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L’incendiario e il piromane

 In Psico&Patologie, N. 2 – giugno 2016, Anno 7

“Il fuoco attira l’uomo che vi si identifica” (Elias Canetti)

Dall’alto della Torre di Mecenate, con indosso il suo abito di scena, contemplando la bellezza delle fiamme che avvolgono la Città, canta la distruzione di Troia. Così la leggenda descrive l’Imperatore passato alla storia come l’incendiario di Roma. Incendio che flagellò la città per giorni e incenerì interi quartieri. Anche se, molto probabilmente, l’Imperatore, in quel periodo, era in villeggiatura ad Anzio e quindi non poteva aver compiuto il gesto scellerato. Ma per il popolo, che sempre cerca un colpevole per le sue disgrazie, il nome di Nerone si offriva spontaneo[1].

L’incendio raramente è un fatto naturale, nasce pertanto dalla volontà o dalla negligenza dell’uomo: opera di mani quasi sempre sconosciute, per cui le comunicazioni di reato restano spesso correlate contro ignoti. Questo fa si che la diagnosi sulle cause, dolose e colpose, relative al singolo evento fornisca indicazioni utili sull’origine dell’incendio, tuttavia questo non incide sui comportamenti futuri, se non in termini di repressione e dissuasione, e soprattutto non mette a ‘fuoco’ le cause sociali interne ai sistemi locali e di contesto (Leone V., Lovreglio R. 2003).

Chiunque appicchi un fuoco può essere definibile come incendiario. I maggiori studi, nonché i più completi, nel campo del crimine collegato al fuoco sono stati svolti negli Stati Uniti, da unità speciali dell’FBI appositamente predisposte. Le osservazioni effettuate sulle attività criminali degli incendiari hanno evidenziato che quanto più è organizzata la scena dell’incendio e studiata la tecnica dell’innesco del fuoco, tanto più l’autore è razionale e finalizzato da propri interessi materiali.

Cinque, secondo l’FBI, i possibili profili psicologici/comportamentali degli incendiari. Questi si delineato secondo il movente prevalente[2]:

  • L’incendiario per vandalismo. In questo caso, probabilmente, si ha a che fare con un gruppo, da soli difficilmente appiccherebbero il fuoco; all’interno del gruppo si riscontrano soggetti molto giovani, che hanno di solito un’età media di circa 16 anni. I bersagli preferenziali sono: scuole, parchi e le aree verdi adibite a gioco. In genere vivono con i genitori vicino ai luoghi che incendiano e appartengono ad una classe sociale bassa. Agiscono abitualmente di sera o nel fine settimana, per noia o per divertimento; abbandonano la scena del fuoco e non vi ritornano. 

