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Baby squillo: vittime innocenti?

 In FocusMinori, N. 2 – giugno 2014, Anno 5

Negli ultimi mesi, a partire dal cosiddetto caso delle “baby squillo dei Parioli”, molto si è dibattuto sul fenomeno della prostituzione minorile e altri casi sono emersi in diverse città del nostro Paese.

Le opinioni massmediologiche, nel tentativo di dare spiegazioni e riflettere sulle motivazioni di comportamenti sessualmente “devianti” delle adolescenti coinvolte, hanno sostanzialmente proposto alcune posizioni contrapposte: da una parte chi ha sostenuto che le ragazze sono incolpevoli, non capaci di rendersi conto di quello che facevano perché “bambine”; dall’altra chi ha spostato la completa responsabilità sugli adulti coinvolti, sia sfruttatori che clienti, in entrambi i casi uomini senza scrupoli che si sono approfittati della vulnerabilità delle ragazze; o ancora chi ha assunto una terza posizione, volta alla deriva della nostra società e delle nostre famiglie, non in grado di prendersi cura dei propri figli adolescenti.

A fronte di tali posizioni che confondono e non permettono un sereno dibattito sulla questione e soprattutto sugli interventi a tutela delle adolescenti coinvolte, è fondamentale in quadrare il problema di cui stiamo trattando.

La prostituzione minorile è un fenomeno variegato e complesso, di cui, tra l‘altro, nel nostro Paese, manca una stima univoca.

Essa certamente, in primo luogo, si sviluppa a partire da una situazione di tratta a fini di sfruttamento sessuale. In altri termini, quasi tutte le organizzazioni criminali dedite alla “tratta” e alla prostituzione, coinvolgono anche minorenni.

In secondo luogo, forte è la presenza della prostituzione minorile maschile, soprattutto nelle grandi città e non sempre legata a organizzazioni criminali.

Vi è anche una trance di prostituzione minorile che trova nel bacino dei cosiddetti “minori non accompagnati” un terreno fertile vista la loro vulnerabilità, ma anche in questo casi si tratta di prostituzione da strada, prevalentemente maschile e quasi mai legata a organizzazioni criminali.

Nel caso, invece, di cui si dibatte da mesi nei diversi contesti divulgativi, quali programmi televisivi e giornali, ovvero delle cosiddette “baby squillo”, è possibile evidenziare alcune specifiche caratteristiche criminologiche:

  • in genere non si tratta di prostituzione da strada, ma piuttosto gli incontri vengono organizzati in appartamenti presi in affitto dagli sfruttatori, o comunque da loro messi a disposizione, e spesso in quartieri “bene” delle grandi città;
  • in genere non vi sono organizzazioni criminali propriamente dette che gestiscono tale “commercio”, ma adulti singoli che si occupano di tutti gli aspetti gestionali come, per esempio, cercare i clienti e definire l’agenda degli appuntamenti, il tariffario e la propria percentuale, ecc. In realtà in alcuni situazioni venute alla ribalta dalla cronaca, è emerso come alcune minorenni coinvolte tenevano direttamente i contatti con i clienti, senza intermediari;
  • le adolescenti, per i casi allo stato noti, iniziano la loro “carriera” accettando proposte esplicite in contesti quali locali notturni, attraverso il “passaparola” o social network, ma anche inserendo la loro disponibilità in specifiche “bacheche on line” di incontri;
  • i clienti delle “baby squillo”, in riferimento alle loro caratteristiche socioculturali ed economiche, sono trasversali alle diverse classi, ma più spesso appartenenti a quelle medio-alte visto il costo della prestazione; spesso sono disponibili ad una sorta di “trasferta del sesso”: le loro città di provenienza possono essere diverse da quelle invece in cui le minorenni vivono. Prevalentemente si tratta di adulti che non presentano disturbi di personalità né possano considerarsi dei pedofili da un punto di vista clinico; hanno loro famiglie e quindi sono genitori, in certi casi, di figli coetanei delle minorenni di cui abusano. In altri termini, si tratta in genere di uomini che hanno apparentemente un’adeguata vita familiare, sociale e professionale. La dimensione psicologica prevalente in questi uomini è il narcisismo, agito attraverso dinamiche di potere che hanno come oggetto un soggetto vulnerabile come un’adolescente, che “si compra”, tra l’altro, facilmente. L’esercizio, cioè, del potere in senso ampio, in questi uomini trova in tali contesti facile realizzazione.

In questo lavoro ci occupiamo, quindi, di questa sempre più dilagante, seppur ancora troppo sommersa, realtà del complesso mondo della prostituzione minorile delle cosiddette “baby squillo” con le caratteristiche di cui sopra.

Lo scopo è quello di comprendere le ragioni che inducono una minorenne a dare una iniziale disponibilità a tali atti e a mantenerla nel corso del tempo.

Si tratta, per meglio inquadrare tale questione, di assumere una prospettiva complessa, ovvero quella delle “vittima partecipe” (Gulotta, 2002; Scali, Volpini, 1999; 2000): un soggetto che certamente subisce reati e in questo caso reati di tipo sessuale, che viene sfruttata a fini sessuali ma che, in qualche modo, partecipa alla realizzazione degli stessi.

Elementi di comprensione

Per comprendere le motivazioni psicologiche che caratterizzano le adolescenti coinvolte in questi casi, vanno richiamati alcuni aspetti: individuali delle adolescenti, relazionali tra le adolescenti coinvolte ma anche tra le adolescenti e gli sfruttatori e tra le adolescenti e i clienti, sociali tra le adolescenti e il gruppo dei pari e, infine, familiari.

