Oops! It appears that you have disabled your Javascript. In order for you to see this page as it is meant to appear, we ask that you please re-enable your Javascript!

I giovani e la ‘ndrangheta

 In FocusMinori, Anno 2, N. 4 – dicembre 2011

Oggigiorno la stragrande maggioranza dei giovani si trova a dover affrontare problematiche varie che spaziano dall’alcool alla droga, dal fumo alle sale giochi in un mondo che, tra Social Network e i gruppi emo, è totalmente cambiato rispetto a quello di venti anni fa. Se indubbiamente resta importante soffermarsi su questi temi poiché sono i problemi importanti che coinvolgono la stragrande maggioranza dei ragazzi già dagli undici o dodici anni d’età, ci sono realtà di natura “diversa” che riguardano intere generazioni del sud Italia. Questioni da non sottovalutare. Ovvero come cresce un giovane nato in un paese dove la maggior parte degli abitanti appartiene alla criminalità organizzata, dove la sua famiglia fa parte della criminalità organizzata, dove la scuola fa parte della criminalità organizzata, così come il gruppo dei pari e tutto ciò che lo circonda. Se è vero che attraverso l’educazione la società garantisce la propria sopravvivenza, – i contenuti dell’educazione infatti corrispondono alle esigenze della società e sono utili ad essa per continuare a vivere e avere un’identità stabile – la mafia attraverso le sue diramazioni come la ‘ndrangheta contribuiscono alla formazione di una “educazione” societaria deviata che concorre al malessere generale e all’aumento della delinquenza su tutto il territorio nazionale e internazionale, visto che ogni società garantisce il proprio futuro e la sopravvivenza della sua cultura attraverso la capacità di incidere sulla formazione soprattutto delle nuove generazioni.

 

‘Ndrangheta e i giovani

Con il termine ‘ndrangheta viene definita l’associazione criminale calabrese che al giorno d’oggi è considerata non solo la più importante d’Italia, ma addirittura tra le più pericolose e agguerrite del mondo. La ‘ndrangheta non è solo un’organizzazione criminale, ma un modo di vivere e di pensare, ovvero un modo di far parte di una società che, avvalendosi dell’uso della violenza, riesce a predominare sul territorio riuscendo persino a controllare la quasi totalità delle aziende e degli Enti Pubblici.

Il problema non è limitato solamente all’estremità dello stivale ma si ripercuote su tutto il territorio nazionale e internazionale ove la ‘ndrangheta, ogni giorno, sempre più in silenzio e mimetizzata tra la società “onesta”, gestisce i propri interessi economici e sociali, diventando così sempre più potente e invincibile.

Francesco Fonti, uno dei più importanti collaboratori di giustizia, nonché rari, poiché i pentiti in Calabria si contano sulle punte delle dita, originario di Bovalino (RC) e affiliato alla ‘ndrina di Siderno, pur non avendo con questi alcun legame di sangue, nel suo libro/biografia spiega il perché entrò a far parte della ‘ndrangheta: “Avevo meno di vent’anni ma nel sud questa è l’età buona per essere affiliato. Studente liceale, iscritto all’università, buona famiglia: l’ideale per i progetti mafiosi degli uomini invisibili”, infatti negli anni ’60 lo Stato affermava che la ‘ndrangheta non esisteva. Fonti racconta ancora: “Frequentavo il liceo ‘Zaleuco’ a Locri e nelle mie amicizie si annoveravano ragazzi più o meno della mia età, ma anche altre persone più grandi di me, (…); tutte avevano la nomea di appartenere alla ‘ndrangheta.(…) Trascorrevo diverso tempo con queste persone ad ascoltare le storie di alcune loro avventure e dei vantaggi che si avevano a far parte di quella organizzazione (…) queste frequentazioni mi influenzavano molto e mi spingevano ad ammirare questo tipo di organizzazione, infatti mi comportavo in modo rispettoso, immaginando che così facendo un giorno qualcuno di questi personaggi mi avrebbe finalmente introdotto nelle loro fila. Mi attirava la segretezza di questa associazione, dal modo di parlare tra il dire e il non dire a come i suoi affiliati erano rispettati nel loro paese e anche al di fuori di esso: quando entravano nel bar erano riveriti da tutti i presenti, dall’operaio all’assessore comunale, senza distinzione. Ero ammaliato dai racconti, certamente romanzati, di come i vecchi capobastone aiutavano chi avesse bisogno e tenevano alla parola data come il primo punto d’onore; prendevano ai ricchi per dare ai poveri. Mi chiedevo come anche senza tanta cultura riuscissero ad attirare il consenso popolare e mi meravigliavo di come fossero tenuti in considerazione dal politico di turno che faceva campagna elettorale ed a loro si rivolgeva per i voti[1]

