Oops! It appears that you have disabled your Javascript. In order for you to see this page as it is meant to appear, we ask that you please re-enable your Javascript!

Perversione e patologie nei crimini violenti

 In CaseHistory, Anno 1, N. 2 - giugno 2010

Vorrei iniziare con una storia trovata su un blog ricordando due principi fondamentali: che prima di arrivare a stuprare o ad uccidere, l’ex marito, l’ex amante, o anche l’ex amico si finge paterno e protettivo. E che questa è la storia di tutte le donne che subiscono, in silenzio, la persecuzione di un uomo prepotente.

 

Il mio nome è Rosaria.

Stamani come tutte le mattine ho cliccato il tuo blog. Ho avuto un tuffo al cuore. Le immagini del mio vissuto scorrevano davanti ai miei occhi. Ho chiuso il computer, per rannicchiarmi a terra e lasciare che le lacrime scorressero sul mio viso. Ti scrivo e poi deciderai se pubblicare la mia lettera. Ho subito ogni forma di violenza dal mio ex marito. Una volta mi ha caricata di botte da farmi vomitare e poi ha preteso che mangiassi ciò che il mio stomaco aveva espletato sotto la minaccia della sua pistola d’ordinanza. Quando non mi segregava in casa scappavo dai miei genitori. Il lupo veniva a riprendermi travestito da agnellino implorando il mio perdono. Ogni volta ci cascavo. Gli ho permesso di picchiarmi anche quando ero incinta. Al terzo mese di gravidanza mi buttò giù per le scale e quando fu costretto ad accompagnarmi all’ospedale minacciò di uccidermi se avessi detto la verità anzi, il primo colpo sarebbe partito sul mio grembo. Tredici anni fa il mio bambino venne al mondo bello e sano come tutti i bimbi del mondo. Fu quella la prima occasione in cui manifestai la volontà di lasciarlo. Ma lui minacciò di rapire il bimbo dal nido dopo avermi uccisa. Il pensiero che il mio Angelo potesse rimanere nelle mani di quel mostro mi fece desistere. Tornammo a casa. Quel fagottino aveva dato un senso alla mia vita che all’epoca era un vero disastro. La bestia mi aveva spogliata della mia dignità ma il mio cuore batteva forte per il mio bambino. Una sera mentre lo allattavo feci l’errore di canticchiare. La bestia cominciò a prendermi a calci, terrorizzata all’idea che potesse far del male al mio piccolo lo lanciai nella carrozzina. A notte inoltrata ripresi i sensi. Ero distesa a terra con i pantaloni fradici di pipì. La testa mi doleva ma dovevo rialzarmi dovevo sincerarmi che il mio bambino fosse vivo. Mi avvicinai alla culla e mi accorsi che dormiva beatamente. Anche la bestia dormiva soddisfatto. Andai in bagno per lavarmi ma lo specchio rimandò la mia immagine. Un’immagine che stentavo a riconoscere: il viso tumefatto e il sangue rappreso sotto il naso. Al mattino allattai mio figlio con la pistola puntata sul fianco. Dopo due giorni la bestia rientrò in servizio. Decisi che non gli avrei permesso mai più di sporcarmi con le sue luride mani e soprattutto mai gli avrei permesso di far del male al mio bambino. Volevo che il mio cucciolo fosse orgoglioso della sua mamma.

La mia separazione è stata giudiziale a suon di querele. Arrivava spavaldo sotto il palazzo,con la scusa di vedere il figlio, con la pistola d’ordinanza, gridando a gran voce che mi avrebbe uccisa. Puntualmente i condomini si nascondevano dietro la finestra delle loro case per godersi lo spettacolo ma mai nessuno era disposto a testimoniare. Ho vissuto anni d’inferno. Anche quando ho conosciuto il mio compagno non è stato facile per me credere che lui potesse essere diverso, ma a guarire i mali ci pensa il tempo insieme alle persone giuste che ti affiancano. È difficile uscire dall’inferno ma bisogna provarci perché la vita rimanga un dono. So che sarò una goccia nel mare per la tua associazione carissimo Max ma il dolore degli anni da dimenticare l’ho voluto trasformare in amore soprattutto per gli angeli. Un abbraccio a tutte le donne che sono o sono state vittime di coloro che si spacciavano per uomini.