  • L’incendiario per profitto. Agisce cercando un guadagno personale, per riscuotere assicurazioni o dietro un compenso di un mandante. Di solito ha molti precedenti penali. Studia con cura il modus operandi, opera a tarda sera o di primo mattino ed abbandona il prima possibile la scena del reato. Abitualmente usa come innesco gli esplosivi, ma conosce bene anche gli inneschi a tempo.
  • L’incendiario per altro crimine. Questo tipo di incendiario è finalizzato alla distruzione e/o alterazione delle prove attraverso il fuoco, per sviare le indagini. Usa liquido infiammabile in abbondanza; vive lontano dalla scena del fuoco e spesso agisce in compagnia, la sera tardi o di primo mattino. Fa uso di alcool o droghe e ha molti precedenti penali. Abbandona la scena del reato.
  • L’incendiario per vendetta. Mira alla distruzione di beni o attività altrui come risarcimento personale. Questo tipo di incendiario “vanta” un elevata componete femminile: il 15% circa di tutti gli incendi riconosce la mano di una donna. Di classe sociale bassa, ma con una buona istruzione, non ha precedenti penali. Agisce a notte fonda o di primo mattino, dopo forti dosi di alcool; usa inneschi ad azione lenta; abbandona la scena e cerca un alibi.
  • L’incendiario per terrorismo politico.
 La finalità è quella di esercitare, in esecuzione di un disegno unitario, una pressione sull’autorità pubblica. La volontà dell’azione violenta, perciò, è quella di realizzare un grave danno per lo Stato nel tentativo di condizionarne le decisioni: mettere in atto significative ed allarmanti azioni, affinché l’interesse politico-istituzionale risulti concretamente minacciato, realizzando di fatto una “costrizione”.
  • L’incendiario per delirio ed allucinazioni. In questo caso l’incendiario agisce sotto spinte di delirio, basate sull’elaborazione di un sistema di credenze errate, sintomo di una patologia psichica. Questa sindrome clinica (acuta o cronica) è caratterizzata da transitoria ed in genere reversibile confusione mentale che si associa ad un importante disorientamento spaziale e temporale, connotato da pensiero disorganizzato e uno stato confusionale acuto. Il soggetto ha significativamente compromesse attenzione, percezione e cognizione. Situazione psichica che lo induce ad convincimenti errati incorreggibili, sotto i quali mette in atto i suoi comportamenti criminosi.
  • L’incendiario per eccitazione. È un soggetto che cerca il brivido, oppure l’attenzione o il riconoscimento sociale: dopo aver appiccato il fuoco, si mescola con i soccorritori e partecipa allo spegnimento. D’estate cerca la vegetazione secca, ma anche i cassonetti dei rifiuti o i cantieri in costruzione. Usa fiammiferi o sigarette e solo con il tempo scopre gli inneschi a tempo. Agisce da solo. Di classe sociale bassa, con scarsi od assenti precedenti penali. 
Questo tipo di incendiario rientra nel quadro caratteristico del piromane.

Determinante, al fine delle indagini, la possibilità di stilare, sulle risultanze della scena del fuoco e del modus operandi, un possibile profilo dell’incendiario. Profilo che, pur non conducendo direttamente all’individuazione del colpevole, restringe il campo delle indagini ad un minor numero di sospettati, sui quali poi si proseguirà secondo le normali e consuete classiche tecniche investigative.

Il profilo psicologico, inoltre, è anche un utile ausilio per condurre l’interrogatorio sui sospetti. Permette di evidenziare i punti di forza e di vulnerabilità del carattere dell’indagato. Per esempio chi non ha precedenti penali è più sensibile ad una collaborazione che minimizzi gli effetti penali dell’atto. Chi, invece, ha precedenti penali richiede prove inoppugnabili ed è sensibile solo ad una collaborazione in cambio di vantaggi detentivi.

Infine saper discernere, attraverso i profili, gli incendiari dai piromani rende possibile una più facile identificazione di quest’ultimi sul territorio. Conoscere i loro stimoli, le loro ricorrenze, le loro aree di azione, il loro modus operandi rende possibile un’anticipazione delle loro azioni. Per esempio, è documentato che oltre il 40% degli arresti per incendio doloso, negli Stati Uniti, riguarda ragazzi al di sotto dei 18 anni[3].

La Piromania

Piro-mania, viene dal greco πῦρ (pyr, fuoco) e μανία (mania), ovvero intensa ossessione verso il fuoco e le fiamme e i loro effetti, ma anche per tutto quello che gli è connesso: strumenti per accenderlo, per governarlo o spegnerlo. Si attua con l’accensione intenzionale di incendi. Un piromane in senso clinico non ha generalmente altri sintomi esclusa la fissazione per il fuoco che è la causa del suo comportamento: il fuoco viene utilizzato solo per indurre euforia, e coloro che sono affetti da questa sindrome hanno sovente dei legami con istituzioni che controllano il fuoco stesso.

In altre parole, la piromania, si basa esclusivamente sul ricorrente bisogno di appiccare un incendio per il piacere ed il sollievo che dall’atto stesso derivano. Tutti gli altri comportamenti che si sostanziano nel causare un incendio, ma che non possano ricondursi a questo aspetto “edonistico”, costituiranno semplicemente il passaggio all’atto di un incendiario. “Il piromane è un incendiario ma non è sempre vero il contrario.
 Possiamo quindi considerare il piromane come la forma più pura d’incendiario, colui che agisce in preda all’amore per il fuoco, al desiderio delle fiamme, al fascino del fuoco; colui che è “posseduto” dal “cruccio estetico” dell’incendio, colui che cerca di ricreare attraverso le fiamme quella bellezza selvaggia ricercata da ogni piromane. Il fascino per le fiamme è una costante della personalità dei piromani e costituisce spesso la motivazione, più o meno cosciente, dei loro atti criminali[4]”.