Secondo il regolamento della ‘ndrangheta un giovane può entrare a far parte dell’associazione criminale dall’età di quattordici anni e l’ingresso può avvenire “per diritto” o per “meriti”. Il “diritto” di entrare far parte della ‘ndrangheta avviene già alla nascita in quanto figlio di un capo o di un personaggio di spicco dell’associazione ma lo stesso farà ufficialmente parte dell’organizzazione criminale soltanto dopo l’iniziazione attraverso il “battesimo”. Secondo la gerarchia mafiosa, un giovane non ancora affiliato ma che, secondo il regolamento dell’associazione, contrasta i loro nemici con onore, viene definito “contrasto onorato”, guadagnandosi così, nel tempo, il “merito” di appartenere all’associazione, merito sancito con il “battesimo” che stabilisce il passaggio dalla qualifica di “contrasto onorato” al grado di “picciotto”: primo vero gradino della gerarchia mafiosa. Tale scelta è anche passo senza ritorno: una volta ricevuto il “battesimo” il giovane non potrà più abbandonare l’associazione se non con la morte.

Una volta entrati nell’associazione ci sono regole ferree che vanno rispettate e, se si vuol scalare la gerarchia, ci si deve dimostrare all’altezza, quando occorre, di commettere crimini: ciò costituisce un requisito fondamentale insegnato probabilmente già dalla famiglia di origine.

 

Giovani e ‘ndrangheta

La violenza sui minori e dei minori è un fenomeno tristemente diffuso e non ancora arginato nel nostro Paese. Le statistiche parlano di circa 130mila minori abituati a delinquere, evidenziando, nel contempo, un forte incremento negli ultimi anni. La camorra in Campania, la `ndrangheta in Calabria, la mafia in Sicilia e la “Sacra corona unita” in Puglia, continuano ad assoldare minori per attività illecite marginali: si conta che il numero dei minori che “lavorano” per esse a tempo pieno e a “stipendio fisso” raggiunga le 60mila unità, mentre 50mila sono coinvolti saltuariamente in traffici di droga. A questi vanno aggiunti i circa 20mila “baby-delinquenti” che nelle regioni del centro e del nord Italia agiscono da soli o in piccole bande. Tutti insieme compongono la triste e preoccupante cifra dei 130mila piccoli delinquenti. Dati purtroppo destinati ad aumentare, che costituiscono una delle più gravi emergenze sociali, tanto da richiedere interventi rapidi e risolutivi. Si tratta di ragazzi tra i dieci ed i diciassette anni che girano per le città “scippando” e rapinando passanti e turisti, consumando e/o vendendo stupefacenti, rubando auto e motorini; cambia solo il soprannome con cui sono conosciuti nelle principali città del Sud. A Bari sono i “Topini”, mentre a Reggio Calabria e a Palermo sono i “picciotti”, a Napoli i “muschilli”, cioè moscerini, poiché “volano” da un veicolo all’altro seminando il panico nei quartieri. La maggior parte di questi ”baby-delinquenti” proviene da famiglie di basso tenore sociale ed economico, nonché di limitati interessi culturali, famiglie in molti casi dedite anch’esse alla malavita.