 

La visione scientifica delle perversioni

Perversioni sessuali possono essere definite tutti quei comportamenti sessuali che si differenziano in modo rilevante da quelli usuali.

In questa definizione si deve, tuttavia, tener conto della fase di sviluppo in cui si trova il soggetto perché atteggiamenti che possono essere considerati normali se si manifestano nell’infanzia, possono divenire perversi se sussistono nell’età adulta. Freud fu il primo a riconoscere che la disposizione sessuale perversa dell’infanzia è fisiologica e tende poi a modularsi nell’età adulta.

Sono molti i soggetti che in psicoterapia ammettono che vivrebbero con piacere e soddisfazione le loro perversioni se non fosse per le implicazioni morali e legali che esse comportano. Il rischio di andare incontro a pene giudiziarie e alla condanna sociale rendono così i dati relativi alla frequenza di questi comportamenti assolutamente non indicativi. Si suppone comunque che nella società ci sia una prevalenza più elevata rispetto a quella evidente. Dai dati clinici risulta che circa la metà dei soggetti con parafilia è adulta e sposata.

La comparsa delle varie perversioni è generalmente prima dei 21 anni, anche se l’età media di comparsa varia a seconda del tipo di parafilia. I più frequenti atti parafilici sono quelli di tipo esibizionistico o di masturbazione pubblica. Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM IV) considera i comportamenti sessuali devianti come «un gruppo di disturbi sessuali caratterizzati da fantasie, impulsi sessuali o comportamenti ricorrenti ed intensamente eccitanti sessualmente, che possono riguardare oggetti inanimati, la sofferenza o l’umiliazione di se stessi o del partner, o bambini o altre persone non consenzienti, e che si manifestano per un periodo di almeno sei mesi».

Per alcuni soggetti, fantasie o stimoli parafilici sono indispensabili per l’eccitazione sessuale e sono sempre inclusi nell’attività sessuale. In altri casi le preferenze parafiliche si manifestano solo episodicamente, per esempio durante periodi di stress, mentre altre volte il soggetto riesce a funzionare sessualmente senza fantasie o stimoli parafilici. Se queste fantasie sono comuni alla coppia e non vengono imposte da un partner sull’altro ecco che non si può parlare di parafilie, ma casomai di deviazioni sessuali che rimangono nell’ambito del rispetto della volontà della coppia.

  • Dal punto di vista psicoanalitico tradizionale si mette in risalto la devianza e l’anormalità sessuali, enfatizzandone gli aspetti ripugnanti.
  • Dal punto di vista psichiatrico clinico le parafilie costituiscono le deviazioni dal normale oggetto sessuale.

Dopo essere stata riconosciuta come una patologia sessuale tipica dei criminali, comportamento sessuale ricorrente nelle condotte antisociali, dopo essere stata inclusa all’interno di categorie diagnostiche più generali come l’isteria, il narcisismo, il disturbo borderline, la perversione sessuale acquisisce l’etichetta più scientifica e neutra, se vogliamo, di parafilia. Sono classificate tali dunque, tutte quelle forme che precedentemente venivano chiamate perversioni.

 

Le parafilie

In ambito psichiatrico, psicopatologico e sessuologico, con parafilia (dal greco para παρά = “presso”, “accanto”, “oltre” e filia φιλία = “amore”, “affinità”) si intende un insieme di manifestazioni della sessualità umana caratterizzate dall’aspetto ossessivo-compulsivo verso comportamenti o situazioni non direttamente connessi alle finalità riproduttive tipiche del sesso tradizionale. In mancanza di questo elemento, simili pratiche sessuali vengono considerate soltanto inusuali, senza necessariamente implicare che esse siano “sbagliate” o “malate”.

