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Il paradiso non può attendere

 In Sotto il Segno del Culto, Anno 2, N. 4 – dicembre 2011

«I fanatici imprimono il timbro dello spirito su menzogne e insania, e chi manca di pietra di paragone le prende per oro colato» (J. W. Goethe)

 

“Tre corone di fiori adornano il tumulo di terra che ricopre la fossa comune, scavata a strapiombo sulla vallata, dove fino a un paio di settimane fa correva il muro più esposto della chiesa. Dall’altra parte, contro il dorso della collina, sono ammassate lamiere del tetto contorte dal calore, stipiti anneriti, finestre bruciacchiate, una ciabatta di gomma gialla e consumata a metà dal fuoco. In mezzo rimane uno spiazzo innaturale dentro il paesaggio dell’Uganda sud-occidentale, fatto di dossi stretti e verdeggianti, coperti di banani e di eucalipti: è il vuoto in cui è sprofondato il “Movimento per la Restaurazione dei Dieci Comandamenti di Dio”, la sètta cristiana responsabile di uno dei più terrificanti massacri nella pur sanguinolenta storia dei culti millenaristi. Ancora oggi, una quindicina di giorni dopo l’incendio in cui sono state fatte ardere vive cinquecento e passa fra uomini, donne e bambini, la gente che ci cammina si porta al naso rametti di rosmarino, per addolcire il fetore[1]”. Fin qui, la cronaca dell’ecatombe. La descrizione di quello che è restato di centinaia di persone ammassate in una baracca, chiamata chiesa, dalle porte e le finestre serrate dall’esterno, con assi di legno e chiodi per impedire qualsiasi via di fuga: cinquecentotrenta persone, fra cui un’ottantina di bambini, arse vive assieme a rosari e crocefissi. Molti però hanno tentato ugualmente di mettersi in salvo, provando a forzare l’ingresso principale, di fronte al quale sono stati ritrovati decine di cadaveri carbonizzati.

È il 17 marzo 2000, a Kunungu, nel distretto di Rukingiri, 217 miglia a sud ovest della capitale ugandese Kampala, il leader della sètta è un certo Joseph Kibwetere, migliaia i suoi seguaci. La stragrande maggioranza ormai morti. Invitati a partecipare all’“Ultima Cena” nessuno si è salvato dal rogo. I fedeli, nei giorni precedenti, si erano recati a trovare parenti e amici, avevano pellegrinato di villaggio in villaggio cercando di convincere più persone possibile ad andare a Kanungu il 17 di quel mese. Giorno in cui la Vergine Maria sarebbe apparsa per aprire agli astanti le porte del Paradiso. Poi, la sera prima, si erano riuniti nella chiesa per festeggiare, con una solenne celebrazione e un grande banchetto, l’imminente “trasferimento” in cielo, necessario per risparmiare ai devoti la grande tribolazione che attendeva il resto dell’umanità malvagia. Maria stessa nelle sue rivelazioni aveva spiegato il motivo delle sue apparizioni. Esse servivano per vagliare gli uomini e dividere i buoni dai cattivi: il Paradiso per i redenti e la condanna a morte per i malvagi. A Kanungu, la sede del Movimento, chiamata Arca, luogo prescelto da Maria e Gesù, avrebbe accolto gli eletti dando rifugio e salvezza. I demoni, nelle tenebre di fuori, si sarebbero aggirati distruggendo tutti coloro che non si fossero trovati nell’Arca. I fedeli, quindi, avevano l’obbligo di proclamare la fine e invitare alla redenzione tutte le genti, convincendole a radunarsi a Kanungu, più precisamente nell’Arca. Per i redenti sarebbe discesa dal cielo una “nuova terra”, bellissima, ricca di ogni delizia, mentre Satana e i suoi demoni sarebbero stati rinchiusi nell’Inferno per sempre. Sulla terra, “restaurata”, non ci sarebbero state più malattie e morte, non più duro lavoro: ogni desiderio sarebbe stato appagato.