Alcuni denunciano incendi fasulli o si appostano per osservare incendi naturali fino al loro spegnimento. Condotta, che a volte, può esporre al rischio della vita. Il disturbo può comparire nella fanciullezza e nell’adolescenza e, anche se raro, in uomini adulti che hanno difficoltà sociali.

Anche se la prevalenza della piromania nella popolazione non è nota, la diagnosi primaria di piromania sembra essere moto rara. L’appiccare un incendio, che è solo una componente della piromania, non è sufficiente per porre una diagnosi. Inoltre non ci sono dati sufficienti per stabilire l’età tipica d’esordio della piromania. La relazione tra l’appiccamento del fuoco nell’infanzia e la piromania nell’età adulta non è stata ancora ben documentata [5], anche se diverse teorie sono state avanzate nel corso della storia.

Piromania: gli studi

A partire dal 1800, si sono fatte svariate supposizioni sulle cause della piromania: se la condizione di piromane nascesse da una malattia mentale o da una scarsa moralità/devianza. Diverse le ipotesi, modificate nel tempo, a seconda degli sviluppi della psichiatria e della cura delle malattie mentali in genere; pochi in realtà gli studi scientifici.

L’inizio del concetto di piromane è legano alla teorizzazione di Pinel[6] sulla “mania parziale” o “mania senza delirio”. Ovvero quando, senza aberrazioni della facoltà intellettiva, i ‘malati’ commettono atti interpretabili dal profano come frutto di profonda perversione. Dottrina ripresa e sviluppata da Esquirol con la categoria della “monomania”, dove pur restando integre tutte le altre funzioni psichiche, si manifesterebbero idee fisse, dominanti ed esclusive, nelle quali si svilupperebbe il delirio.


Ma è con Marc, allievo di Esquirol, che nella metà del 1800 si configurò l’ipotesi di “monomania incendiaria”, come un’entità specifica, definendo “piromania”, la propensione a bruciare, insorgente in un soggetto la cui coscienza ed il cui senso morale sono intatti. Due, per Marc, le categorie piromani: quella ragionata e quella istintiva.
 Inoltre egli, come altri autori, ne individuò le possibili cause nell’esistenza di problematiche sessuali e con un’evoluzione organica irregolare. Introducendo per la prima volta una lettura “sessuale” della condotta incendiaria: elemento, quello sessuale, ancora impiegato, da diversi autori, come spiegazione dottrinale della piromania.

Anche per Morandon de Montyel, la piromania è da considerarsi una categoria nosografica autonoma, indipendente da disturbi psichiatrici o da una motivazione utilitaristica del soggetto, ma l’agito deve necessariamente rispondere ad un impulso irresistibile, fuori di ogni costrizione materiale o affettiva, ed intermittente: principio irrinunciabile affinché possa parlarsi di piromania. Tale bisogno di appiccare e vedere il fuoco costituirebbe, da solo, la manifestazione essenziale caratteristica della malattia.


Altri autori[7] invece criticano l’autonomia della piromania e la conseguente assenza di movente. 
Per questi, le deviazioni nel campo degli impulsi indicherebbero una predisposizione patologica: l’atto incendiario soddisferebbe un istinto “patologicamente naturale”, comparabile allo stesso sentimento di piacere di appagamento di istinti “normali”. Tra questi autori, troviamo Lagrande de Salle e Lazzaretti. I quali sostengono che la piromania, intesa come tendenza ad appiccare incendi sarebbe solo un sintomo di una malattia mentale. I considerati atti incendiari senza movente, in realtà sarebbero spesso atti basati non tanto su di un impulso a bruciare, quanto su vendetta e gelosia oppure provocati da epilessia, delirio o allucinazione, per cui l’atto impulsivo non può trovarsi isolato, ma è risultato di un processo patologico complesso. Gimbal distingue gli incendiari sani di mente, che compirebbero gli atti per determinati motivi personali, e gli quegli alienati che non costituirebbero “entità specifica”, ma rintracciabili in ogni forma di alienazione mentale.

