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I contesti operativi dei servizi sociali nel processo penale minorile oggi

 In FocusMinori, N. 3 - settembre 2012, Anno 3

Volgere lo sguardo ai contesti operativi dei servizi sociali nel processo penale minorile oggi, non può prescindere da una più ampia riflessione sulla nostra epoca e sul significato del lavoro sociale.

La nostra, “epoca delle passioni tristi”, connotata da vissuti di impotenza ed incertezza nel quotidiano e per il futuro, comporta anche per il lavoro sociale l’interrogarsi sul senso delle proprie azioni e della propria attività che costantemente subisce tagli, ferite, mutilazioni nelle risorse. In una società inoltre dove la fluidità delle relazioni, dei passaggi, delle informazioni e trasformazioni scorre velocemente con modalità inafferrabile, intangibile, liquida.

Come profondamente delineato altrove, il mondo dei servizi percepisce mortificazione rispetto all’identità professionale, alle motivazioni e ad un investimento soggettivo: un’erosione progressiva e a volte silente che incide su quanto costruito negli anni. Di fronte ad una simile situazione e ad una chiusura emotiva che ne scaturisce attraverso sentimenti di rassegnazione, attesa, indignazione e negazione, occorre riuscire a dialogare con la realtà quali agenti creativi rivalutando le domande di fondo del nostro operare per pensare criticamente, connettendosi e creando legami, accordi, procedure con gli altri, riscoprendo una capacità di influenzamento e una densità culturale del e nel lavoro che si fa.

Allo stesso tempo tutto ciò ha condotto l’operatore, anche come adulto a cambiare visione ed orientamento: non più rivolto a risolvere situazioni quanto ad “imparare a stare dentro, a sostenere”, con un accento dunque sui fattori di resilienza: da qui la necessità di una supervisione ed aggiornamento costanti degli operatori, come è emerso anche in una ricerca effettuata presso l’Ufficio di Servizio Sociale per i Minorenni (d’ora in avanti per brevità U.S.S.M.) di Firenze, dove chi scrive opera ed in cui è maturata l’esperienza più che ventennale da cui scaturiscono le presenti sintetiche riflessioni.

Nello specifico inoltre si è assistito ad una assenza di progettualità centrata sui giovani e di riconoscimento della loro appartenenza al territorio, con una conseguente delega e disimpegno dei servizi locali sociali e sanitari ed una forte contrazione delle opportunità di percorsi formativi e lavorativi con una immediata ricaduta sui progetti educativi e formativi anche di messa alla prova.

 

I modelli di intervento e il quadro normativo

Osservare l’azione del servizio sociale, permette di ricostruire le chiavi di lettura che hanno definito le politiche, gli orientamenti, e accanto ai diversi paradigmi che nel tempo hanno interpretato le cause della devianza e della criminalità minorile, i tre diversi modelli di intervento: quello retributivo con accento specifico sulla punizione, il rieducativo con l’obiettivo del reinserimento sociale, il riparativo/conciliativo basato sul principio della responsabilizzazione e del riconoscimento e tutela della vittima.

In particolare il modello psicologico, che vede il lavoro sul caso centrato sull’analisi della personalità del minore, domina gli anni ‘60 del secolo scorso. I contributi successivi della sociologia, la condizione storica, ribaltano i campi di interesse con la rivalutazione del contesto sociale; la politica “riscopre” così la comunità locale che il legislatore traduce nelle norme la n°354 del 1975 e l’art.23 del D.P.R. 616 del 1977. Entrambe le norme richiamando la titolarità degli Enti Territoriali e attuano il passaggio delle competenze civili ed amministrative, mentre lo specifico del penale minorile trova la sua collocazione con l’emanazione del D.P.R.448/88. I principali caratteri [1] di dette disposizioni sono riconducibili ad una natura relazionale sistemica, con un alto livello di comunicazione tra i diversi soggetti ed interazione tra le attività del processo e il sistema di relazioni sociali; ad una natura finalistica in cui il peculiare interesse/dovere dello Stato è volto al recupero dei minori, come occasione educativa; ad un’attitudine responsabilizzante, ad esempio, la rapidità della reazione sociale e il dovere di illustrare al minore il significato delle attività del processo e le sue decisioni; ad una natura garantista con la presunzione di innocenza e diritto alla difesa, alla presenza dei genitori, di prendere la parola e accettare le misure. La norma si basa inoltre su alcuni principi quale l’adeguatezza, la minima offensività, nel rispetto e per tutelare le esigenze educative, la de-stigmatizzazione, ad esempio, con la concessione dell’irrilevanza sociale del fatto, la selettività, l’indisponibilità del rito e dell’esito del processo, la residualità della detenzione con la restrizione dei casi di arresto e flagranza e di custodia cautelare.

