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I raptus: luci e ombre di azioni apparentemente incomprensibili

 In PrimoPiano, N. 1 - marzo 2010, Anno 1

Avevano appena finito di giocare insieme alla playstation, padre e figlio, un magazziniere torinese di 46 anni e uno studente di 16 anni, compiuti da due giorni. Ora di pranzo, una tranquilla domenica in famiglia nel salotto buono di casa, una moderna palazzina vicino al lungo Dora. Poi Fabrizio R. si è seduto sul divano alle spalle del ragazzo che aveva deciso di smanettare e divertirsi un po’ da solo, e ha suggerito, spronato, corretto, rimbrottato. Si è preso una risposta stizzita – «sono capace di giocare da solo» – e una parolaccia. Ha reagito anche lui, il padre, strappando via i cavi della consolle. Un minuto dopo si è messo le mani al collo, il calore del sangue sulle dita, l’orrore negli occhi.

Il figlio, lì in salotto, davanti alla playstation, gli ha aperto la gola con una coltellata. E’ successo tutto in pochissimi minuti. Il tempo di andare in cucina, prendere da un cassetto una lama da 40 centimetri sotto lo sguardo distratto e ignaro della madre che stava stirando, tornare dal padre e colpirlo al collo, un solo fendente. Poi è di nuovo rientrato in cucina, ha lavato il coltello e lo ha poggiato sullo scolapiatti. La mamma ha realizzato appieno cosa era successo quando il marito le è andato incontro. «Teneva la mano destra premuta sul collo, si tamponava un taglio… No, prima non avevo capito… Io stavo stirando». Ha chiamato lei il 118. La polizia è stata avvisata dall’équipe di soccorritori. Il figlio non è scappato. È andato in camera sua e lì è stato trovato dagli agenti delle volanti, «calmo». «Sembravano persone tranquille», concorderanno i vicini, nessuno dei quali però li conosce per nome. «Il ragazzo deve avere qualche problema di testa», tirano a indovinare, declinando con le categorie della follia un’azione che altrimenti non saprebbero spiegare.

Omicidi o fatti di sangue apparentemente incomprensibili, che vengono derubricati sotto la categoria dei raptus. “Del cervello sappiamo ancora troppo poco” diventa la consueta giustificazione fatalistica ex post factum.

Di fatto i delitti o i tentati omicidi da raptus ci dicono che, dopo circa un secolo di studi più o meno scientifici sulla mente umana, quello che sappiamo sul suo funzionamento e sulle sue logiche è ancora poco.

Abbiamo cercato di affrontare e dipanare il problema con l’aiuto di un “addetto ai lavori”, Amato Luciano Fargnoli, psicologo e criminologo, già direttore della Sezione di Criminologia Applicata del Servizio di Polizia Scientifica nella Direzione Centrale Anticrimine della Polizia di Stato, docente presso l’Università degli Studi dell’Aquila e docente nelle Scuole di Specializzazione in Psicoterapia.

Professor Fargnoli, considera il termine raptus, variamente inteso, troppo abusato per spiegare i cosiddetti delitti incomprensibili?

Credo che in parte si debba considerare un termine abusato, in parte, invece, credo si debba trovare una definizione più completa. Ovvero, dietro la parola raptus e dietro ciò che in realtà lo determina si nascondono vari processi psicologici. In pratica, dietro l’autore di un’azione violenta che noi definiamo raptus, esiste sempre un percorso che fa l’autore stesso. Nel caso del sedicenne che accoltella il padre, per esempio, si può osservare che l’azione così improvvisa, se vista dall’esterno, potrebbe anche essere il frutto di una relazione costruita male tra padre e figlio, una relazione basata su un modello non di verticalità, cioè di rispetto dei ruoli, ma su una falsa parità fra generazioni.

Entriamo nel merito del caso che abbiamo deciso di prendere in esame. E’ possibile analizzarne la dinamica?

Intanto bisogna partire dall’effetto che fa sulla mente di un giovanissimo lo stare davanti a un computer o alla playstation, strumenti che hanno un sottile potere di induzione ipnotica. L’adolescente si concentra in un mondo tutto suo e soprattutto in un mondo nel quale non ha ostacoli e, quindi , può esercitare tutto il suo potere. Non bisogna dimenticare che a sedici anni è già in atto il tipico conflitto con il padre, che poi rappresenta l’autorità. Cosa fa in questo caso il padre? Per quello che sappiamo, dopo una serie di battute che fanno riferimento alla capacità e all’autonomia del figlio, stacca i fili dell’alimentazione dell’apparecchio. Un gesto brusco, che altrettanto bruscamente porta a interrompere quel contatto visivo col gioco, ma anche la sequenza di comunicazioni che in qualche modo era in atto tra i due. Al gesto improvviso si innesca lo stimolo che determina l’azione violenta del figlio, il quale, con freddezza prende un coltello e tenta di tagliargli la gola.

Un gesto estremo. Il figlio non poteva limitarsi a sfasciare i mobili della stanza?