Il secolo che è appena trascorso, il 1900, non vede discostarsi di molto il dibattito dottrinale in tema di piromania, del secolo che lo ha preceduto: immobilismo facilitato dal fatto che per parecchi anni l’interesse sulla piromania è venuto meno.


Una ripresa d’interesse se ha con il lavoro di Yarnell e Lewis[8], nel 1951. Studio che attribuisce, pur nella loro eterogeneità, ai piromani una caratteristica comune, ovvero un impulso irresistibile le cui origini risiederebbero nel rapporto tra fuoco e sessualità: i soggetti esaminati mostrano eccitazione davanti agli incendi tanto da avere un orgasmo alla vista del fuoco. Dello stesso avviso Ey, che include la piromania tra le perversioni sessuali, classificandola “lotta contro l’accettazione della castrazione, cioè ancora la limitazione della propria potenza [9]”.

Diverse, quindi, le principali linee di pensiero che si strutturano, pur nella diversità di indicazioni: una che vuole la piromania insorgente in soggetti portatori di fragilità sessuale o intellettiva e, l’altra, che vedendola come una propensione vicina all’istinto animale, sostiene la piromania come entità specifica. Altri ancora ritengono impossibile ricondurre gli stati psicopatologici degli incendiari ad una sola categoria clinica ed il termine “piromane” indicherebbe solo il sintomo di altre patologie in atto nell’individuo.

Concludendo questa breve disamina storica possiamo dire che il ventesimo secolo ha proposto una visione della piromania quale atto al crocevia tra impulsività, piacere sessuale perverso e fascinazione; di certo, ancora una volta, s’impone un dato sopra tutti, la violenta attrazione del piromane per il fuoco.

Piromania: i sintomi

Nonostante la marginalità degli studi sia in campo psicopatologico che criminologico e/o in qualunque categoria si sia cercato di inserire la piromania, essa ci riporta senza troppo sforzo alla sua indistruttibile spina dorsale: l’attrazione per il fuoco. Elemento vitale con cui il piromane entra in “relazione fusionale[10]”. Rapporto intrinseco che porterebbe la piromania fuori dalla categoria degli atti compiuti senza motivo, ma al contrario questi rientrerebbero in comportamenti motivati dall’attrazione e il piacere che il fuoco provoca in questi soggetti. 


L’eccessiva e manifestata attrazione per il fuoco e con tutto quanto ad esso collegato non si esprime solo nell’accendere il fuoco, ma è seguita dall’appagamento, se non anche compiacimento, nell’assistere e/o partecipare a tutte le fasi successive dello spegnimento; compreso l’ascoltare la cronaca dell’incendio attraverso i media: i sui effetti, le sue ripercussioni.

Quello che fa dell’incendiario di tipo piromane una categoria psichiatrica, dal punto di vista clinico, si esprime mettendo in atto un comportamento ricorrente in cui si appiccano intenzionalmente e ripetutamente degli incendi. I soggetti con questo disturbo provano tensione o eccitazione emotiva prima dell’atto e fanno notevoli preparativi per appiccare un fuoco. Sono indifferenti delle conseguenze, potenzialmente letali, per cose o persone, tanto è intensa la gratificazione e la soddisfazione dalla distruzione che il fuoco porta con se.

Ricerche mediche[11] hanno evidenziato come ci possa essere un collegamento con l’ipoglicemia o una diminuita concentrazione di 3-metossido-4-idrossofenilglicolico e di acido 5-idrossoindoleacetico nel fluido spinale. Inoltre, sono stati rilevati ridotti livelli di zuccheri nel sangue e anormalità nei livelli dei neurotrasmettitori, come la norepinefrina e la serotonina, che porterebbero proprio a collegare la piromania a problemi del controllo degli impulsi.