E Dio solo sa quanto sia dura e spesso matrigna la Terra ugandese. Qui, ieri, come oggi ogni alba e ogni tramonto rammentano la precarietà della vita: la miseria, le malattie e un lavoro che non ricompensa del sudore e delle schiene spezzate. In mano solo rudimentali zappe per piegare, alle proprie necessità, una terra troppo bassa e arida, che ripaga con miseri raccolti che non permettono di arrivare a fine anno. Distanze enormi consumate metro per metro a piedi, in bus fatiscenti stipati come animali, o seduti tra le merci trasportate da traballanti camion carichi fino all’impossibile, in strade dove la polvere la fa da padrona e rende bianco anche chi bianco non è. Non è l’acqua a mancare, è la povertà più assoluta che impedisce di incanalare verso i campi assetati il prezioso elemento dai piccoli fiumi che la ospitano tutto l’anno. E come se non bastasse, tanta desolazione messa tutta assieme, malaria, infezioni respiratorie, vermi intestinali e Aids falciano chi, ancora, non se lo sono portato via la siccità e carestia. Una moltitudine di orfani, spesso già sieropositivi, acutizzano un quadro dove la premura non ha modo di esistere, specialmente se si è ammalati.

Nessuna meraviglia, quindi, se gli uomini e le donne di questo luogo cerchino disperatamente una parola, un miracolo capace di accendere una speranza in mezzo al buio della disperazione. E d’altro canto di “miracoli”, da queste parti, ne accadono parecchi. I “capi” parlano quotidianamente con Gesù o la Madonna, con gli angeli, coi santi o con i defunti; hanno visioni e ricevono esclusivi poteri per guarire, esorcizzare o conoscere il futuro. Si fanno promotori di messaggi che, assieme a promesse di pace e di cure miracolose, invitano alla penitenza, qua dove genocidi e Aids sono il castigo divino verso il popolo infedele.

L’inizio

La nostra storia inizia nel secolo scorso, negli ormai lontani anni ’80. Credonia Mwerinde è una delle tante donne che frequentano assiduamente i luoghi delle apparizioni Mariane. Ex prostituta e fattucchiera, almeno così si definisce, racconta di aver avuto la sua prima visione il 10 marzo del 1981, quando Maria e Gesù le chiesero di rinunciare al peccato, di pentirsi e di pregare. Una storia come un’altra. Facilmente archiviabile nella vasta schiera dei visionari che affollano queste zone. Destinata, molto probabilmente, a finire senza gloria e senza infamia, se sulla sua strada non avesse incontrato Joseph Kibwetere. Quasi sessantenne, relativamente benestante, una ventina di acri di terra, circa un centinaio di capi di bestiame e un mulino. Ex uomo politico di qualche importanza locale, adesso, deluso dalla politica, si dedica a tempo pieno alla religione. Interesse che lo porta nei luoghi delle apparizioni. È qui che conosce Credonia. E d’altra parte lei lo stava aspettando. Era stata proprio la Vergine Maria, in visione, a rivelarle che avrebbe incontrato sulla sua via un uomo chiamato Joseph Kibwetere. Un segno divino. Così quella che per Kibwetere sarebbe potuta essere una tranquilla vita da pensionato si trasforma in un “lavoro” a tempo pieno, fatto di visioni e di proseliti. Senza trascurare, naturalmente, la parte economica. È il 1989 quando Credonia e Ursula Komuhangi, altra veggente, si trasferiscono a casa di Joseph Kibwetere, nel distretto di Ntungamo. I tre si chiudono in una stanza a pregare per un’intera settimana. E tra una preghiera e l’altra, Theresa, moglie di Joseph, prepara da mangiare a tutti. Finita la settimana di intensa preghiera, inizia il tempo della predicazione. Il compito affidatogli dal Signore è chiaro: Dio ne ha abbastanza dei peccatori. Egli punirà, perciò, il mondo come già fece con Sodoma e Gomorra. Unica salvezza, tornare in fretta a una scrupolosa osservanza dei Dieci Comandamenti. La casa di Kibwetere, che ogni giorno si affolla di qualche nuovo fedele, diviene il centro operativo della “missione”. Qui i fedeli seguano corsi e seminari. La loro opera di proselitismo è capillare. Di casa in casa. Dove sono ben accolti si stabiliscono, altrimenti procedono oltre. Pochi mesi e sono già cento. Troppi. La soluzione è quella di ospitarli nelle case di altri membri del gruppo. Case che, in seguito, saranno utilizzate come campi-sosta per gli adepti che hanno necessità di spostarsi.

I “Dodici Apostoli”, di cui Kibwetere e Credonia sono i leaders principali, formano la rosa dei capi. Coloro che determinano dottrine e regole. E per dimostrare che i tempi sono cambiati, non solo sulla Terra ma anche in Cielo, gli apostoli questa volta sono, per par condicio, rigorosamente divisi a metà: sei donne e sei uomini. Sì, perché, Gesù a questo giro non sarebbe venuto da solo, ma sarebbe stato accompagnato da sua madre, la Vergine Maria. Opportuna e necessaria, perciò, la presenza delle donne tra i nuovi apostoli.