Nelle sub-culture calabresi, dove l’adesione all’organizzazione criminale è quasi del 90%, si cresce con l’idea che lo Stato è il “nemico”, di conseguenza la `ndrangheta, che svolge una politica anti-Stato, diventa ciò che è “bene” per le famiglie a lei associate, normalizzando in questo modo il comportamento criminale. Ma se di ‘ndrangheta si vive, di ‘ndrangheta si muore. E sono tanti quelli che pagano con la propria vita l’averne tradito le regole. Ecco cosa scrive un quotidiano calabrese, il giorno successivo all’uccisione di un giovane di diciotto anni:

Vergognoso silenzio seguito all’assassinio del giovane Francesco Inzitari, di appena 18 anni, condannato a morte dalla ‘ndrangheta. Il boia questa volta ha eseguito il suo sporco lavoro addirittura di sabato sera, il 5 dicembre 2009, mentre il giovane stava raggiungendo alcuni amici in pizzeria, come un qualsiasi teenager alle prese con la propria adolescenza. La ‘ndrangheta nell’elaborare il suo giudizio avrà considerato colpa gravissima l’essere figlio di Pasqualino Inzitari, imprenditore rampante con la passione per la politica, autore di rivelazioni scomode. Questa vicenda ci dice con evidente chiarezza che se i comunisti mangiavano i bambini, oggi la ‘ndrangheta uccide i ragazzini, e che portare un cognome scomodo in Calabria può costarti 10 colpi di pistola con annesso colpo di grazia. In una terra dove le colpe del padre sono di dovere anche del figlio, è il vincolo parentale ciò che conta, non il pensiero del singolo. Secondo una logica d’appartenenza dal retrogusto medioevale, la condotta del padre ricade nell’asse ereditario che non ammette rifiuto o beneficio d’inventario. Francesco avrebbe dovuto scappare via, scegliere un’altra vita, lontano da qui, ma alla fine aveva accettato l’amaro destino. La cosa più sconvolgente di questo fatto di sangue è stata l’assoluta mancanza di indignazione della Società Civile Calabrese e Nazionale. Nessuno, oltre ai giovanissimi coetanei della vittima, ha osato manifestare il proprio dissenso. Le piazze sono rimaste vuote e silenti, così come la politica, le associazioni e i comitati. Fino ad ora si registra solo una fiaccolata nata su iniziativa di alcuni ragazzi di Rizziconi (RC) amici di Francesco, coadiuvati da Don Pino Demasi. Il funerale del giovane è stato connotato dalle assenze, della politica in primis, più che dalla partecipazione. Le prime pagine dei giornali hanno concesso alla notizia un breve diritto di asilo e poi l’oblio. Eppure, la morte di un innocente, per giunta giovanissimo, avrebbe dovuto innescare un moto di ripulsa generale, una reazione corale come avviene in casi così eclatanti. Perché non vi è stata indignazione? Mi sono arrovellato su questo interrogativo e la conclusione cui sono giunto è più amara della constatazione che l’ha generata. Io credo che la Società Civile Calabrese abbia liquidato questo omicidio come un semplice fatto di ‘ndrangheta, inserito nella consecutio che scandisce i tempi di svolgimento della vendetta. In altre parole ce lo si aspettava e poco importa l’età del morto annunciato. Se così è, significa che la Calabria celebra la morte con maggiore o minore slancio a seconda del cognome, rimanendo imbrigliata in una cinica logica di valutazione dell’appartenenza. Oppure, più semplicemente, è segno che ci stiamo mitridatizzando, assuefacendoci ai veleni della ‘ndrangheta e sviluppando, tutti, una inconscia abitudine ad eventi inaccettabili[2]”.

 

Famiglie, ‘ndrangheta e rete sociale

L’art. 147 del Codice Civile disciplina l’obbligo, da parte dei genitori, di mantenimento, di educazione e di istruzione, nei confronti dei figli. Tale principio è sancito anche nel più importante Testo Costituzionale, il cui art. 30 recita: “È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio…”. La prima e principale agenzia di socializzazione è la famiglia. È attraverso di essa che i figli acquisiscono norme, valori e modelli di identificazione. Nella famiglie della ‘ndrangheta un ruolo importante lo svolgono le donne. Sono loro che hanno il dovere di prendersi cura dei figli insegnando loro codici di condotta e “valori” socialmente riconosciuti. Gli uomini, quando non sono latitanti o in carcere, sono comunque troppo impegnati negli affari di ‘ndrangheta.

