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Profiling: profilo criminale e profilo psicologico

 In Sul Filo del Diritto, Anno 1, N. 3 - settembre 2010

Il termine profiling (profilo) è definito nel Webster’s Dictionary of the American Language del 1978 come una breve ma chiara biografia descrivente le caratteristiche più salienti del soggetto. Esistono parecchi vocaboli usati da diversi autori che definiscono il concetto di profilo: Criminal-Profiling, Behavior o Behavioral profiling, Criminal Personality Profiling, Criminal Investigative Analysis, Forensic Profiling, Psychological Profiling; sebbene il metodo della profilazione si basa sulla medesima attività d’indagine volta ad individuare la personalità ovvero l’insieme dell’innato e dell’acquisito in una persona. Vale a dire gli aspetti biologici del temperamento (insieme di tendenze, impulsi, necessità, stati affettivi, geneticamente e somaticamente innati in un individuo, a reagire agli stimoli ambientali con determinate modalità anziché altre), i tratti psichici del carattere (insieme di disposizioni e segni distintivi, acquisiti da un soggetto nella vita esperienziale, del proprio contesto ambientale affettivo, culturale, educativo, fisico e sociale) influenzati da fattori estrinseci e/o intrinseci, ma anche i valori, i modelli comportamentali e le forme di organizzazione sociale in grado di modificare l’ambiente e la stessa personalità.

Per Douglas, Ressler, Burgess e Hartmann (1986) il profiling consiste nella identificazione delle principali caratteristiche di temperamento, comportamento e personalità di una persona basate sull’analisi delle peculiarità del crimine commesso. Una definizione che si riferisce alla scena del crimine considera il profiling come un approccio della polizia investigativa volto a fornire la descrizione di un autore sconosciuto di un reato basandosi sulla valutazione del più piccolo dettaglio della scena stessa, della vittima e di ogni altro particolare rilevante (Copson 1995). Burgess e Hazelwood (1995) pongono il profiling come una sottocategoria dell’analisi investigativa criminale destinato a determinare: le condizioni psicologiche dell’autore, l’analisi delle cause della morte e le strategie investigative più opportune. Alcuni studiosi ritengono il profiling un tentativo di fornire alle agenzie investigative informazioni specifiche circa le caratteristiche dell’individuo che ha commesso un certo reato (Geberth, 1996). Altri studiosi invece, identificano nel profiling tre obbiettivi fondamentali finalizzati a fornire informazioni: una valutazione psicologica e sociale dell’autore della condotta, una valutazione psicologica dei reperti rinvenuti in possesso dell’individuo sospetto e una consulenza offerta agli investigatori sulle strategie di interrogatorio più efficaci (Holmes, 1996). Per Canter (1999) il termine profiling è riferibile a qualsiasi attività che possa essere utile ad inferire le caratteristiche dell’aggressore e del tipo di reato a partire da ogni informazione disponibile. Un’altra definizione considera altresì, il profiling un uso strategico di informazioni raccolte, attraverso un’accurata attività di intelligence, in modo massiccio dagli investigatori che, strategicamente, valutano caratteristiche quali: razza, sesso, religione, orientamento sessuale, età e altri fattori per prendere decisioni discrezionali nel corso delle indagini (Bumgarner, 2004).

Il racial profiling o profilo razziale, secondo Pampei (2004), è la modalità con cui le istituzioni, in particolare le forze dell’ordine, individuano le persone da fermare, ispezionare e controllare nelle strade, nelle stazioni, nei porti, negli aeroporti, in base ad un profilo che comprende, come unico o fra altri elementi, il dato razziale.

In relazione al fatto che il processo di acquisizione delle informazioni sia associato ad una vera e propria attività investigativa specifica posteriore all’accadimento o immediatamente precedente all’accadimento oppure ad una attività di prevenzione generalizzata non connessa direttamente ad un evento specifico gli studiosi Fredrickson e Siljander (2002) parlano di profiling reactive e di profiling proactive.

Il profilo reattivo è utilizzato per risolvere crimini già avvenuti, per esempio un omicidio; il profilo proattivo si riferisce invece al tentativo di impedire il crimine in una fase molto anteriore a che questo avvenga, ad esempio prevenire un atto terroristico.

Gli esperti Douglas, Munn (1992) e Turvey (1999) parlano altresì di profiling deductive e di profiling inductive.

Nel profilo deduttivo lo scopo dell’analisi è di dedurre i pattner comportamentali di un particolare criminale dalle evidenze relative alla scena dell’evento e dallo studio della vittima, attraverso l’individuazione delle tracce dell’azione criminale (mechanical,) e il riconoscimento degli schemi propri di ogni singolo criminale (dinamics), per dedurne il significato reale cioè le caratteristiche dell’autore; nel profilo induttivo si parte invece da un insieme di dati relativi ad eventi simili, correlati ai dati delle persone che li hanno causati, in modo da arrivare a dedurre il profilo del criminale standard per quel particolare evento.

Tracciare il profilo è un’attività complessa che richiede la conoscenza teorica e pratica della criminologia, della psichiatria, della psicologia, della sociologia, delle scienze giuridiche forensi e politiche, tutte discipline indispensabili per il raggiungimento degli scopi che le tecniche di profiling devono perseguire in ambito investigativo ovvero:

  • identificare ed interpretare alcuni indizi (procedimenti logici mediante i quali, partendo da un fatto provato o circostanza indiziante, si ricava l’esistenza di un fatto storico da provare attraverso massime di esperienze o leggi scientifiche), che possono essere indicativi del tipo di personalità dell’individuo o degli individui che hanno commesso il reato;
  • valutare eventuali alibi (prove logiche che dimostrano che un soggetto non poteva essere a quell’ora sul luogo dell’evento);
  • individuare il motivo (ragione della condotta umana) alla base del movente (causa psichica della condotta umana);
  • fornire agli investigatori abbastanza informazioni da permettere loro di limitare o meglio dirigere le indagini per ricercare le prove (procedimenti logici che dal fatto noto deducono l’esistenza del fatto da provare).

