I raptus: luci e ombre di azioni apparentemente incomprensibili

 In PrimoPiano, N. 1 - marzo 2010, Anno 1

Vuole dire che il raptus è il risultato di un pensiero intrusivo?

Sì, è la risposta immediata ed incoercibile ad un pensiero intrusivo. E cos’ è il pensiero intrusivo? E’ quel pensiero che irrompe tra altri pensieri ed immagini in atto in quel momento, e getta scompiglio nell’organizzazione mentale del soggetto, altera la percezione della realtà e non può essere controllato. Nel nostro caso il pensiero intrusivo è dato da un’azione: la spina staccata dal padre. Il ragazzo era immerso sia in un conflitto di potere con la figura paterna, sia in una percezione che faceva scomparire il mondo reale e il passaggio dalla realtà in cui era immerso alla realtà reale non è stato mediato. Il ragazzo è stato richiamato alla realtà all’improvviso: smetti di giocare. Aggiungiamo che probabilmente ci fossero stati conflitti di potere tra padre e figlio all’interno del gioco. Se il padre ha risolto il conflitto staccando la spina, ha fatto lui per primo il gesto violento. Allucinante ma chiaro. Nulla giustifica quanto è successo dopo. Ma gli elementi per capire il fattore scatenante ci sono tutti: c’è il conflitto con il padre, c’è la realtà nella quale il soggetto è immerso e dalla quale viene bruscamente tirato fuori, c’è la relazione alterata. E, negata. Quello che resta da spiegare è cosa succeda, da un certo momento in poi, nella mente umana.

Questi tipi di raptus sono propri di persone normali o di malati psichiatrici?

I raptus appartengono alle persone normali. Il malato psichiatrico è inserito in un suo percorso patologico di comunicazione, ha una sua storia. Il raptus invece è proprio delle persone normali. Qui bisognerebbe chiedersi cosa vuol dire normalità. Cosa è normale? Ciò che è consueto, che è concordato, ciò che ci aspettiamo debba sempre accadere.         Non normale è ciò che altera tutto questo. Nel caso dei raptus omicidi, il raptus rappresenta il cosiddetto punto di svolta. Ma è una storia che si prepara prima. Nel tempo si verifica un accumulo di percezioni distorte della realtà che, per il soggetto che le prova, sono la realtà stessa. All’inizio c’è un accumulo di rabbia, di frustrazione, di impotenza, un insieme di vari sentimenti, che troppo spesso non trovano espressione, che portano poi ad un’alterazione dei rapporti, come accade tra vittima e autore.

Se prendiamo il rapporto tra padre e figlio, ci sono padri molto svalutanti, castranti. L’accumulo di sentimenti negativi che si possono provocare in un figlio diventano una piccola bomba inesplosa. A un tratto arriva un gesto, vissuto come assolutamente incongruo. In una relazione sbilanciata basta che uno dei due dica buongiorno in malo modo ed ecco che arriva l’azione che dall’esterno sembra improvvisa e imprevedibile ma in realtà è il frutto di un processo.

E così scatta il raptus?

Sfumerei, direi così può scattare il raptus. Poiché bisogna intenderlo come un attimo, nella continuità della vita psicologica del soggetto, in cui si interrompe violentemente il controllo di sé. Tendenzialmente abbiamo un sufficiente controllo su noi stessi, poi arriva un momento brevissimo ma devastante. Come un terremoto. Come una pentola a pressione senza valvola. L’elemento di coartazione psicologia non ha valvola, c’è solo un effetto accumulo che all’improvviso esplode.

Ci sono segnali indicatori di un probabile raptus?

Il soggetto a rischio, quello psichicamente disturbato in modo palese, è prevedibile, ha comportamenti a rischio. Nelle persone non a rischio spesso invece i segnali non li vediamo o li sottovalutiamo. E quando il fatto avviene ci sembra imprevisto e imprevedibile. Solo nei casi in cui il raptus rappresenta l’esordio di una malattia mentale, il primo gesto è imprevisto. Ma anche l’esordio di una malattia mentale, in fondo, in qualche modo viene preannunciato da una serie di comportamenti correlati perlomeno strani. Se noi non diamo alcun valore a quei comportamenti, succede che l’azione ci sembra completamente fuori da ogni comprensibilità. Invece non è così. Insomma, il raptus andrebbe riformulato e ristudiato in psicologia, perché è un momento molto particolare della vita psicologica dell’essere umano. Rappresenta molti elementi messi insieme in un unico momento in cui si vogliono comunicare molte cose.

Il raptus allora arriva alla fine di un percorso?

Di un percorso sommerso che però conta. Nel raptus non si può parlare di premeditazione perché sarebbe una contraddizione in termini, ma di percorso oscuro delle nostre azioni che hanno radici nella nostra mente dove si vanno ad accumulare tante cose. La rabbia è il carburante, ma quello che si va a accumulare è il senso di inadeguatezza, l’impotenza, l’incapacità di farsi valere. E quando nella mia mente non riesco a rappresentarmi la possibilità che qualcosa domani possa accadere, ma penso che non possa accadere più nulla, la reazione è violentissima. Tanto più è lungo il periodo in cui io ho combattuto contro l’idea di essere impotente e di essere sbagliato, tanto più aumenta l’intensità della reazione. Quando non si vede soluzione, c’è solo la morte che risolve tutto perché con la morte si elimina la persona che costituisce il problema.

Va detto che questo percorso, se intuito e capito, può essere interrotto prima che arrivi alle estreme conseguenze.

Ci sono più tipi di raptus, o ce n’è uno solo?

Se consideriamo il raptus come un meccanismo di svincolo, o, meglio, la rottura di una condizione di stabilità, che fa sì che il soggetto passi da un cosiddetto stato di normalità a uno stato patologico dell’azione, il meccanismo è uguale per tutti. Ma il movente, ciò che muove il meccanismo, cambia da situazione a situazione. E, ovviamente, da persona a persona.

Chi cade in un raptus ci può ricadere?

Se il raptus rappresenta quell’episodio nella vita di un soggetto che, attraverso l’azione violenta, arriva a sbloccare una quota di rabbia, di frustrazione, di impotenza insopportabili, allora tendenzialmente non dovrebbe esserci reiterazione, Se invece il raptus è inteso come reazione violenta a ogni tipo di azione, cioè fa parte dello stile di comportamento di un soggetto impulsivo, allora il rischio che costui possa ripetere il gesto c’è. C’è quando il raptus mette in luce la presenza di un substrato patologico. Sarebbe come un annuncio al mondo: signori, da oggi io sono malato.

Per il ragazzino del nostro caso c’è da chiedersi, come vivrà in futuro? Taglierà la gola a tutti quelli che gli staccano la spina del videogioco? Se, e qui c’è un “se” importante, questo episodio rappresenta l’esordio di una malattia grave, significa che il gesto violento è il modo di reazione tipico di questo ragazzo. Se invece, non c’è uno stato di patologia conclamato, l’episodio può essere inteso come unico. Ma bisogna prima risolvere il “se”. Pertanto il ragazzo andrebbe messo sotto osservazione insieme a tutto il suo nucleo familiare perché il gesto è maturato nel contesto familiare. E alla fine chiedersi: questo figlio è malato di mente o stiamo assistendo a un disturbo di personalità che deriva dalla relazione con i suoi genitori?

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