Dal momento che si usano i concetti di perversione e di devianza sessuale, è necessaria una riflessione su quello che si intende per normalità e comportamento sessuale normale. Infatti, esiste una grande varietà individuale per quanto riguarda il modo di manifestarsi del comportamento sessuale. È proprio la variabilità che rendere difficile delineare la differenza fra il normale e il deviante. È indubbio tuttavia che le persone in cui determinati comportamenti parafiliaci siano particolarmente radicati, possano arrivare a compiere atti illegali o criminosi legati al soddisfacimento dei propri impulsi. I reati in cui i soggetti possono essere coinvolti sono quelli contro la persona (Art. 609 bis – Violenza sessuale) o quelli contro la moralità pubblica (Art. 527 –Atti osceni).

La linea tra normalità e patologia nella sessualità è sempre legata a aspetti precisi: l’esclusività, la compulsione del comportamento e, ricordiamo, soprattutto il consenso reale dei partner sessuali. Infatti, se il soggetto ha desideri e comportamenti esclusivi che prevedono gratificazione sessuale unicamente per un determinato oggetto o comportamento (esempio feticci femminili come biancheria intima, calze, scarpe ecc.), se il comportamento è compulsivo (cioè si prova la spinta a metterlo in atto anche quando comporta palesi conseguenze negative o non è apprezzato dal partner sessuale), se arreca danno, disagio, sofferenza, problemi legali ecc. a se stesso e agli altri, allora siamo di fronte ad una vera e propria patologia. «Finché la parafilia non interferisce con il normale svolgimento delle attività sociali, familiari e lavorative, non si considerano più certi comportamenti o desideri come perversioni o deviazioni».

Il perverso si muove in una “prigione metaforica” che appronta per la sua vittima e nella quale confina se stesso; in una tela di ragno che tesse non per sopravvivere ma per ridurre in schiavitù, per inibire, per affossare, per sopprimere l’altro della cui vita si alimenta. Il perverso può apparire paradossalmente affascinante. Le caratteristiche generali della perversione derivano proprio dal meccanismo genetico della stessa. Tutti i perversi hanno la spiccata tendenza a nascondersi, isolandosi in zone d’ombra piuttosto che confondersi nella massa; si mostrano del tutto diversi da quello che sono, sono circondati da segreti e cercano l’omertà e la connivenza dell’altro, cercano di affascinare la vittima con l’incanto della morte.

Tra te caratteristiche salienti del perverso vi è quella di apparire diverso da come è nella realtà, mantenendo nelle zone d’ombra gli aspetti della chiara perversione.

 

La storia di Ted Bundy

Ted Bundy è stato uno dei più efferati e prolifici serial killer statunitensi: poco prima di essere giustiziato confessò l’uccisione di circa 28 ragazze, ammazzate tra gli Stati dello Utah, di Washington, del Colorado e della Florida, anche se si sospetta che le sue vittime siano state un centinaio.

Apparentemente era il tipico “bravo ragazzo”. Studente zelante, si laureò in psicologia e si dedicò anche agli studi giuridici e volontario presso un “Telefono amico”, si impegnava anche nelle attività politiche del Paese, oltre ad essere molto educato, raffinato e pacato nei modi. Alle spalle, Ted Bundy, aveva però un triste passato. Nacque da una ragazza madre che lo diede in adozione ai nonni; in questo modo Ted crebbe credendo che i suoi nonni fossero i suoi genitori e che sua madre fosse in realtà sua sorella. Scoprì la verità tardi e per lui fu un trauma che segnò la sua esistenza.

Un ruolo molto importante nella vita di Ted lo ebbe Stephanie, sua “storica” fidanzata che in prima persona cominciò ad accorgersi dell’improvvisa metamorfosi di Ted: da ragazzo gentile e calmo divenne aggressivo e arrogante. Lei lo lasciò, e quando, tempo dopo, cominciarono a rifrequentarsi, fu lui improvvisamente a non volerne più sapere. Questo fu un altro episodio che segnò la vita di Ted. Inoltre Stephanie aveva i capelli lunghi, scuri e con la riga in mezzo. Questo avvenne nel 1972.

La vicenda di Ted Bundy, comincia alla fine del 1973, quando vengono trovati i resti di una ragazza scomparsa poco tempo prima. Un’altra ragazza scompare dalla sua stanza dove vengono rinvenute macchie di sangue sul letto.