 

Il contesto organizzativo

In questo ambito normativo opera l’U.S.S.M. quale organo periferico regionale del Dipartimento per la Giustizia Minorile, del Ministero della Giustizia. L’U.S.S.M., l’Istituto Penale e il Centro di Prima Accoglienza (in alcune realtà territoriali anche le Comunità Ministeriali), sono i servizi che alle dipendenze di un ufficio dirigenziale, il Centro Giustizia Minorile, operano su mandato della magistratura per la realizzazione degli interventi sociali e l’attuazione dei provvedimenti penali nei confronti di minorenni, autori di reato, imputati e condannati. Alcune competenze resistono residualmente ad esempio la tutela e presa in carico anche dei minori vittime di abusi (Legge 66 del 1996) e la procedura nel caso di sottrazione internazionale di minori figli di genitori di diversa nazionalità (Legge 64 del 1994). Sostanzialmente il servizio interviene su due aspetti: a favore di tutti i minori dell’area penale, di età compresa tra i 14 ed i 21 anni (con reato commesso entro il 18° anno), concorrendo alla decisione dell’autorità giudiziaria minorile e alla loro attuazione e alla promozione e tutela dei diritti dei minorenni.

Nel quadro dei compiti istituzionali ed in particolare dall’ordinamento penitenziario (legge 354/75), dalle disposizioni sul processo penale a carico di imputati minorenni D.P.R. 448/88 e dalle relative norme di attuazione di D. L.vo 272/89, le attività degli UU.SS.SS.MM. riguardano:

  • interventi finalizzati alla conoscenza delle condizioni e delle risorse personali, familiari sociali e ambientali del minorenne al fine di contribuire anche con ipotesi progettuali, al processo di decisione dell’autorità giudiziaria minorile;
  • elaborazione ed attuazione di piani di intervento individualizzati che attraverso il processo di aiuto, attivano percorsi di crescita e di responsabilizzazione del ragazzo;
  • assistenza al minorenne in ogni stato e grado del procedimento penale intesa sia come attività del servizio finalizzata ad offrire al minore elementi di chiarificazione e di consapevolizzazione rispetto alla sua vicenda giudiziaria, che come trasmissione di conoscenza all’autorità giudiziaria per favorire la congruità della decisione giudiziaria;
  • interventi di aiuto, sostegno e controllo nella fase di attuazione del provvedimento dell’autorità giudiziaria in accordo con gli altri servizi minorili della giustizia e del territorio;
  • verifica degli interventi in relazione ai piani formulati ed ai risultati ottenuti;
  • promozione del processo di responsabilizzazione della famiglia e dello sviluppo delle potenzialità in essa presenti;
  • promozione e sostegno alle comunità locali finalizzati alla valorizzazione delle risorse esistenti e alla loro funzionale organizzazione per la soluzione dei problemi;
  • promozione e continuo potenziamento dell’impegno culturale ed organizzativo della comunità locale nei confronti delle problematiche minorili, collaborando con i servizi sociali dell’ente locale, con il privato sociale e con il volontariato alla valorizzazione delle risorse comunitarie per la predisposizione di piani di intervento integrato di prevenzione secondaria e terziaria;
  • promozione e partecipazione ad attività di studio, di ricerca, di consulenza in merito alla prevenzione della devianza minorile, nonché alla definizione delle politiche sociali locali a tutela dei diritti dei minorenni.