A livello individuale in generale vanno considerate quali siano le regole e le norme che l’adolescente utilizza per definire i diritti e i doveri che attribuiscono a sé e agli altri.

La capacità di agire secondo tali regole è il risultato finale di un lungo processo che avviene lungo la crescita e che trova nell’adolescenza una sua fase significativa.

In altri termini, la “coscienza normativa” si forma processualmente e richiede in adolescenza una sua rinegoziazione, che può comportare dei rischi quando si incontrano contesti devianti che la rende ulteriormente labile nel soggetto.

Inoltre, sempre a livello psicologico individuale di queste ragazze coinvolte nei casi delle cosiddette “baby squillo”, va preso in considerazione il costrutto della responsabilità. In generale, e in particolare in adolescenza, essa non è una caratteristica stabile della personalità; piuttosto essa va intesa come la capacità di rispondere delle proprie azioni, assumendone i diversi significati a seconda dei contesti e delle relazioni nelle quali quelle azioni sono commesse. Una responsabilità, quindi, situazionale, contestuale, che può essere definita solo in funzione dei diversi contesti culturali, sociali e relazionali, in cui le azioni, anche quelle devianti, si dispiegano (De Leo, 1996).

La responsabilità psicologica, nel tipo specifico di reati sessuali in cui le vittime partecipano alla loro realizzazione, viene neutralizzata attraverso meccanismi di disimpegno morale (Bandura,1986; 2000). Per esempio, a tal proposito spesso le informazioni su questi casi hanno evidenziato come le ragazze tendevano a giustificare questi loro comportamenti nei termini del cosiddetto confronto vantaggioso:“mica è come spacciare”.

Tali meccanismi di disimpegno morale si attivano sia situazionalmente, cioè durante la sua realizzazione, sia nella sua reiterazione, come costrutto cognitivo che con il passare del tempo assume un’importanza sempre più stabile nel soggetto. Questi meccanismi operano sulla ricostruzione cognitiva delle condotte riprovevoli trasformandole in condotte psicologicamente accettabili. Si tratta di fattori cognitivi che fortemente contribuiscono a che le adolescenti, “vittime partecipi” di tali reati, usano per “normalizzare” ciò a cui si prestano, e che consentono dunque di mantenere in essere anche per molto tempo in tale condizione.

Per ciò che si apprende dai casi emersi dalla cronaca recente, le minorenni coinvolte partecipavano a tali pratiche in virtù del connubio tra disponibilità delle situazioni e disponibilità delle ragazze ad accettarle. Una volta agita/subita l’”iniziazione”, le ragazze sperimentavano che, in maniera “facile”e veloce, vi era l’ottenimento di determinati risultati: soldi, ricariche telefoniche, accessori griffati, droga gratis, ecc.

Ma perché continuare nell’esercizio di tali azioni?

A tal proposito vi sono almeno due fattori a questo proposito da considerare. Uno è che il soggetto proprio attraverso la partecipazione a tali atti devianti, sperimenta comunque, abilità e competenze utili a comporre un’immagine di sé come capace, in grado di portare a termine con successo i corsi d’azione anticipati; in altri termini, seppur in maniera disfunzionale, la “vittima partecipe” agisce attraverso tali atti dimensioni comunicative di sé, delle sue relazioni significative, del rapporto con i pari. A quest’ultimo proposito, infatti, va sottolineato come essere veicolate in tali dimensioni devianti abbia consentito alle giovani di vedersi in un ruolo familiare diverso da quello che sarebbe fisiologico: certamente compensativo di un collasso della funzione genitoriale, ma pur sempre significativo. Inoltre, spesso, almeno dalle informazioni divulgate dai mezzi d’informazione, i “prodotti” delle loro attività hanno permesso di sentirsi alla pari all’interno di gruppo di coetanei, magari di diversa possibilità economica ed estrazione sociale.

L’altro fattore è relativo al disimpegno morale, di cui si diceva: il suo esercizio permette all’individuo di trasgredire, attraverso forme di autoesonero morale e psicologico; la ripetizione del disimpegno può costituire un potente strumento cognitivo, affettivo e motivazionale per favorire scelte d’azione altrimenti censurabili.

Un modello di intervento

Le ragazze coinvolte nelle situazioni descritte, come detto, vanno considerate certamente vittime ma anche con alcuni livelli di partecipazione alla commissione dei reati. Quest’aspetto è da considerarsi centrale negli interventi psicologico-sociali nei loro confronti. Esse, infatti, se trovano nei loro interlocutori istituzionali degli adulti che tendono a considerarle solo vittime passive ed “innocenti” tenderanno a veder scotomizzato una parte psicologica significativa delle loro motivazioni a rimanere incastrate in questo tipo di situazioni.

Certo si tratta di adolescenti che sono state utilizzate da adulti, sia i clienti sia gli sfruttatori, ma un intervento clinico se deve essere trasformativo, evolutivo, di rielaborazione delle esperienze non può non interrogarsi sui “vantaggi” psico-relazionali che tali situazioni hanno dato ad un adolescente, come sopra evidenziato (Scali, Volpini, 1999; 2000). Ciò al fine di comprendere gli elementi di vulnerabilità che possono aver contribuito ad essere “vittime partecipi” e, quindi, al fine di prevenire che in futuro possano trovarsi in situazioni di debolezza simili.

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