L’anno successivo scompaiono altre sette ragazze: tutte sono state avvicinate da uno sconosciuto che, una volta col braccio al collo, una volta con le stampelle, chiedeva loro di aiutarlo a trasportare libri o altro. Tutte le ragazze avevano i capelli scuri, lunghi e con la riga in mezzo.

Nello stesso anno, al lago Sammamish (Washington), due ragazze vengono avvicinate da un ragazzo molto gentile che dice di chiamarsi Ted: ha un braccio ingessato e chiede loro di aiutarlo a portare la sua barca fino al lago. Una volta soli, le stordisce, le porta in un luogo isolato, le violenta, le uccide e le fa a pezzi.

Un mese dopo ne vengono trovati i resti. Lo stesso giorno della scomparsa delle due ragazze, una terza riesce a scampare la morte grazie alla sua diffidenza verso quel giovane e, dopo aver letto la notizia sulle due sfortunate ragazze, riferisce quello che le è accaduto alla polizia fornendo un identikit.

Vedendo in un giornale l’identikit, la stessa compagna di quel momento di Ted, Meg, seppur restia, lo segnala alla polizia, la quale, nonostante le numerose segnalazioni, lo esclude comunque dai sospetti: la sua vita di studente e di attivista politico lo rende quasi al di sopra di ogni sospetto. Nel frattempo molte altre ragazze (la cui descrizione è analoga a quella della altre vittime) continuano a scomparire. Ad una però va bene: Carol Da Ronch, adescata da Ted (che si finge poliziotto) con una scusa, si fa convincere a seguirlo fino alla macchina. Lui comincia a portarla lontano dal centro abitato, verso zone isolate. Lei si insospettisce, lui tira fuori una pistola e Carol comincia a ribellarsi. Ted cerca allora di ucciderla ma lei riesce a far fermare l’auto. Scende e fortunatamente trova subito una coppia che passa di lì e che le dà un passaggio in macchina fino alla stazione di polizia.

Successivamente la polizia trova i resti di altre due ragazze scomparse poco tempo prima mentre in Colorado vengono trovati cinque corpi che corrispondono alla descrizione delle possibili vittime di Ted Bundy. Ormai anche l’FBI fa ufficialmente parte delle indagini. Poco tempo dopo due poliziotti fermano per strada un auto passata due volte col rosso: al volante c’è Ted. Ma i due poliziotti cominciano ad insospettirsi solo quando vedono cose strane nell’auto di Ted: manca il sedile del passeggero e inoltre trovano un kit da scasso. Loro non sanno che l’uomo che hanno fermato è uno degli uomini più ricercati d’America, ma lo ricollegano al caso di Carol Da Ronch, la quale in un confronto all’americana lo riconosce come l’uomo che cercò di ucciderla.

Intanto i sospetti che già si avevano su di lui vengono alimentati dalle dichiarazioni delle due donne di Ted: Meg, la sua compagna, dice che spesso la notte Ted si assentava e non sa spiegare dove potesse essere nelle notti in cui sparirono e vennero uccise tutte quelle ragazze; Stephanie (la sua precedente fidanzata) racconta invece dell’improvviso cambiamento di Ted appena prima che si lasciassero.

Successivamente (febbraio 1976) Ted viene processato per il rapimento di Carol Da Ronch e nel frattempo si cercano prove per collegarlo anche agli omicidi avvenuti in quel periodo e si riescono a trovare dei collegamenti ad uno di quei delitti, per il quale Ted viene sottoposto ad un nuovo processo.

Rifiuta l’aiuto dei suoi avvocati e decide di difendersi da solo: per questo motivo gli vengono concesse delle ore di permesso per poter accedere alla biblioteca del carcere in modo da preparare la propria difesa, ma durante uno di questi momenti, riesce a fuggire da una finestra, per venire poi catturato di nuovo pochi giorni dopo. Alcuni mesi più tardi riesce a fuggire di nuovo, ma questa volta riesce a non farsi prendere e arriva in Florida (1978).