Nel perseguimento di dette finalità gli UU.SS.SS.MM. collaborano con gli altri Servizi Minorili e con i Servizi Territoriali, istituzionali e non, attraverso modalità operative integrate ed interconnesse.

La capacità d’azione del servizio è volta alla mediazione per la coesistenza e convivenza dei due ruoli tra mandato sociale e istituzionale: l’equilibrio tra controllo ed aiuto è rappresentato dal progetto educativo individualizzato costruito con la pluralità degli attori sociali e in cui si opera per generare riflessività sul minore, la famiglia, la comunità di appartenenza. Obiettivo è suscitare processi di consapevolezza e cambiamento, per promuovere lo sviluppo delle risorse personali e familiari e la conoscenza e l’utilizzo di quelle istituzionali e comunitarie.

 

La Circolare n. 5351/2006

Il contesto organizzativo è dato inoltre dalle Circolari del Dipartimento, la prima del ‘96 e quella attuale la n. 5351 del 17 febbraio del 2006 “Organizzazione e gestione tecnica degli Uffici di Servizio Sociale per i Minorenni”. In essa si sottolinea che l’U.S.S.M. opera per la prevenzione ed il recupero della devianza minorile, svolgendo, nei diversi istituti giuridici, la funzione di garante dell’unitarietà e personalizzazione del progetto socio-educativo. L’U.S.S.M. pone attenzione allo sviluppo soggettivo del benessere attraverso interventi mirati a sviluppare le abilità personali, la consapevolezza e la cura del sé; a tutelare la salute psico-fisica del minore e l’eventuale accompagnamento nei Servizi specialistici, ad offrire opportunità di socializzazione; a garantire la continuità dei validi legami affettivi e parentali; a promuovere, il diritto-dovere a studio e formazione-lavoro.

In particolare l’osservazione delle problematiche del disagio/devianza minorile nella comunità locale, nelle sedi politiche e istituzionali, nei servizi pubblici e del terzo settore deve favorire: la lettura plurale delle diverse espressioni di devianza, rilevandone i cambiamenti, i nuovi bisogni, le possibili forme di recupero del benessere; la promozione di una cultura della legalità; la promozione della cittadinanza attiva; la promozione della cultura di accoglienza delle differenti culture ed etnie; la promozione di interventi di ricomposizione del conflitto che l’azione deviante produce, attraverso azioni di riconciliazione, riparazione sociale o di mediazione.

Il modello organizzativo dell’ufficio deve essere connotato da flessibilità per ridefinire costantemente l’operatività in relazione all’evoluzione delle problematiche dell’utenza e dei contesti istituzionali e socioculturali di riferimento. Esso deve essere rivolto ad una progettualità su priorità e modalità di lavoro integrato, deve valorizzare le competenze professionali e le capacità personali, garantendo la circolarità delle informazioni ed una multidisciplinarietà metodologica, con una costante interconnessione con la rete dei servizi territoriali.

L’intervento si attua attraverso l’applicazione dei principi dei metodi e delle tecniche proprie del servizio sociale professionale utilizzando un approccio interdisciplinare in contesti inter-istituzionali e multi-professionali. Nell’esperienza professionale personale si fa riferimento ad un approccio abduttivo che, coniugando prassi e teoria, volge la propria attenzione ad un approccio ecologico, multiculturale, motivazionale, sistemico relazionale, alla psicologia umanistica, al counseling, al lavoro di comunità e quello di rete.

L’intervento va modulato sulle esigenze inerenti la specifica fase processuale nella quale si trova il minore attraverso l’elaborazione ed attuazione di proposte e progetti che rispettino i principi richiamati precedentemente e caratterizzanti il processo penale minorile. Progetti di intervento che si qualificano con una sempre più circoscritta durata, con una considerazione della relazione tra minore ed ambiente, mirato alle precipue risorse soggettive del minore e a quelle del territorio di provenienza. Si delinea una titolarità di intervento, complessa, articolata, finalizzata al recupero dell’unitarietà esperienziale del minore, connesso al fattore tempo e alla percezione di esso. Tempo della giustizia, tempo del minore, tempo della vittima: sono oggettivamente e soggettivamente osservabili, analizzabili e connessi da un’azione, ma si intrecciano con gli elementi di contesti territoriali diversi da un punto di vista economico e sociale e la fluidità della condizione adolescenziale dal punto di vista fisico e psicologico.

