d’immagini era impiegata anche in passato ma solo oggi la tecnologia ha fornito un nuovo impulso alla messa a punto di sistemi di elaborazione digitale delle immagini.

In passato, grazie allo sviluppo del medium scrittorio e l’invenzione della stampa, il ricorso ai “bandi” e alle “taglie”, divenne il mezzo attraverso cui l’istituzione comunicava con la comunità. Oppure il sistema tramite cui gli organi di polizia comunicavano tra loro. Le taglie contenevano la descrizione (anche iconografica) dei connotati e dei contrassegni del reo per “mandato di cattura” e caratterizzarono i sistemi di ricerca e individuazione dei latitanti fino alla diffusione della fotografia. Il sistema di riconoscimento dei latitanti, in realtà, non mutò in modo significativo fino alla fine dell’Ottocento con la scoperta del dagherrotipo, dell’antopometria segnaletica e della dattiloscopia, salvo evolversi in meglio in coincidenza della migliore organizzazione dei corpi di polizia ad esso preposti.

Sin dalla sua genesi moderna la criminalistica si è avvalsa della tecnologia per lo studio clinico del reo. Autori quali Cesare Lombroso, Francis Galton, Salvatore Ottolenghi, Alphonse Bertillon, cercarono di spiegare la delinquenza come una patologia che poteva essere “osservata”, “misurata” e “controllata”, in definitiva repressa. Col determinismo positivista accrebbe ulteriormente anche la concezione che il crimine fosse un fenomeno spiegabile e misurabile, la cui fonte privilegiata era il corpo del “criminale nato”. Il corpo del reo rappresenta dunque il luogo per eccellenza del controllo sociale da parte delle istituzioni, che fin dall’antichità l’hanno dominato dall’esterno, attraverso conoscenze e strategie tecnologiche sempre più raffinate.

Nella nostra epoca, la postmodernità, per “identificazione forense” si intende sempre più spesso il medium attraverso cui essa è concepita. I sistemi informatici di sorveglianza e prevenzione stanno, infatti, rapidamente subentrando alle strutture e le tecniche punitive tradizionali considerate residuali e inefficienti, le quali hanno perduto gran parte del loro linguaggio mitologico e il cui fallimento è connaturato alla scarsa funzionalità sociale del sistema punitivo stesso.

Nella “società del rischio”, paura della criminalità (sia essa reale o percepita) e incertezza per il futuro stanno determinando un mutamento degli stili di vita e del modo di vivere e abitare lo spazio urbano, pubblico e privato. Perciò quello della sicurezza è un bisogno sempre più sentito dai cittadini ed è stato interpretato dai governi innanzitutto con l’aumento del controllo sociale che è diventato costante e pervasivo; si diffondono così nuove forme architettoniche e con esse altri stili di comportamento collettivi.

Le strategie di contrasto al crimine da parte dei governi si muovono secondo una linea d’azione quasi univoca: il panopticon; il controllo foucaultiano; la rete di sorveglianza elettronica.

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