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Effetti collaterali morbosi della criminologia mediatica

 In Editoriale, N. 3 - settembre 2012, Anno 3

Le nuove mode, per loro natura, prendono piede e dilagano senza risparmiare niente e nessuno. Così dopo il fenomeno dei talk show, quello dei reality show, ecco avanzare quello del criminality show. Nutrito da un’epoca di esasperata diffusione e proliferazione mediatica, a sua volta dà vita ad un altro fenomeno: il dark tourism, effetto collaterale morboso di una esposizione mediatica senza tregua.

Turismo dell’orrore, una diversificata gamma di forme di viaggio che orbitano intorno ai temi della morte, della sofferenza, delle catastrofi. Va di moda oggi fare visite a quei luoghi tristemente famosi, teatri di efferati omicidi, disgrazie, incidenti e catastrofi messi alla ribalta dalle TV, talkshow e Tg che anticipano, attraverso la messa in onda di edizioni speciali, dibattiti e interviste, una forma morbosa di estremo presenzialismo e partecipazione ai fatti, nonché agli sviluppi delle attività investigative durante le quali ogni telespettatore ha la possibilità di immergersi in un bagno di noir in cui si può improvvisare persino esperto di questa o quella disciplina.

Se l’ambivalente gioco di fascinazione e repulsione che circonda le rappresentazioni della morte sviluppatasi in questo nuovo secolo non rappresenta una novità assoluta, l’identificazione del macabro come “risorsa turistica” definisce oggi un fenomeno in espansione e con caratteristiche che appaiono connesse ad alcune delle trasformazioni che hanno investito le società moderne (Marra E., Ruspini E., 2011). Pare che questa tipologia di vacanza, sia solo un ultimo “ritrovato”commerciale: una forma di turismo ad alto impatto emotivo, per vedere con i propri occhi e constatare di persona l’accaduto, osservare gli effetti e poter esprimere anche la propria opinione.

É così che, sdraiati al sole dell’estate alla ricerca della propria meta di distrazione, è possibile imbattersi in numerose proposte di agenzie che offrono il grief tour in diverse località del mondo, per fare una vacanza in quei luoghi divenuti tristemente noti per ragioni e avvenimenti diversi.

Che dire poi, di quella forma di slow tourism che ormai da qualche anno si nutre di persone in pellegrinaggio con la macchina fotografica in visita alla così detta “scena del crimine” che da spazio privilegiato degli addetti ai lavori, oggi è entrata nel gergo, nelle case e nell’immaginario di ogni telespettatore, lettore, studente. Programmata una tabella di marcia, pianificata nei minimi dettagli, si sceglie un luogo che abbia avuto una forte risonanza mediatica, ci si documenta sui giornali e su Internet, e poi si parte, diretti verso il “Reality tours” prescelto, con in mano una copia del giornale di cronaca piuttosto che la classica guida turistica: dal maestoso relitto della nave arenata ai piedi dell’Isola del Giglio alle piccole e, un tempo intime, dimore di Cogne, Erba, Parma, Perugia, Avetrana, Brembate di Sopra, Lignano, Foligno, ecc.

Semplici luoghi sconosciuti prima e divenuti poi teatro di delitti irrisolti, inesauribile fonte di maratone televisive, ricostruzioni mediatiche e palcoscenico di testimonianze offerte sotto l’influenza e le suggestioni martellanti di anchor man/woman, che si ripetono ad ogni nuovo delitto, ripercorrendo e riproponendo ogni volta la storia, le tappe e le empasse investigative di casi irrisolti: un circo animato da testimoni, persone informate sui fatti, familiari e conoscenti delle vittime, esperti, consulenti, opinionisti, tutti insieme a turno su un carrozzone, in cui l’intrattenimento offre numeri di funamboli e trapezisti in equilibrio sulle ultime novità della scienza e le comiche figure dei clown impegnati a sollecitare tonalità emotive sempre più toccanti. Il dramma coinvolge emotivamente con fenomeni di identificazione, mettendo in luce al tempo stesso il lato umano, personale, soggettivo della tragedia, della vittoria e della sconfitta (Gili C., 2006).