La concretezza della progettualità socio-educativa si realizza con una territorialità dell’azione: con l’ascolto e l’accompagnamento del ragazzo quale titolare di bisogni, ma anche attore capace di considerare i rischi, di assumersi responsabilità e di attivare processi di cambiamento; con un approccio integrato alle situazioni, guardando i contesti di vita e di relazione, riletti come possibili fonti sia di rischio che di opportunità; con un’interazione costruttiva con la famiglia, quale primario luogo di risorse e potenzialità da supportare, per promuovere abilità, competenze, titolarità genitoriali. Con la promozione, anche a livello inter-istituzionale di una consapevolezza dell’illecito che possa costituire uno spazio per la rielaborazione e la costruzione di una cultura della legalità e della cittadinanza attiva; con un approccio all’evento reato all’interno di una visione costruttiva del conflitto.

 

Le attività di prevenzione e di utilità sociale

In questa direzione molteplici sono le esperienze realizzate ed avviate, anche con associazioni ed altri enti istituzionali, di percorsi di educazione alla legalità condotti e differenziati nelle scuole di ogni ordine e grado diffuse sul territorio nazionale. Percorsi le cui finalità sono di prevenire il disagio, promuovere l’agio, favorire la formazione di cittadini responsabili, promuovere la cultura della legalità e la conoscenza e la collaborazione tra Istituzioni. Gli obiettivi, da perseguire attraverso una metodologia interattiva e partecipativa, con l’utilizzo di strumenti come ad esempio il brain-storming, i lavori di gruppo, il role-playing, sono focalizzati su: promuovere il rispetto reciproco e atteggiamenti di responsabilità circa il valore delle regole; sviluppare il comportamento pro-sociale; sensibilizzare rispetto ai segnali di disagio degli alunni, in particolare riguardo ad atteggiamenti prevaricatori e di bullismo; sollecitare le capacità di problem-solving in situazioni di rischio nei vari contesti di vita (scuola, famiglia, comunità); sviluppare un utilizzo critico delle nuove tecnologie (cellulare, social network, pc ecc.); accrescere e consolidare la rete a protezione dei minori per favorire la corresponsabilità educativa tra famiglia e Istituzioni.

Anche per quanto concerne le attività di mediazione e ricomposizione del conflitto, numerose sono le esperienze realizzate nei diversi contesti territoriali, a partire da quelle connesse ad una mediazione in senso stretto, e che “sta fuori” dal percorso penale, che ha visto e vede partecipi enti locali e accordi di vario genere con la magistratura. Più diffusa, a macchia d’olio, è la realizzazione di attività di utilità sociale che assume particolare significato e pregnanza nell’ambito di una ricomposizione della frattura creatasi tra il minore e la comunità di appartenenza con la commissione del reato. Interessante a questo proposito la lettura offerta da Bandura che descrive specifici meccanismi cognitivi di “disimpegno morale” attraverso i quali l’uso della violenza e le lesioni dei diritti degli altri vengono giustificati con forme distorte di ragionamento. La frattura tra pensiero e comportamento morale è consentita da una modificata rappresentazione della condotta, delle sue conseguenze o della vittima. Esempi di ciò sono:

