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I delitti della Romagna. Trenta casi veri, presunti, irrisolti, da risolvere

 In SegnaLibro, N. 3 - settembre 2016, Anno 7

I delitti della Romagna. Trenta casi veri, presunti, irrisolti, da risolvere – A.Rossini – NFC ed. – 2015

«Come un animale predatore in natura, l’assassino sceglie le sue vittime tra quelle più sole, deboli, ferite dalla vita. C’è un solo modo per smascherarlo: risalire la scia di sangue che si lascia alle spalle» (Andrea Rossini).

Quando il giornalismo d’inchiesta si coniuga con la professionalità investigativa – complice una lunga scia di episodi di “nera”, cui fanno da sfondo i vivaci scenari della Riviera romagnola – nasce I delitti della Romagna, insolito e felice connubio tra cronaca giudiziaria e noir, dall’intento dichiarato di restituire dignità e giustizia alle vittime di delitti maturati, nell’ultimo trentennio, nel quadrilatero compreso tra Rimini, Ravenna, Forlì e Cesena.

L’Autore, che conosco personalmente, vanta un curriculum di prim’ordine: un passato nell’Arma dei Carabinieri, giornalista investigativo con esperienza ventennale, narra ogni giorno la Romagna nera e violenta sulle pagine di un quotidiano riminese, con il rigore delle carte giudiziarie e il rispetto della presunzione di innocenza, indiscusso baluardo costituzionale, sebbene troppo spesso ignorato in nome di quell’«incessante rumore di fondo del cronachismo dilatato a dismisura» dai mass media e alimentato dall’interesse morboso di un pubblico ormai tristemente assuefatto alla banalità del male.

È proprio la banalità del male, citando a proposito Hannah Arendt, le fil rouge che avviluppa la narrazione: trenta casi – alcuni dei quali risolti, seppur tardivamente, altri in attesa di una soluzione e di un colpevole da assicurare alla giustizia – accomunati da «carnefici, ossessionati dalla mediocrità» eppure capaci di gesti di inaudita ferocia (La strage di Coriano), e da vittime dalle vite che scorrono placide (Una tranquilla domenica; La signorina e il mondo dei morti), spezzate senza preavviso, talvolta senza un movente apparentemente plausibile (Simenon e il pescatore; L’ultimo abbraccio). E poi vittime per professione (Quando scatta la molla; “Visita” a domicilio), quando la libertà di stampa vale «il piombo di cinque proiettili calibro nove» (Teppisti travestiti da eroi) e per «vocazione» (Il massacro del cappellano); vittime di relazioni pericolose (La sposa scozzese) o di amicizie sbagliate (La squadra del cuore); vittime accidentali, prodotto casuale ed esclusivo delle turbe psichiche dell’omicida (Edipo al volante); vittime della cupidigia umana (La maledizione del vecchio mulino) e della malavita organizzata, sbarcata sul continente per il controllo delle bische (Epaminonda e la “lupara bianca”); vittime strumentali, al servizio della propria credibilità per mantenere i privilegi da collaboratore di giustizia (Il boia, prima del Circeo) e vittime simboliche, che hanno suggellato, loro malgrado, la fine degli «anni di piombo» della prima repubblica (Il martirio del professore).

Un ritratto policromo, oscillante tra i toni cupi dei delitti a sfondo sessuale, capaci di sfregiare per sempre l’intimità di uomini e donne (Il sogno infranto della maestra; Partita a scacchi con l’assassino), e quelli opachi della vendetta giunta da lontano – «un alito che soffia nei cuori della gente dei Balcani e certe volte spazza via giovani vite come fossero nuvole», un obbligo da adempiere in ossequio al Kanun, l’antico codice consuetudinario albanese (Il vento della vendetta) – fino al caleidoscopio della strage familiare, consumata scomodando la teoria del «multiverso», un insieme di universi coesistenti in cui l’avatar dell’omicida può costruirsi una nuova vita dopo avere annientato quella dei propri cari, pesante fardello del quale disfarsi frettolosamente: non è forse vero che «un bambino, quando è stufo di un giocattolo e magari ne ha tanti, lo butta via»? (La teoria dei mondi paralleli).

La narrazione si arricchisce anche delle tinte accese dei rituali afro-caraibici, sfondo macabro di alcuni dei più atroci delitti mai perpetrati su viados e prostitute che stazionano sull’Adriatica come «oggetti di un desiderio facile da soddisfare e della violenza di chi li getta via dopo l’uso» (La bambolina voodoo), ma anche delle tinte pastello delle vite sospese di alcune delle oltre diecimila donne scomparse in Italia negli ultimi quarant’anni e mai più ritrovate (Guerrina e le altre). Episodi noti ad un vasto pubblico – chi non rammenta i delitti della Uno Bianca, che hanno insanguinato le strade della Romagna sul finire degli anni Ottanta, provocando un numero di morti e feriti pari a quello di un bollettino di guerra? (Uno Bianca: il tiro al bersaglio) – si alternano a vicende meno note, alimentate dallo «sballo», attutite dal frastuono delle notti brave trascorse in Riviera, del divertimento ad ogni costo: da quelle che hanno inghiottito ragazzi «perbene», studenti-modello risucchiati nel vortice di spacciatori senza scrupoli, mercanti di morte avidi di denaro e sprezzanti della vita umana (Il gemello sbagliato), a quelle gravitanti intorno alla Comunità di San Patrignano e ai suoi discussi metodi trattamentali, che in un recente passato non sembravano disdegnare punizioni severe per gli ospiti recalcitranti (Il disubbediente della collina).

È la droga a farla ancora da padrona, anche quando a farne le spese sono i familiari degli operatori della comunità di recupero, in una sorta di vendetta trasversale, cieca e insensata (Come ci si vendica di un angelo custode). Delitti tutt’ora avvolti nel mistero, come quelli che hanno disseminato arti umani orribilmente mutilati, riaffioranti dal terreno o dai canali di scolo nell’entroterra riminese: corpi senza identità, destinati all’oblio… o forse no, perché queste sono anche le storie di investigatori caparbi, periti, prudenti e diligenti, della loro tenacia, che talvolta li premia (Quel che resta dei pesci rossi), e del loro coraggio che, talaltra, ne spegne la vita per sempre (Caccia al lupo Liboni). Nel novero dei Delitti della Romagna, una menzione d’onore la meritano anche gli assassini seriali stile Fbi – che, diciamocelo, ci intrigano sempre, afflitti come siamo da quella mania esterofila che ci fa disprezzare i pentiti di mafia nostrani, anche quando ammettono, con candore disarmante, di non ricordare con precisione quante persone abbiano ucciso, «ma certamente più di 50» (sic) – che assumono ora le vesti di un mite e introverso muratore innamorato dell’amore (La patente del serial killer), ora quelle di un gigolo di bella presenza che adesca la sue vittime in rete (La seconda “luna”).

Delitto dopo delitto, Rossini ci conduce, inoltre, alla scoperta del probabile responsabile degli omicidi tutt’ora irrisolti, invitandoci a fare altrettanto, in una sorta di intelligence interattiva, nella quale il dettaglio inedito e rivelatore è sempre benvenuto: nella prima di copertina campeggia, infatti, l’invito ai lettori, che siano a conoscenza di ulteriori informazioni in merito ai casi trattati, a contattare l’Autore… in fondo, siamo o no n siamo un popolo di investigatori?

    

 

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