La svolta

L’arrivo, nel 1990, di Padre Dominic Kataribabo, determina una svolta importante per la sètta. Descritto come un uomo superbo e assetato di potere, è lui il “dotto” del gruppo: laureato in storia, ha conseguito un Master in Studi Religiosi in California. Con lui aderiscono anche altri due sacerdoti cattolici Padre Paul Ikazire e Padre Joseph Kasapurari. Tutti e tre sospesi a divinis. Sono loro che amministrano i sacramenti, svolgono le funzioni liturgiche, insegnano il catechismo. Ma resta Kataribabo il vero mentore della sètta, quello che ottimizza il contenuto delle apparizioni della Vergine Maria, l’autore principale dei testi del gruppo. È lui a mettere le basi di quello che, nel giro di qualche mese, diventerà il Restoration of the Ten Commandments of God (RTCG), o il “Movimento per la Restaurazione dei Dieci Comandamenti di Dio”. Denominazione che intende dare risalto al messaggio centrale del gruppo: i Dieci Comandamenti non sono più rispettati dalla gente, perciò devono essere “restaurati”. In poco tempo il movimento può contare su ben cinquemila devoti , organizzati in sottogruppi in numerosi villaggi ugandesi.

Nel 1993 il gruppo si trasferisce a Kanungu. Qui, abita la famiglia di Credonia, il cui padre, Kashaku, anch’egli veggente, dona dieci acri di terreno al Movimento. D’altra parte era stata proprio la Vergine Maria a scegliere Kanungu come Ishayuriro rya Maria, ovvero “Il luogo della salvezza da parte della Vergine Maria”. Le motivazioni del trasferimento in realtà sono ben altre. A Mbarara, sede del “quartier generale” del Movimento, gli ambienti ecclesiastici stanno reagendo severamente alla perniciosa espansione della sètta, esercitando una forte pressione presso le autorità locali, creando non poche difficoltà di azione. Quindi, meglio cambiare aria e trovare un posto più idoneo. E un agglomerato di case, che richiama alla mente un eremo, situato fuori mano, al riparo da qualsiasi ingerenza estranea e raggiungibile solo grazie a una stradaducola tracciata dagli stessi seguaci, rappresenta indubbiamente un luogo ideale per agire indisturbati. La nuova base operativa di Kanungu, può ospitare ben trecento persone: ci sono residenze riservate ai leaders, alcune abitazioni per “adepti scelti” e per gli ospiti, una chiesa, una scuola, dormitori comuni per bambini e adulti. Intorno campi coltivati, allevamenti di polli e bestiame, un cimitero e un santuario dedicato alla Vergine Maria, in costruzione.

Nel 1997, il RTCG, ottiene il riconoscimento come “Organizzazione Non Governativa”. I responsabili sono: Joseph Kibwetere, Credonia Mwerinde, Dominic Kataribabo e Joseph Kasapurari. Centri per ritiri spirituali e seminari sono aperti in diverse zone del Paese. Sedi, poi, risultate “utili” anche per assassinare e occultare i cosiddetti “traditori”. Nello stesso anno il Movimento ottiene la licenza per una scuola elementare, revocata, l’anno successivo, per violazioni dei regolamenti sanitari, per maltrattamenti degli alunni e insegnamenti contrari alla Costituzione ugandese.

Due anni dopo, nel 1999, le prime defezioni importanti. Gli apostoli da dodici si riducono a otto. Il primo abbandono è di Paul Ikazire, seguito a ruota dagli altri. A reggere il movimento restano: Joseph Kibwetere, “vescovo” e capo dei discepoli; Credonia Mwerinde, leader, di fatto, della sètta; Dominic Kataribabo; Joseph Kasapurari; John Kamagara; Ursula Komuhangi; Angelina Migisha e Scholastica Kamagara. Tutti e otto ricevono rivelazioni sia da Maria che da Gesù. Rivelazioni che vengono rigorosamente trascritte nel “Libro sacro”. Una specie di testo dottrinale, scritto, in realtà, principalmente da Kataribabo, e titolato: A Timely Message from Heaven, the end of the present times (Un Messaggio tempestivo dal Cielo: la fine del tempo presente). Nel testo si eleva l’Uganda a una seconda Israele. Dio stesso l’avrebbe prescelta. È qui che adesso il popolo degli eletti deve assumersi l’onere di convertire le altre nazioni: rifiutare questa “missione” significherebbe ricevere una punizione peggiore di quella riservata alle nazioni del mondo di Satana. Gesù stesso rende noto le terribili punizioni di Dio, per le nazioni ribelli: carestie, pestilenze, guerre. L’ordine della pubblicazione dei messaggi viene direttamente dai “piani alti”, da Maria e da Gesù. La prima edizione del libro è del 1991. Seguono altre edizioni rivedute e “arricchite” da “nuove rivelazioni”.