La struttura sociale dove nasce e matura la criminalità giovanile differisce da regione e regione, lungo tutto lo stivale che compone il nostro paese. Da alcune ricerche effettuate presso alcune scuole della capitale, dove è forte il senso di appartenenza a bande giovanili, è emerso che fra le cause di devianza ci sono la povertà, uno scarso livello di integrazione, un inadeguato attaccamento parentale e basso rendimento scolastico, che probabilmente è una conseguenza delle prime tre istanze non risolte. Analizzando i risultati di questo studio e ponendoli a confronto con la società giovanile calabrese che risiede nei centri più colpiti dalla criminalità organizzata, si possono immediatamente riscontrare differenze rilevanti. La povertà non è un fattore rilevante nelle famiglie appartenenti alla ‘ndrangheta le quali, pur dimostrandosi tali, hanno mezzi di sostentamento ben superiori agli onesti lavoratori[3]; neppure la mancanza di integrazione, al contrario qui i giovani sono ben integrati, “istruiti” e notevolmente rispettosi delle “regole”. Solidi i rapporti parentali.

È infatti la famiglia il nucleo principale dell’associazione criminale e, di conseguenza, si può riscontrare un ragguardevole rispetto tra figli e genitori i quali, spesso, vengono considerati come eroi da imitare[4]. Forte anche il senso di appartenenza all’associazione criminale, tanto che i giovani, in caso di necessità, sono pronti a sacrificarsi pur di proteggere i loro compagni e in rispetto delle regole d’onore. Lo scarso rendimento scolastico sembra restare l’unica cosa che accomuna questi giovani al resto dei loro coetanei che vivono in altre regioni di Italia. Fino a qualche anno fa la maggior parte dei ragazzi provenienti dalle famiglie più radicate all’interno della criminalità organizzata andava a scuola soltanto fino all’età di tredici anni, giusto per frequentare il periodo obbligatorio di scuola; oggigiorno, adattandosi ai tempi, i giovani frequentano anche le università ma il sentimento verso l’istruzione è rimasto lo stesso. Si studia non per imparare ma per avere un titolo di studio poiché il destino di un giovane è già scritto: se sei un uomo farai la strada che ha fatto tuo padre, farai parte dell’associazione e lavorerai per lei, se sei donna invece, così come ha fatto tua madre con te, dovrai occuparti della famiglia e dei figli che ne verranno. Ancora oggi, fedeli alle tradizioni più arcaiche questa resta una verità radicata, nel profondo, delle famiglie di ‘ndrangheta. Falcone ebbe a dire: “l’educazione mafiosa come socializzazione a diventare non-persone, si traduce nella individuazione di un soggetto che non ha spazio per le emozioni, che utilizza la violenza come espressione di indifferenza verso l’altro”. E se anche il Giudice si riferiva alla società siciliana, questa frase ben può rappresentare anche la realtà calabrese. Le due regioni infatti hanno un legame socio-culturale molto simile; l’addestramento alla freddezza emotiva è stato spesso testimoniato da collaboratori di giustizia i quali hanno raccontato di “iniziazioni” messe in atto dai genitori stessi.

In un contesto sociale dove prevale la mentalità mafiosa, dal singolo cittadino all’amministratore – la ‘ndrangheta, infatti, non è un’entità a sé che minaccia l’assolvimento dei compiti istituzionali, essa spesso fa parte delle istituzioni -, ogni diritto diventa un favore e la gente onesta fa fatica ad opporsi a regole e consuetudini imposte. Regole che accordano alla cittadinanza una vita ordinata, apparentemente tranquilla, non assolutamente turbata né da soprusi né da microcriminalità. Il risultato è un controllo sociale a favore della ‘ndrangheta che come conseguenza ha la “custodia” totale del territorio attraverso la delazione degli affiliati, verso quei comportamenti non “idonei”, siano questi di natura “criminosa” avulsa del contesto associativo, sia messi in atto da cittadini che non intendono più sottostare alle regole imposte dall’associazione criminale. La paura che ne consegue è tale per cui il silenzio o l’omertà sono considerati una “tutela” di fronte alla quotidiana realtà.