  • la giustificazione morale con cui si discolpano i danni arrecati ad altre persone facendo appello a ad “alti” scopi: “è giusto battersi quando è in gioco l’onore del proprio gruppo”;
  • l’etichettamento eufemistico attraverso il quale con l’uso di eufemismi si ingentiliscono le offese, conferendo loro uno status di rispettabilità: “picchiare dei compagni fastidiosi è soltanto dar loro una lezione”;
  • il confronto vantaggioso in cui il paragone fra azioni riprovevoli ed altre ancor più riprovevoli legittima il comportamento deviante: “rubare un po’ di denaro non è affatto grave rispetto a quanti rubano grandi quantità di denaro”;
  • la dislocazione della responsabilità con la quale il rinvio della stessa offusca il coinvolgimento personale: “i ragazzi non possono essere rimproverati se si comportano male quando i loro compagni li hanno indotti a comportarsi così”;
  • la diffusione della responsabilità dove l’estensione della responsabilità a un collettivo attenua quella individuale: “se un gruppo di ragazzi decide di fare qualcosa di dannoso è sbagliato dare la colpa a ciascun ragazzo preso individualmente”;
  • la distorsione delle conseguenze con cui si banalizzano e minimizzano le conseguenze del proprio comportamento: “il prendere in giro non fa veramente male a nessuno”.
  • la distorsione del rapporto con la vittima: la de-umanizzazione della vittima per mezzo della quale i destinatari delle offese non hanno una propria dignità umana e sono ridotti al rango di cose, togliendo empatia e solidarietà: “certe persone meritano di essere trattate come animali”;
  • l’attribuzione di colpe alla vittima in cui si rovescia su quest’ultima la responsabilità dell’offesa: “i bambini che vengono maltrattati di solito se lo meritano”.

L’attività socialmente utile, visibile e gratuita, diventa risarcimento simbolico del danno provocato alla società, quando non è possibile o non è realizzabile un contatto diretto con la vittima/parte offesa. Con quest’ultima, se disponibile, si studiano incontri e modalità ad hoc. Il servizio offre, grazie ad un’ampia rete di contatti con associazioni ed istituzioni, un abbinamento individualizzato per ciascun minore, con un’attività idonea alle caratteristiche personali, alla tipologia del reato, alla durata dell’impegno. Viene ricercata e valorizzata la dimensione del legame reato/servizio svolto: ad esempio per reati contro la persona si privilegiano ambienti dove preminente sia la relazione umana, il senso del rispetto e dell’aiuto; per reati contro il bene comune si ricorre a collaborazioni che prevedono la tutela di “cose pubbliche”, attraverso azioni di sorveglianza ambientale del territorio (piazze, giardini, monumenti). La frequenza di luoghi, persone ed attività diverse offre l’opportunità di ampliare gli orizzonti ed occasione per un confronto con i pari, favorendo un’attenuazione, e perdita dell’etichettamento con la crescita dell’autostima grazie ad azioni gratificanti. Il percorso comporta anche accrescimento del senso di comunità e di appartenenza producendo sicurezza, identificazione, appagamento. L’attività socialmente utile, il confronto con adulti, può agevolare la consapevolezza di elaborazioni distorte del giusto e dell’ingiusto, che forniscono alibi ai comportamenti trasgressivi, e permette una riconsiderazione della vittima e/o della comunità di appartenenza.

 

L’Area Penale Esterna

L’ambito penale “privilegiato” in cui si concretizza e realizza quanto sopra, così come l’operatività del servizio sociale acquista peculiare investimento, è nella messa alla prova. Contrariamente alle altre ipotesi di probation presenti in altri Paesi, in Italia, la sospensione del processo e messa alla prova non presuppone una sentenza di condanna, ma viene concessa preliminarmente: il processo viene sospeso ed il minorenne viene affidato ai servizi minorili della giustizia che, in collaborazione con quelli territoriali, svolgono le opportune attività di osservazione, sostegno e controllo.

La sospensione del processo e messa alla prova, è un istituto giuridico specifico per i minorenni previsto nella normativa italiana, ex d.p.r. 448 /88 e d.lgs 272/89, le cui caratteristiche sono evidenziate rispettivamente negli artt.28 e 27 delle citate leggi. In particolare l’art.27 stabilisce quali sono gli elementi che il progetto di intervento, tra l’altro, deve includere. Devono essere previste le modalità di coinvolgimento del minore, del suo nucleo familiare, dell’ambiente di provenienza; gli impegni specifici che il minorenne assume (scuola, lavoro, attività di utilità sociale, sportiva ecc..); le modalità di partecipazione degli operatori coinvolti; le modalità di attuazione eventualmente dirette a riparare le conseguenze del reato e a promuovere la conciliazione del minore con la parte offesa del reato. La messa alla prova può essere concessa anche per i reati più gravi, ha una durata massima di tre anni, e l’esito positivo del percorso effettuato dal minore conduce alla dichiarazione di estinzione del reato da parte del giudice competente.

Rappresenta, quindi, un percorso di opportunità, di sperimentazione di sé, in cui si confrontano riflessività ed agiti. È una “scommessa” sul cambiamento e la responsabilizzazione del ragazzo comprensiva anche di quella utilità educativa che il minorenne prenda coscienza della lesione arrecata all’altrui diritto. È il luogo d’incontro tra ruoli sociali individuali e collettivi, in cui i diversi attori focalizzano il proprio operare sulla centralità del minore.

La serie storica riportata ed analizzata dal Servizio Statistica del Dipartimento, inerente il periodo dal 1992 al 2010 (dati al momento disponibili) mette in evidenza un crescente numero dei provvedimenti di messa alla prova nei diversi anni. Nel 2009 su circa 37 mila minorenni denunciati e 20 mila avvii di azione penale, i provvedimenti sono stati 2.682. pari al 13,4%; mentre nel 2010 sono stati 2.979, con un aumento dell’11,1%, rispetto al 2009. I provvedimenti sono stati emessi nell’84% dei casi dal Giudice dell’Udienza Preliminare: la tipologia dei reati, sempre per il 2010, è, in prevalenza, dei reati contro il patrimonio (soprattutto furto, rapina e danneggiamento); seguono i reati in materia di sostanze stupefacenti; quelli contro la persona (dalle lesioni personali volontarie alle violenze sessuali). La maggior parte dei provvedimenti ha riguardato minori a piede libero (76%), maschi (93%), nella fascia di età 18-21(49%), italiani (87%), e per il 91% i progetti sono stati realizzati in collaborazione con altri Enti.

 

Elementi quantitativi e qualitativi

Se si osservano inoltre i dati, sia quelli sopra riportati, che quelli che si riferiscono all’attività complessiva degli UU.SS.SS.MM., si evince come la cosiddetta area penale esterna costituisca la netta prevalenza del lavoro dei servizi della giustizia minorile a differenza dei servizi per gli adulti del settore penitenziario: nei 19 istituti penali per i minorenni nel 2009 la presenza media giornaliera è stata di 503, nel 2010 di 474 e nel 2011 di 486 con una capienza media per istituto di 20-25 unità, con una utenza prevalentemente maschile ed italiana, con una crescita di giovani adulti, pur se l’età media si aggira sui 17 anni.

Nel 2009 (anno i cui dati sono disponibili ad oggi ufficialmente), i 29 UU.SS.SS.MM. presenti sul territorio nazionale hanno avuto 22.139 soggetti segnalati (italiani 74% e stranieri 26%) ed hanno attivato azioni di servizio sociale per 18.885 (italiani 82% e stranieri 18%). Netta la prevalenza dei minori italiani, maschi, a piede libero.

Alcuni studiosi hanno inoltre messo in evidenza le differenze territoriali rispetto alla criminalità con la presenza dei minori stranieri al nord e al centro; i minori italiani con problematiche socioeconomiche di emarginazione soprattutto al sud e nelle isole; i minori italiani che entrano nel circuito penale con condizioni di “malessere” diffusi in ambito nazionale. Malessere che colpisce i ragazzi cosiddetti “normali” e che incontrando difficoltà sul piano relazionale e comunicazionale le manifestano con agiti violenti; malessere che concerne ragazzi che sono “integrati”, incapaci di riconoscere gli altri diritti ed i propri doveri, educati ad un individualismo e al tutto subito; giovani che hanno problemi legati all’abuso di sostanze psicoattive; minori con disagio e sofferenza psichica . Negli ultimi anni si è assistito ad un incremento infatti di ragazzi “normali”, con doppia diagnosi, poliassuntori, a famiglie attraversate da percorsi di tossicodipendenza (genitori prima e figli poi), a stranieri di 2° generazione (in alcuni periodi in numero elevato di utenza rumena). E rispetto ai reati vi è stato un aumento di quelli commessi in gruppo (lesioni e vandalismi); dei reati legati agli stupefacenti per le condizioni del mercato delle stesse sostanze e come mezzo per avere, di quelli legati all’“apparire”.