Pochi mesi dopo, all’interno della casa della confraternita delle Chi Omega nel campus di un college di Tallahassee, due ragazze vengono trovate morte nelle proprie stanze. Si tratta di Lisa Levy, violentata, strangolata e infine uccisa, colpita alla testa con un oggetto contundente e Margaret Bowen, strangolata con una calza.

Altre tre ragazze della stessa confraternita riescono a cavarsela nonostante le gravi lesioni subite, ma non riescono a ricordare nulla dell’episodio.

Uniche testimonianze: quella di una ragazza che dice di aver visto, rientrando quella notte nella casa, un uomo dal naso leggermente a punta e con in mano un pezzo di legno che si dirigeva di corsa verso l’uscita; altra testimonianza, le impronte dentarie lasciate dall’assassino sul corpo di Lisa Levy: la dentatura di Ted è caratterizzata da uno spazio tra gli incisivi e questo sarà l’elemento determinante per incolparlo dell’omicidio della ragazza.

Pochi giorni dopo viene trovata morta una ragazzina di dodici anni, Kimberly Leach: anche lei violentata ed uccisa con un colpo alla testa. Le ultime persone che videro Kimberly viva dicono che l’avevano vista parlare con un uomo che aveva un furgone bianco. Le indagini nello Stato della Florida proseguono, ma non ci sono sospetti; inoltre lì la polizia non conosce la vicenda di Ted Bundy, ma, tempo dopo, un poliziotto lo ferma per strada a causa di una serie di infrazioni, e dopo una colluttazione con lui, lo arresta. Nel frattempo le indagini su Ted continuano e vengono raccolte sempre più prove contro di lui per quanto riguarda gli omicidi nella casa delle Chi Omega e quello di Kimberly Leach. Non molto tempo dopo comincia il nuovo processo (Chi Omega) che si tiene in Florida. L’esito del processo è una sentenza di colpevolezza e di condanna alla sedia elettrica. Subisce la stessa condanna anche nel processo per l’omicidio di Kimberly Leach.

Dopo una serie di appelli e di rinvii dell’esecuzione, il 24 gennaio 1989 Ted viene giustiziato. Non prima però di aver ammesso l’omicidio di 28 ragazze.

Sia dalla foto che dalla sua scrittura apparentemente ordinata ed elegante, Ted Bundy potrebbe trarre in inganno chiunque: era in effetti in apparenza molto diverso dal killer che poi ha ammesso di essere.

 

L’analisi della scrittura consente all’esperto di individuare il profilo psicologico del suo autore.

Ecco che quindi se si osserva bene quella grafia così precisa ed elegante si scoprirà che questa è priva di “ricci”, e mostra aggiunte al modello calligrafico che denotano passionalità e scarso controllo degli istinti sessuali.

Si hanno infatti dei movimenti di avvio in ogni lettera che sembrano prendere forza dal piano fisico e materiale: partono infatti dal rigo sottostante.

Le asole inferiori appaiono eccessivamente grandi tanto da essere notate anche a prima vista.

Questa passionalità, queste fantasie morbose in campo sessuale fanno sì di non poter consentire al soggetto scrivente di esercitare un controllo adeguato sui suoi istinti.

 

Bibliografia

DSM-IV-TR Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (Text Revision) Masson, Milano 2000

Giuseppe Magnarapa, Daniela Pappa, Teoria e pratica dell’omicidio seriale, Armando Editore, Roma 2003.

Harold Schechter, Furia omicida, viaggio nel mondo dei serial killir, Sonzogno Editore, Milano 2005

Marisa A. Aloia, I Segni della Violenza, Giordano Editore, Brescia 2006.

Marisa A. Aloia, Eva Bogani e Riccardo Giovannini, Stragi, Bonanno Editore, Catania, 2008.

Michael Newton, Dizionario dei serial killer, Grandi Manuali Newton, Roma 2004.

Vincenzo M. Mastronardi e Ruben De Luca, I Serial Killer, Newton &Compton, Roma 2005.

Wilson C., Seaman D., Il libro nero dei serial killer; Newton & Compton, Roma 2005.

Fiore e Ombre - cc mbd.marco

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi