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Messa alla prova del minore: verso una nuova concezione del crimine e del suo autore

 In Sul Filo del Diritto, Anno 3, N. 4 - dicembre 2012

Ispirato al principio della minima offensività, l’istituto della messa alla prova rientra nell’alveo di quegli strumenti, pensati e introdotti dal legislatore unicamente nell’ambito della giustizia penale minorile, che consentono una definizione anticipata del processo penale a carico di un minore senza che venga emessa, nei suoi confronti, alcuna sentenza di condanna.

Il principio di minima offensività, che ha informato l’intera disciplina del processo minorile introdotta con il D.P.R. n. 448 del 1988, impone, infatti, che l’attività processuale a carico del minore venga iniziata o proseguita unicamente ove la stessa risulti oggettivamente necessaria ed altrimenti non evitabile.

Con l’emanazione del D.P.R. n. 444/88, il sistema processuale penale minorile è stato dotato di nuovi strumenti volti alla de-stigmatizzazione della condotta del minore autore di reato, con conseguente efficacia deflattiva delle sentenze di condanna. Tra detti strumenti, accanto all’istituto della messa alla prova, con l’introduzione del quale il legislatore sembra aver maggiormente aderito alle istanze internazionali volte all’attuazione del principio di minima offensività nel processo minorile, vi sono il perdono giudiziale, peraltro già introdotto con il codice penale Rocco del 1930, e la sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza del fatto.

I tre istituti appena menzionati, la cui applicazione è esclusivamente riservata al processo penale minorile, pur essendo improntati alla stessa finalità, si differenziano sia per la natura giuridica che per le implicazioni che producono nella vita del minore.

Occorre precisare, peraltro, che nell’ambito del processo minorile, con la parola “minore” non si fa indistintamente riferimento a tutti coloro che vengono comunemente definiti come “minorenni”, atteso che tra questi ultimi non tutti possono essere sottoposti ad un processo. Per minori, infatti, devono intendersi, in questa sede, coloro che hanno compiuto i quattordici anni, e sono pertanto considerati dalla legge imputabili, ma non hanno ancora compiuto i diciotto anni di età.

 

Il perdono giudiziale e la sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza del fatto

Il perdono giudiziale, disciplinato dall’art. 169 del codice penale, configura una causa estintiva del reato, concretizzandosi nella rinuncia da parte dello Stato ad irrogare la condanna che al minore sarebbe stata inflitta per aver commesso un determinato reato.

La concessione del perdono giudiziale, che può avvenire nel corso dell’udienza preliminare, ove il giudice si astenga dal disporre il rinvio a giudizio, ovvero all’esito del giudizio, ed in tal caso il giudice si asterrà dal pronunciare la condanna, è subordinata ad una serie di condizioni.

Oltre alla minore età ed alla necessaria imputabilità dell’autore del reato, infatti, l’applicazione di detta causa estintiva è limitata a coloro che abbiano commesso reati che importano una pena restrittiva della libertà personale non superiore nel massimo a due anni o una pena pecuniaria non superiore ad € 1.549, anche se congiunta a detta pena.

Conseguentemente, la concessione del perdono giudiziale presuppone una cognizione piena del merito dell’accusa ed un effettivo accertamento della colpevolezza dell’imputato e della possibilità di applicare una pena contenuta entro detti limiti.

Ai sensi dell’art. 169 c.p., inoltre, il giudice, al fine di concedere il perdono giudiziale, deve presumere che il minore si asterrà dal commettere ulteriori reati. A tale presunzione l’organo giudicante deve pervenire sulla base di quelli che sono i criteri enunciati dall’art. 133 del codice penale, il quale indica una serie di circostanze che sono dirette a stabilire, per un verso, la gravità del reato e, per altro verso, la capacità a delinquere del reo. Il giudice deve, dunque, compiere un giudizio prognostico, ed ampiamente discrezionale, sul futuro del minore e sulla possibilità che la mancata irrogazione della pena contribuisca al recupero dello stesso in termini di ragionevole prevedibilità. “Tale apprezzamento”, come sancito dalla Corte di Cassazione, «implica necessariamente l’esame oltre che della gravità del fatto e della modalità esecutiva di esso, della personalità del soggetto e del suo comportamento contemporaneo e susseguente al reato, di guisa che […] condizione essenziale per l’applicazione del perdono stesso è la ragionevole presunzione della futura buona condotta».

Benché l’ultimo comma della disposizione in esame sancisca che il perdono giudiziale non può essere concesso più di una volta, la Corte Costituzionale, intervenuta più volte sul tema, con la sentenza n. 154 del 1976 ha esteso la possibilità di concedere il beneficio ai reati commessi anteriormente alla prima sentenza di perdono, quando la pena cumulata con la precedente non superi i limiti di applicabilità del beneficio.

A conferma del carattere de-stigmatizzante dell’istituto in questione, occorre infine rilevare che le iscrizioni nel casellario giudiziale relative alla concessione del perdono, vengono conservate, prima di essere definitivamente cancellate, sino al compimento del ventunesimo anno di età.

Introdotto con il D.P.R. n. 448 del 1988, l’istituto che prevede la possibilità di emettere nei confronti del minore una sentenza di proscioglimento per irrilevanza del fatto è espressione, anch’esso, della tendenza, ormai consolidatasi in ambito di giustizia minorile, a garantire il c.d. minimo intervento penale.

L’art. 27 del D.P.R. n. 448/1988, infatti, prevede che nel corso delle indagini preliminari il pubblico ministero possa richiedere al giudice l’emissione di una sentenza di non luogo a procedere ove risulti la tenuità del fatto e l’occasionalità del comportamento del minore, quando l’ulteriore corso del procedimento pregiudichi le esigenze educative del minore.

Tanto la dottrina maggioritaria, quanto la giurisprudenza della Corte Costituzionale, individuano in questo istituto una causa di non punibilità, in quanto, pur venendo meno la pretesa punitiva dello Stato, il fatto reato continua ontologicamente ad esistere. A differenza del perdono giudiziale e della messa alla prova, pertanto, l’irrilevanza del fatto non esprime una valenza depenalizzante, intervenendo unicamente sulla reazione sanzionatoria ed impedendo la punibilità del reo. Cionondimeno, lo scopo di questo istituto, al pari degli altri due, è quello di sottrarre il più celermente possibile il minore autore di reato dal circuito penale.

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