 

Rappresentazioni, interpretazioni e politiche di controllo

L’attività del Servizio si inserisce dunque in uno scenario che non può prescindere da un riferimento ai comportamenti devianti, alle rappresentazioni sociali, ai paradigmi interpretativi ed alle relative politiche di controllo, con una prospettiva macrosociologica che permette di collocare aspetti microsociologici quali le scelte degli individui, cogliendo le differenze delle diverse condizioni oggettive in termini di risorse, opportunità e vincoli.

Come ricorda Bauman, nella sua La società dell’incertezza, vi è stato un superamento del modello di società industriale con un processo di trasformazione e globalizzazione con specifiche caratteristiche, e a livello individuale incontriamo persone smarrite, inappagate, incerte, sole e fragili. Sul piano sociale assistiamo: al venir meno del senso di responsabilità verso gli altri, verso il bene comune, verso la società; l’interesse strumentale per l’altro (meritevole di considerazione solo se è utile, se si può acquistare, se è sfruttabile); l’assenza di identificazione forte, assoluta in qualunque istituzione e la percezione delle stesse utili se rispondenti con immediatezza alle esigenze sentite di volta in volta; la crisi della legalità quale ostacolo alla libertà individuale o al raggiungimento degli obiettivi.

Sul piano relazionale tutto ciò comporta difficoltà nella comunicazione interpersonale profonda, e l’indisponibilità verso le ragioni dell’altro in caso di disaccordo o di conflitto. L’esaltazione della libertà che attraversa la società è una libertà condizionata dall’imperativo ad essere consumatori. L’isolamento nel consumo e la necessità di accedervi nei tempi più rapidi possibili diventa utile strumento di lettura di comportamenti devianti e violenti spesso incomprensibili, ma tesi a procurarsi anche con mezzi illegali beni e sensazioni non accessibili diversamente e connessi ad un sentimento di deprivazione relativa. Il concetto di rischio altresì tende ad essere utilizzato quando si analizzano i comportamenti problematici: l’individuo testa i limiti della propria resistenza e delle proprie capacità in sfide e azzardi e segnala l’esistenza, il disagio o la sofferenza a chi (adulto) di solito è troppo impegnato dalla propria ricerca di senso. Da qui i comportamenti ispirati alla ricerca di emozioni (sostanze psicoattive, ebrezza della velocità ecc.). Oppure comportamenti ispirati al desiderio di scomparire (la fuga, l’anoressia, il suicidio) perché qualcuno si accorga della mancanza.

Anche i significati che la violenza assume possono essere importanti. La violenza può essere “voce” quando denota l’impossibilità o l’incapacità di alcuni ragazzi di comunicare secondo i canoni accettati, codificati dall’istituzione che premia solo alcune modalità di comunicazione e le capacità relative, in un quadro di regole comportamentali e relazionali; essa è reazione, disagio per l’insuccesso, per l’inadeguatezza percepita dal soggetto, per la frustrazione; è identità che indica con atti e gesti simbolici, la distanza culturale esistente, circa le regole e i valori, tra l’istituzione e alcuni individui; è protesta originata dalla percezione di un trattamento ingiusto e/o discriminatorio, cui si reagisce; violenza è conformismo quale sostanziale adattamento alla stessa percepita come mezzo diffuso di regolazione dei conflitti e con una rappresentazione mediatica della “normalità”.

Sia le definizioni (sociali, culturali, normative), che le rappresentazioni sociali pertanto influenzano le relazioni tra i soggetti definiti e considerati devianti e il loro contesto relazionale ed ambientale, le istituzioni di cura, trattamento e di controllo (di tipo sociale, sanitario, giudiziario, ecc.) e gli operatori con cui entrano in contatto. A loro volta le politiche e gli interventi si strutturano e discendono dalle differenti spiegazioni e rappresentazioni, accompagnati dalle teorie che in sociologia e criminologia si diffondono a seconda dei periodi per le spiegazioni dei vari fenomeni.

 

 

 

Bibliografia

 

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[1] Palomba F., Il sistema nel nuovo processo penale minorile, Giuffrè, Milano 1989.

 

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