La vita nella sètta

Un indottrinamento massiccio, totalizzante e totalitario, impone agli adepti una netta separazione dal mondo che è visto come “dimora del maligno”. Rigide norme e metodi criminali scandiscono la vita degli adepti: separazione netta tra uomini e donne, divieto assoluto di rapporti sessuali, anche tra coniugi; obbligo di osservare il più assoluto silenzio. Povertà assoluta. Impegno assoluto. Niente tempo libero. Niente contatti con l’esterno. Niente scambi di parole. Un codice, un linguaggio di segni, rappresenta l’unica reciprocità che gli adepti possono concedersi, bambini compresi. Solo i membri incaricati dell’evangelizzazione sono convenientemente esentati dal divieto del silenzio. Niente medicine. Qualunque sia la malattia è consentito bere solo “acqua santa”. Quella “benedetta” personalmente da Credonia. Una vita fatta di rinuncia e sacrificio, penitenza e mortificazione dove è sconveniente dormire su letti e materassi, indossare scarpe o sandali o possedere qualsiasi cosa. Ogni bene deve essere offerto a favore dell’alto incarico “missionario” stabilito dalla Vergine Maria e da Gesù. Tradotto: ceduto ai leaders. Vestiti e titoli accademici compresi. In cambio, ogni adepto, riceve tuniche lunghe fino alle caviglie. Un’uniforme che con il suo colore definisce lo status sociale di ciascuno all’interno del gruppo: il nero per i novizi; il verde per quelli che osservano particolari insegnamenti; il bianco, colore di purezza assoluta, riservato a coloro che hanno consacrato già la loro vita alla causa e sono pronti a morire nell’Arca. Per le donne vige l’obbligo di coprire la testa con dei veli di colore coordinato all’uniforme. E poi c’è il lavoro, duro e massacrante. Ore e ore piegati nei campi per produrre un cibo che non li sfama. Tutto deve essere venduto: i prodotti dei campi e il bestiame allevato. E poi le preghiere notturne, lunghe, estenuanti, che acutizzano la percezione della debolezza causata da pasti carenti, che lasciano un vuoto profondo e logorante nello stomaco. Così qualcuno comincia a morire. Ma d’altronde non è cosa semplice guadagnarsi il Paradiso. E il Paradiso è bellissimo, parola di Credonia. Lei c’era stata. La Vergine Maria stessa ce l’aveva portata. Lì, a testimonianza di quanto sia difficile meritarlo, Credonia aveva trovato pochissime anime. La Vergine poi l’aveva condotta nel Purgatorio, dove di anime ce n’erano un po’ di più. Restava, però, un luogo non consigliabile. L’Inferno quello sì che era un luogo affollatissimo, pieno zeppo di anime malvagie. Ma l’Inferno era un luogo terribile. Luogo che forse la stava aspettando. Nel frattempo si concede, tutti gli agi che il suo status di leader consente: una casa confortevole, cibo abbondante, niente lavoro e niente divieti. Ma, chiaramente, è stata la Vergine Maria ad esentarla da tutte le proibizioni che gravano sulle spalle degli adepti.