Affamati di morbosa curiosità legata anche ad un sottile filo di patologico voyeurismo, gli appassionati di simili forme di turismo macabro, si precipitano prima che i riflettori si spengano. Indispensabile avere una testimonianza diretta della loro presenza sulla scena dell’orrore, nel tentativo di assaporare, almeno in parte, un po’ di quella realtà altrimenti percepita solo attraverso lo schermo della televisione, per diventare in qualche modo comparse di un cast mediatico messo su all’occorrenza e soddisfare la propria voglia di protagonismo e postando, qualche ora dopo, le prove di quella esclusiva presenza sul proprio profilo del social network preferito accompagnate dalla didascalia “Io ci sono stato!”

Nell’epoca della spettacolarità generalizzata, dunque, in cui ciò che prevale è il “voyeurismo televisivo”, in cui la fiction si insedia sempre più nella realtà, sotto l’occhio onnipresente delle telecamere, il verbo dominante diventa “essere visibile”. Il delitto, così, seppur altrui, diventa una mezzo per poter apparire, essere presente e beneficiare un po’ di quella fama di cui gode il criminale che di quel grande spettacolo che è il Criminality show, è oggi uno dei protagonisti indiscussi.

Così la cronaca nera diventa copione di un film noir in cui la gente si immedesima, e le attività investigative si trasformano in uno dei tanti argomenti da bar: ognuno si identifica a seconda del caso in questione, in un consumato marinaio, un tecnico di sopralluoghi scientifici, un abile esperto di tecniche per scoprire le menzogne, un’efficiente “azzeccagarbugli”, uno studioso delle ultime teorie criminologiche, su cui ognuno sente di poter dire la sua. Accalcati, spinti dal desiderio di guardare, spiare, cogliere qualche dettaglio nascosto, verificare e analizzare di persona se tutto quello letto, visto e ascoltato dai media sia realmente come lo racconta e poter fare ipotesi nuove, differenti, e scommettere su chi sia l’ipotetico autore del delitto.

Si scatena così la ricerca meticolosa su siti internet, giornali specializzati e si resta ipnotizzati davanti alle ricostruzioni, speculazioni e interpretazioni proposti dai vari dossier, spesso in edizione notturna. Una criminologia mediatica segnata dalla produzione televisiva di programmi relativi a casi reali, in cui anticipare/sostituire il verdetto giudiziario in una sorta di raddoppiamento del giudizio, non più sottoposto alle ponderate norme del giudizio penale, ma alle norme spettacolari delle fiction e dei reality televisivi con l’utilizzo di esperti che spesso si sono piegati alle esigenze rappresentative proprie dei media considerati (Verde A., Barbieri C., 2010).

Tutti vogliono essere i testimoni diretti di Caino che uccide Abele, vederne il sangue e “sentirne l’odore”, leggere quei particolari gesti che l’assassino ha compiuto sul suo corpo o sul luogo in cui il fatto è avvenuto. In ogni essere umano, dunque, tende sempre ad emergere quel bisogno insito di guardare il male, seppur con timore, con il desiderio di domare quella parte buia di ognuno: guardarlo in faccia, viverlo attraverso le esperienze degli altri, diventa un modo per esorcizzarlo, allontanarlo da se stessi e di conseguenza, un modo per rendersi immuni da quella tentazione.

Siamo irrimediabilmente attratti dal delitto e, le vicende di cronaca nera, ci respingono e ci affascinano allo stesso tempo, risvegliando una sorta di stupore e di panico che fin troppo spesso, superano le più cupe fantasie. Quella curiosità insistente per i particolari più agghiaccianti, per alcuni aspetti particolari della vita privata del criminale o ancora per le storie della sua vita, diventano una forma di “riscatto catartico” con cui liberarsi da una probabile “contaminazione” che danneggia la propria natura per rinforzare il convincimento di chi ritiene che non sarebbe mai capace di commettere simili gesti malvagi e crudeli.

Attuale dunque, come mai oggi, il pensiero di Guy Debord (1967)«Più egli contempla, meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la sua propria esistenza e il suo proprio desiderio».

Bibliografia
Debord G., (1967), La società dello spettacolo, Baldini e Castoldi, Milano, 1997.
Gili C., La violenza televisiva . Logiche, forme, effetti, Carocci, Roma, 2006.
Marra E., Ruspini E., Altri turismi. Viaggi, esperienze, emozioni, Franco Angeli, Milano, 2011.
Verde A., Barbieri C., Narrative del male, Franco Angeli, Milano, 2010.

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