 

Conclusioni

Non è mai stato facile parlare di organizzazioni criminali in genere, di ‘ndrangheta meno che mai. Non solo essa è una delle associazioni criminali più potenti del mondo, ma anche la più “sconosciuta”: quando giornali e TV parlavano di mafia, di Sicilia e di omicidi, la ‘ndrangheta, avvantaggiata dal silenzio dei media e dall’omertà dei suoi associati, metteva radici solide tra le istituzioni e sul territorio. Almeno sino ad oggi. Adesso si inizia a sentire la voce di qualche associazione fondata proprio da chi della ‘ndrangheta non ne può più, poiché vittima di quel sistema o perché semplicemente ripudia il crimine. Pari alle altre associazioni criminali, si è capito, che se si vuole sconfiggere la ‘ndrangheta è importante conoscerla bene; per questo motivo vengono svolti sempre più spesso incontri con i giovani da parte delle istituzioni nazionali e locali al fine di metterli in guardia dal potenziale reclutamento “associativo”.

Determinante è l’impegno da parte del mondo politico. Il fenomeno può essere arginato solo se i cittadini onesti sentono di potersi fidare delle Istituzioni, altrimenti il lavoro delle forze di polizia e della magistratura, già di per se difficoltoso, sarà reso ancora più difficile, proprio come è stato fino ad adesso, per la mancanza di collaborazione da parte della popolazione onesta, ovvero quei cittadini che si trovano a vivere e “condividere” i “valori” che i più forti impongono, dove la ribellione non è legittimata e chi si oppone rischia la vita. Solo una efficace e seria protezione da parte dello Stato verso chi trova il coraggio di ribellarsi può incentivare la denuncia. Qualcosa è stato fatto, per esempio, di recente, tramite apposita delibera comunale in qualche Comune del sud Italia: i commercianti vittime di estorsione che hanno denunciato i propri aguzzini sono stati esentati dal pagamento delle tasse, ma molto resta ancora da fare, visti comunque gli scarsi risultati ottenuti finora nella lotto verso la ‘ndrangheta.

Partendo da una visione pessimistica verrebbe da pensare che in Calabria niente cambierà mai. Ma c’è ancora spazio per creare i presupposti di una società sana e in grado di sconfiggere modelli sub-culturali, sradicando regole e consuetudini mafiose, attraverso la cultura della giustizia. Si sta facendo posto alla speranza e alla buona volontà di chi crede ancora nel “bene comune”.

 

Bibliografia

Balloni Augusto (1986), Criminologia in prospettiva, Clueb Editore, Bologna;

Ciconte Enzo (2008), ‘Ndrangheta, Rubbettino Soveria Mannelli, Cosenza;

Fonti Francesco (2009), Io Francesco Fonti pentito di ‘ndrangheta e la mia nave dei veleni, Falco Editore, Cosenza;

Gratteri N. e Nicaso A.(2006), Fratelli di sangue, Luigi Pellegrini, Cosenza;

Nicaso A.(2007), ‘Ndrangheta, le radici dell’odio, Aliberti, Roma;

Oliva Ruben H. e Fierro Enrico (2007), La Santa, viaggio nella ‘ndrangheta sconosciuta, Rizzoli;

Williams III Frank P. e McShane Mailyn D. (2002), Devianza e criminalità, il Mulino, Bologna.

 


[1]Francesco Fonti, “Io Francesco Fonti pentito di ‘ndrangheta e la mia nave dei veleni” pagg. 9-10. Falco Editore, 2009

[2] www.terramara.it 05/12/2009 di Michele Gigliotti.

[3]La ‘ndrangheta ogni anno produce un fatturato pari ad un terzo del prodotto interno lordo nazionale.

[4]Ciò succede nel caso in cui il padre (capo famiglia) riveste un ruolo importante all’interno dell’organizzazione criminale.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi