Messa alla prova del minore: verso una nuova concezione del crimine e del suo autore

 In Sul Filo del Diritto, Anno 3, N. 4 - dicembre 2012

La norma non pone dei limiti di pena per l’applicabilità dell’istituto, limitandosi ad invocare la tenuità del fatto. Il giudizio di tenuità, pertanto, deve essere ricondotto a comportamenti di scarsa gravità, tenuto conto del fatto reato complessivamente considerato e della reazione sociale che lo stesso può provocare. La pena edittale, conseguentemente, costituisce solo uno dei parametri cui il giudice si deve riferire per valutare la tenuità del fatto, dovendosi ad essa aggiungerne altri quali la natura, le modalità e la finalità del fatto, i suoi effetti, nonché la capacità a delinquere del minore. Ne consegue che, sulla base di tali parametri, la tenuità del fatto potrà essere ravvisata anche in relazione a reati per i quali è prevista una grave pena edittale.

La seconda condizione prevista dall’art. 27 è data dall’occasionalità del comportamento. In proposito, occorre rilevare che tale condizione non deve essere valutata sulla base di un criterio cronologico e, dunque, tenendo conto della ripetizione abituale di una determinata condotta, quanto piuttosto rapportando l’occasionalità ad un criterio psicologico. Potrà, pertanto, essere valutata quale occasionale la condotta del minore che ha già commesso altri illeciti penali ove la stessa non risulti il frutto di una volontaria e consapevole scelta deviante, mentre non verrà considerato necessariamente occasionale il primo reato commesso dal minore laddove lo stesso riveli, tuttavia, una esplicita volontà di delinquere e una manifesta tendenza deviante. La pronuncia della sentenza di non luogo a procedere è stata, infine, subordinata dal legislatore alla circostanza che l’ulteriore corso del procedimento non pregiudichi le esigenze educative del minore.

Ancora una volta, pertanto, in ossequio al principio della minima offensività, viene rimarcata la finalità dell’istituto quale strumento diretto a non ledere, se non nella misura strettamente necessaria, il percorso di crescita e le esigenze educative del minore.

Questo istituto, così come si legge nella relazione al testo definitivo del D.P.R. n. 448/1988, costituisce una chiara applicazione del criterio di adeguamento del processo alle esigenze educative del minore. Tale criterio, strettamente connesso al principio di minima offensività, impone che il processo penale minorile sia adeguato alle esigenze di una personalità in piena crescita e tale da non interferire negativamente con il suo armonico sviluppo.

Alla luce di tale principio appare evidente come, davanti a fatti di lieve rilevanza e di scarso allarme sociale, la pretesa punitiva dello Stato debba arretrare a fronte del rischio che il processo si trasformi in un evento eccessivamente responsabilizzante e inutilmente demoralizzante per il minore, provocando un trauma nella formazione della sua personalità.

Per altro verso, l’istituto de quo, consentendo una rapida definizione del procedimento, fa proprie le esigenze di economia processuale e permette una riduzione del numero dei processi, consentendo alla giustizia minorile di incentrare sforzi ed attenzione su situazioni maggiormente critiche e bisognose di cura.

 

La sospensione del processo e la messa alla prova

Grande espressione di civiltà giuridica, l’istituto della messa alla prova ha segnato, con il suo ingresso nell’ordinamento processuale minorile, un’innovazione nel concetto stesso di pena. Abbandonata ormai la concezione retributiva della pena, la ratio di questo istituto prende le distanze anche dalla funzione rieducativa sancita dall’art. 27 della Costituzione, riconoscendone, in qualche modo, il superamento.

Sottesa a questo istituto, vi è infatti la presa di coscienza che la pena detentiva, di per sé, non garantisce affatto la risocializzazione ed il recupero dell’autore del reato, risultando, pertanto, socialmente ed economicamente inutile, se non addirittura dannosa per le conseguenze stigmatizzanti che inevitabilmente produce nella vita del reo.

L’ingresso della messa alla prova nel nostro ordinamento avviene con un notevole ritardo rispetto agli ordinamenti di numerosi altri paesi e riguarda, ad oggi, esclusivamente il processo minorile. Cionondimeno, questo istituto, che trae le sue origini dal modello anglosassone, ha rappresentato una vera e propria innovazione.

Il modello originario della messa alla prova, nato nel diritto e nell’esperienza applicativa anglosassone con la denominazione di probation, viene tradizionalmente fatto risalire al 1841, allorquando, nel corso di un processo che si celebrava davanti alla Corte di Boston negli Stati Uniti a carico di un mendicante, un facoltoso calzolaio dichiarò al giudice la propria personale disponibilità ad offrire al povero imputato un aiuto ed un lavoro, purché venisse sospesa la condanna. La Corte accolse con benevolenza la proposta del ricco calzolaio e volle subordinare la sospensione del processo ad una condizione: l’imputato avrebbe dovuto dimostrare di ottemperare con impegno ai suoi nuovi doveri. Il periodo di prova si concluse con successo e ciò determinò la Corte ad irrogare unicamente una multa simbolica, evitando, ed è questo l’aspetto maggiormente innovativo e rilevante dell’istituto che nacque da questa vicenda, che il mendicante finisse in prigione.

Questa esperienza fu da modello per una serie di successive vicende analoghe, tutte caratterizzate dalla volontarietà e dalla informalità, sino a quando, nel 1878, venne emanata nello stato del Massachusetts la prima legge sulla probation, il “Massachusetts Probation Act”. In seguito all’istituzione dei Tribunali per i Minorenni, il primo dei quali fu quello di Chicago nel 1899, tutti gli Stati introdussero istituti analoghi nel processo minorile.

In Europa il nuovo istituto venne recepito quasi immediatamente. In Inghilterra nel 1847 venne approvato il “Juvenile Offenders Act” che prevedeva che i giudice potesse limitarsi a rimproverare il minore riconosciuto colpevole senza, tuttavia, emettere una sentenza di condanna nei suoi confronti. Solo sessanta anni dopo, nel 1907, venne promulgata la prima legge europea specificamente dedicata al nuovo istituto, il “Probation of Offenders Act”.

Nel resto di Europa l’istituto si diffuse in particolar modo nel decennio tra il 1950 e il 1960, anche in accoglimento di istanze di livello internazionale.

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