Anche Kibwetere ha le sue consolazioni. E non potrebbe essere diversamente. Dopo essere stato allattato al seno di Maria, essere morto e risuscitato il terzo giorno, adesso, per volere di Dio riveste il ruolo del novello Noè. Ovviamente, per la Vergine Maria lui è come un figlio. Nessuno, quindi, potrà ostacolare la sua missione salvifica sulla terra, così come nessuno riuscì a fermare Noè ai tempi del diluvio: uomo semplice come lui, con una missione tanto importante quanto difficilissima. Adesso, come allora, la salvezza passa dalla distruzione dei malvagi. Niente di nuovo, perciò, nei messaggi di Gesù e della Vergine, ma solo la restaurazione della legge di Dio, attraverso l’ubbidienza ai Dieci Comandamenti. Un ritorno alle origini per affrancarsi dalla corruzione e dal flagello dell’Aids, segno premonitore che la fine del mondo è vicina. Loro, gli eletti, destinati alla salvezza attraverso una nuova Arca, avrebbero costituito l’inizio della “Nuova Generazione”:“Tutti voi che vivete sul Pianeta, ascoltate quello che vi dico: alla fine dell’anno 2000 non ci sarà un anno 2001. L’anno che segue sarà chiamato Anno Uno in una generazione diversa dalla presente: una generazione che avrà molti o pochi membri a seconda di quanti si pentiranno (…) Il Signore mi ha detto che uragani di fuoco scenderanno dal cielo e consumeranno tutti coloro che non si saranno pentiti[2]. La Vergine Maria, però, avverte che la fine del mondo è anticipata e avverrà prima che arrivi l’anno 2000.

La rivolta

Il 31 dicembre 1999 passa e nulla accade. Il fallimento della profezia vede dissolversi anche le attese di un mondo migliore, di una vita migliore. La speranza lascia il posto alla ribellione e alle rivendicazioni. Molti iniziano a reclamare i beni donati o meglio, estorti con l’inganno. Vogliono lasciare il Movimento e tornare alle loro case. Il silenzio è terminato e con esso la sottomissione servile: il caos si impadronisce di cose e persone. Urge una nuova rivelazione. La Vergine puntualmente appare e, assumendosi tutte le responsabilità del caso, come del resto ci si aspetterebbe da ogni madre, afferma di essere stata lei a ritardare la fine del mondo. Le motivazioni sono, chiaramente, più che nobili: salvare più persone possibile, lasciando loro un po’ più di tempo per pentirsi. Questa volta, però, non tutti sono così disposti a crederci ciecamente. Disinganno e risentimento non si possono placare con generiche rivelazioni. Sono finiti i tempi della fiducia a buon mercato. Perciò, adesso, la Vergine, per recuperare la sua attendibilità, deve fare di meglio. Deve dire con esattezza quando verrà per portarli in Paradiso. Quando quella vita fatta di stenti riscuoterà la giusta ricompensa. I leaders capiscono che le cose si mettono male e la Vergine fissa la data: il 17 Marzo 2000 sarà il giorno della sua venuta, il giorno in cui si spalancheranno le porte del Paradiso. E per rendere più credibile la promessa o, per i maliziosi, agevolarsi la fuga, i leaders, iniziano a vendere tutti i beni del Movimento.

L’epilogo

Quella mattina, come tute le mattine, i fedeli entrano in chiesa. Ma quel giorno non è un giorno qualunque, è un giorno diverso, speciale. È il giorno della promessa. Il giorno della Vergine Maria. Ella sarebbe venuta nelle fiamme di fuoco e li avrebbe “rapiti” e condotti con sé in Paradiso. Chiunque non si fosse trovato all’interno della chiesa sarebbe stato annientato, spedito direttamente all’Inferno. La chiesa, perciò, deve essere chiusa, sigillata per impedire ai non meritevoli di entrare all’ultimo minuto, nella speranza di salvarsi in extremis. I leaders, su questo, sono stati chiari.

Sono circa le 10.30, quando, giù, nel paese, si sente una tremenda esplosione seguita da lingue di fuoco che si alzano su verso il cielo. Poi, urla strazianti. Uomini, donne e bambini, imprigionati, come topi in gabbia, senza via di scampo, condannati a una delle peggiori morti: bruciati vivi. I leaders no. Loro non risultano tra i poveri resti carbonizzati. E come spesso accade in crimini di questa natura, il raccapriccio lascia posto ad un altro orrore. Altri seguaci avevano già raggiunto il “Paradiso” e non di loro spontanea volontà. Le autorità locali, nei giorni successivi, hanno scoperto, disseminati qua e là per la regione, centinaia di cadaveri. Ammazzati a colpi di machete o strangolati, occultati in pozzi, sotterrati in fosse comuni, sepolti nelle case dei leaders o in quelle utilizzate come centri di passaggio dai membri del Movimento. Oltre mille il totale delle vittime recuperate. Ma c’è la convinzione che molto ancora resti da scoprire. Esiste la certezza che non tutti i morti di questa spaventosa vicenda criminale siano emersi dal buio di una fossa e iscritti nella Storia. E mai lo saranno.


 

[1]Corriere della Sera, 3 aprile 2000, di Vaccari Lanfranco.

[2]www.dimarzio.it

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