Certo, il tentativo di sgozzare il padre è sicuramente meno comprensibile di un cazzotto a una porta o di un tavolo rovesciato. E questo ci impone una riflessione, ma non tanto sul gesto violento in sé, quanto sulla sua imprevedibilità perché noi non ci aspettiamo che il ragazzo, che probabilmente è ancora catturato dalla dimensione del videogioco, possa reagire così. Faccio un esempio che credo renda l’idea. Proviamo a staccare un neonato dal seno della madre che lo sta allattando: assisteremo a una serie di smorfie che presto sfociano in un pianto dirotto e urla di disperazione. Ebbene, definisco a volte il computer come un “seno” elettronico, stiamo attaccati lì e ci “nutriamo” lasciandoci bombardare da immagini e stimoli, diventando spettatori completamente passivi di fronte ad una realtà che è solo virtuale. Tornando al tentato omicidio, si può pensare che nel momento in cui il padre interrompe il doppio circuito di comunicazione (quella tra sé e il figlio, quella tra il figlio e il computer) in modo brusco, staccando la spina, il ragazzo, che non è più lui, cioè non è più il ragazzo che gioca con il padre-fratello (cioè suo pari) e che subisce l’interruzione brusca, reagisca in modo violento. Ma non fino al tentativo di eliminare la fonte, o la causa di quella interruzione:il padre.

Il ragazzo aveva veramente l’intenzione di uccidere il padre?

Non credo, credo piuttosto che nelle sue intenzioni ci fosse quella di tagliare. Il tagliare la gola è un gesto che significa tagliare la comunicazione, interrompere la parola. Una sorta di gesto “restitutivo”: Bisogna dire, subito, che questa modalità è tipica di un soggetto con problemi che potremmo definire psicotici. E’ ovvio che dal punto di vista di una comunicazione normale sia inaccettabile. Se noi ascoltiamo le parole che ha pronunciato il ragazzo dopo aver commesso il gesto, sentiamo che non trova strana la sua reazione. Anche questo può essere un segnale di quella perdita di contatto con la realtà che appartiene ai funzionamenti psicotici. Per lui non è strana, inoltre, perché nei giochi d’azione della playstation di solito c’è sempre un duello volto all’eliminazione dell’altro: l’altro viene eliminato e io faccio punteggio, o acquisto potere.

Ma il padre ha rischiato di essere eliminato sul serio.

Sì, il problema è che nella mente del ragazzo si é costruito un modello di rapporto distorto. Purtroppo capita che questi ragazzi non riescano a percepire il significato della morte in quanto fine, soluzione definitiva del vivere, ma percepiscano solo l’aspetto ludico della morte. Nel videogioco succede che le persone uccise durante una partita o un duello, al gioco successivo siano lì di nuovo, vive e pronte a combattere di nuovo e magari a morire di nuovo oppure a vincere. Un aspetto poco studiato è l’incapacità che hanno certi ragazzi habitué delle realtà virtuali di percepire il senso assoluto della morte come fine dei rapporti.

Guardiamo il contesto in cui è successo il tentato omicidio. Ci sono due elementi da non sottovalutare. Uno è la famiglia e il rapporto che questo ragazzo ha con i genitori, l’altro sono i videogiochi che, le chiedo, sono allora così pericolosi?

Non dobbiamo demonizzare lo strumento computer, perché anche i videogiochi possono avere una funzione educativa per la costruzione della personalità. Il punto non è questo. La questione chiave sono i genitori o comunque chi è deputato all’educazione del minore. L’adulto che gioca con un ragazzo dovrebbe farlo in modo attivo, facendo commenti, facendo sentire la presenza reale e vitale dell’adulto che accompagna l’adolescente in questa esperienza di immagini e emozioni. Purtroppo il novanta per cento delle volte l’adolescente viene lasciato da solo ad affrontare questo mondo. Ed è un mondo, quello virtuale, in cui i principi della competizione, della lotta, della conquista del potere, sono molto ben rappresentati. Quello che non viene fatto vedere attraverso il gioco e la sua rappresentazione è invece la vera funzione della realtà, e la differenza che c’è tra l’eliminazione di persone vere e l’eliminazione di immagini. Le immagini di sofferenza, le smorfie di dolore mimano ma non fanno provare realmente sofferenza e dolore. Questo passaggio comincia a sfuggire a molti di quei ragazzi che stanno troppo tempo davanti al pc e non imparano a distinguere ciò che è virtuale da ciò che è reale. Quindi non si tratta di demonizzare lo strumento, piuttosto di guidare il rapporto che si ha con questo strumento. Nel nostro caso il problema dell’impulso improvviso a reagire è dato dallo stacco altrettanto improvviso del passaggio dalla realtà virtuale a quella reale. Se io sto giocando con mio padre che mi stacca la spina, io reagisco come reagirei se stessi nel gioco. Non vogliamo dare qui l’idea di giustificare il ragazzo, ma spiegare la sua azione, voglio dire che in ogni gesto (violento o meno) che si compie, tranne quei gesti in cui è conclamata una patologia mentale di chi lo sta compiendo, c’è una interattività. Ad azione corrisponde reazione. La vita è tutta una catena di azioni. Nell’episodio di cui stiamo parlando, il dramma scatta allorquando c’è un passaggio troppo veloce, direi violento, tra realtà virtuale a reale. L’adulto, quasi sempre, riesce, anche quando sottoposto a passaggio brusco, a riformulare e distinguere le azioni da virtuali a reali. L’adolescente che è immerso totalmente nella realtà virtuale – anche perché ci sta molte ore –, quando esce di lì compie gesti di cui non riesce a capire la portata perché l’azione virtuale viene commessa nell’immaginazione e non nella realtà. Facciamo un esempio: quando abbiamo una lite verbale, osserviamo che chi urla di più guarda fisso in un punto, come se fosse concentrato su un’immagine dentro di sé molto più forte e presente della persona con cui sta litigando inoltre è più forte dei motivi contingenti per cui sta litigando.

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