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Criminale e vittima, un sistema inscindibile

 In Editoriale, Anno 1, N. 2 - giugno 2010

Come neuropsichiatra e medico legale che da molti anni insegna criminologia all’Università di Bologna, dopo essermi imbattuto per motivi professionali e di studio in numerosi autori di crimine e in differenti dinamiche criminali, mi sono posto ormai da molto tempo il problema del rovescio della medaglia, dei volti della violenza che sono l’interfaccia dietro cui vi è sempre una vittima.

Non posso qui dimenticare che, con riferimento all’umanesimo cristiano, il Vecchio Testamento si apre con un fratricidio, Caino uccide Abele, il Nuovo Testamento si chiude con un martirio e con un’esecuzione, quella di Cristo.

Nella storia della criminologia è Caino che lascia il “marchio”, che offusca la vittima, la quale trova in Cristo immenso valore e particolare significato. Dal fratricidio di Caino, la violenza, nei suoi diversi volti e nelle sue differenti modalità espressive, è nota e diffusamente descritta, ma delle vittime viene lasciata una traccia indiretta: la violenza è antica e ha posto in primo piano l’autore, quel primate aggressivo che è l’uomo, ponendo le vittime nell’ombra.

Dietro coloro che uccidono vi sono le vittime, e stupratori e feticisti provocano vittime così come si verifica nelle perversioni collegate ai crimini violenti. Esistono altresì persone che si lasciano travolgere da elementi inautentici e quindi diventano candidati ideali per riti irrazionali, soprattutto quando l’individuo si trova in difficoltà. Allora è facile diventare vittime di falsi guaritori, di ipnotizzatori impreparati, di magnetizzatori, di occultisti ciarlatani, di spiritisti, di maghi e stregoni di ogni fede a cui si aggiungono quei sedicenti psicoterapeuti che operano senza alcun controllo, attirando malati ed anche infelici in cerca di felicità o in fuga dalla realtà.

Inoltre, esistono animatori di piccole cricche che costituiscono altrettanti centri di vittimizzazione anche collettiva che abusano della credulità e delle difficoltà esistenziali di molte persone. Sono  questi tutti temi che mi consentono di ricordare che criminale e vittima rappresentano un accostamento costante anche se, nella dinamica interpretativa del delitto, le vittime sono sempre state lasciate nell’ombra. Questa situazione può essere legata al fatto che le teorie che hanno tentato e che tuttora tentano di individuare le cause del crimine si sono assunte come compito fondamentale quello di determinare il tipo o i tipi predisposti al crimine senza alcun collegamento con la vittima.

Lo studio della criminalità, anche di quella legata ai volti della violenza, era in passato diventato antropologia criminale, settore della biologia che aveva dato enfasi all’ipotesi molto comune sul crimine che ritroviamo in tutta la storia, che esso venga commesso da persone che nascono criminali,  appunto col “marchio di Caino”.

Perciò, allorché si esamina un reato, occorre partire da un presupposto incontestato: il reato è interazione, perché il delitto è uno scontro all’interno di un rapporto di tensione personale tra un reo ed una vittima dove, in passato, si sono confuse le cause con i motivi influendo anche pesantemente sulle norme penali e trascurando la vittima.

Un modo di aggredire il crimine consiste anche nel prevenire la vittimizzazione e nel far sì che le vittime non diventino più tali: questioni queste che dovranno sempre più inserirsi nei problemi riguardanti la cultura della legalità e la sicurezza dei cittadini.

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