Altre ricerche[12] suggeriscono fattori ambientali e sociali, oltre a cause psicologiche. Per cui si fa necessario indagare soprattutto nei vissuti emotivi e nella storia infantile del piromane. Infatti, ci sarebbe un nesso tra disturbi dell’attenzione, dell’apprendimento, abuso infantile e disordini comportamentali nell’infanzia, in specifico episodi di crudeltà verso gli animali e piromania. Si parla anche di piromania e disturbi correlati all’uso di alcol; piromania come forma di comunicazione per individui con scarse abilità sociali o con una sessualità poco gratificante, per i quali accendere il fuoco acquista il ruolo di soluzione simbolica.

È proprio questa filiera di sensazioni “positive” che inocula nel piromane gli atti ripetuti e ricorrenti che con la loro serialità determinano il conseguente integrarsi e rafforzarsi del “Disturbo del comportamento” con il suo conseguente “dis-controllo degli impulsi”. Avendo, quindi, una base esclusivamente psicologica, la piromania 
non comprende l’appiccare il fuoco per motivi razionali e materiali.

Il profilo dell’FBI del piromane

Comunemente si pensa che sia il piromane a far nascere l’incendio: la realtà dei fatti dimostra invece che è l’incendio che crea l’incendiario piromane. È la vista del fuoco che arde e brucia ha suscitare in lui emozioni intense, eccitanti e irrefrenabili allo stesso tempo. Sensazioni mai provate prima. E non realizzabili in altro modo. È il desiderio di riviverle ancora e ancora che spingono a ricreare, volontariamente, il fuoco e con esso il piacere voluto. Si stabilisce così una dipendenza, un circolo vizioso, tra il fuoco e l’individuo: più il soggetto contempla il fuoco e i suoi effetti, più desidera appiccarlo. Il comportamento del piromane diviene ripetitivo, obbligato, ritualistico fino all’ossessione. È proprio questo impulso “necessario”, maniacale, non rinunciabile che definisce il movente psicopatologico e delinea il profilo di incendiario di tipo piromane.

Questa tipologia di incendiario non rientra solo, potenzialmente, in una categoria psichiatrica, ma anche in una tipologia criminale. Tipologia tracciata da agenti della sezione speciale BSU, dell’FBI[13], che si occupa di incendi, secondo un preciso profilo psicologico, comportamentale-criminologico e sociale:

  • in genere è un maschio single, tra i 30 e i 40 anni;
  • vive preferibilmente in campagna;
  • ha un basso livello intellettivo;
  • ha una bassa scolarità;
  • spesso abusa di alcolici;
  • ha tratti antisociali (non prova rimorso);
  • ha manifestato fin dalla pubertà, un interesse patologico per il fuoco, incendiando, di nascosto, carta o piccoli oggetti, manifestando nel contempo ribellione adolescenziale;
  • ha sempre desiderato “guardare” il fuoco e, all’occorrenza, partecipato al suo spegnimento;
  • è mosso da uno stato di forte tensione emotiva che lo porta ad agire inizialmente vicino casa, in luoghi conosciuti, familiari. In seguito allarga il raggio d’azione, ma sempre in zone conosciute: di solito entro le 2 miglia dal proprio domicilio o dal luogo di lavoro;
  • agisce prevalentemente d’estate: il clima secco agevola sia l’innesco che la diffusione del fuoco;
  • è estremamente sensibile all’effetto che le sue azioni hanno sui media.

Gli esperti dell’FBI, inoltre, evidenziano, in questi casi, scene del fuoco poco organizzate o tecniche di accensione molto semplici. Modus operandi in linea con autori mossi da spinte emotive e impulsive, non razionali, quindi di tipo psicopatologico. Emotività e impulsività che si evince anche dalle numerose “prove” lasciate sulla scena del crimine: impronte di scarpe, strumenti utilizzati per appiccare il fuoco, testimoni. Tracce, anzi indizi che depongono per un atto “maldestro” commesso sotto la spinta di una forte tensione psicologica. Anche l’uso di materiali per accendere il fuoco “parlano” del loro detentore. Il piromane di solito adopera strumenti comuni: un banale accendino o il mozzicone di sigaretta.

Possiamo, in breve, così riassumere il profilo dell’incendiario di tipo piromane: solitario; incapace di relazioni sociali; ha rivalse di potere; abusa spesso di alcolici e di psicofarmaci; agisce in modo seriale, ossessivo e con ritualità.

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