 

Origini ed evoluzione del Profiling

Il profiling ha radici antiche ma storia recente.

Lo sviluppo di teorie relative a ciò che oggi è chiamato profiling risalgono al V secolo a.C. con la nascita della fisionomica[1] intesa come l’arte di interpretare i segni scritti sul corpo, con particolare attenzione al volto poiché centro dell’organismo umano. Riferimenti a relazioni tra l’aspetto di una persona ed il suo carattere risalgono all’antica Grecia. Ippocrate (V/IV a.C), elaborò la teoria umorale affermando che la natura dell’uomo è costituita dal sangue (proviene dal cuore e se prevale determina il tipo sanguigno/impulsivo cioè vivace, socievole, superficiale, facile all’entusiasmo, incline all’attività), dal flemma (viene dal cervello e se prevale determina il tipo flemmatico/linfatico, portato al sentimentalismo, lento nei movimenti, indeciso), dalla bile gialla (viene dal fegato e se prevale determina il tipo collerico/bilioso ossia tenace, volitivo, ribelle, con intelligenza rapida, facile all’ira e alle forti passioni), dalla bile nera (viene dalla milza e giunge allo stomaco e se prevale determina il tipo malinconico/atrabiliare, incline alla tristezza, facile alla depressione).

Successivamente Aristotele (IV secolo a.C.), studiò le somiglianze tra uomo ed animali per poter poi trasferire ad ogni individuo le qualità proprie di ogni animale (es. il leone simbolo di forza, la volpe d’astuzia) e dopo di lui Polemo di Laodicea (II secolo a.C.) e Adamanzio il Sofista (IV secolo d.C.) pubblicarono rispettivamente le opere De Physiognomonia e Physiognomica. Studi che poi vennero accantonati e successivamente rivalutati.

Nel 1484 due inquisitori domenicani, Sprenger e Kramer autorizzati dalla bolla Summis Desiderantes Affectibus di Papa Innocenzo VIII, scrissero il Malleus Maleficarum, testo ecclesiastico ufficiale della “caccia alle streghe”, nel quale oltre a spiegare le ragioni dell’inquisizione e le procedure e le tecniche d’investigazione da seguire riportano le caratteristiche delle streghe e come fare per riconoscerle.

Nel 1586 Giovanni Battista Della Porta pubblicò il De humana physiognomonia, quattro libri sulla fisiognomica, in cui afferma che la fisionomia è il mezzo che fa conoscere quali sono il marchio naturale e il costume degli uomini attraverso i segni fissi e permanenti del corpo.

Il fondatore della fisiognomica moderna è lo svizzero Johann Kaspar Lavater (1741-1801) il quale, nelle opere Fragments physiognomoniques e L’art d’étudier la physionomie, studiò le forme del volto e la struttura ossea del cranio per poter scoprire il carattere e le predisposizioni di ogni individuo.

Con il tedesco Joseph Gall (1758-1828) che, nell’opera Von der physiognomik, localizzò i centri specifici dell’intelligenza, della volontà e di altre funzioni psichiche nelle protuberanze e depressioni presenti sul cranio dal cui esame è possibile conoscere il carattere e le qualità di ciascun individuo si passò dalla fisiognomica alla frenologia[2].

La fisiognomica entra nel panorama italiano, fra la seconda metà del XIX secolo e l’inizio del XX, con Paolo Mantegazza (1831-1914) che scrisse Fisionomica e mimica in cui si parla di modelli culturali e di classificazione degli uomini: belli e superiori gli europei, brutti e inferiori i neri e i gialli, buoni ed onesti i ricchi, cattivi e criminali i poveri.

Con Cesare Lombroso (1835-1919), considerato da vari studiosi il padre fondatore del moderno profiling, nacque l’antropologia criminale. Nella sua opera L’uomo delinquente distingue gli individui in tre tipologie: criminale nato (aggressori di bassa evoluzione fisica e sociale evidenziabili sulla base delle caratteristiche fisiche), malato criminale (aggressori affetti da disturbi fisici e mentali), criminaloide (aggressori senza specifiche caratteristiche fisiche e mentali che delinquono perché spinti dalle circostanze ambientali o per effetto di situazioni particolari). Sostenendo che in individui, famiglie e gruppi sociali esistono dei segni indicanti anormalità di natura e degenerazione biologica atavica ereditate per epilessia, sifilide alcolismo ed altre patologie. Tali anomalie sono la causa di predisposizioni, tendenze ed abitudini al crimine e a comportamenti immorali.

In seguito un ruolo importantissimo nelle indagini di polizia lo ebbe la fotografia: il primo caso di impiego segnaletico risale al 1854 e viene attribuito alla polizia svizzera. Inizialmente i ritratti erano solo frontali poi, verso il 1888 e il 1905, venne adottato dalle polizie di tutto il mondo un sistema di identificazione universale basato sul ritratto fotografico con una foto di fronte ed una del profilo sinistro a ¾, accompagnate da un cartellino che riporta tipologie e misure particolari di varie parti del corpo.

La nascita dell’antropologia segnaletica si ha con il francese Alphonse Bertillon (1853-1914) che, nella sua opera Identification  Anthropométrique, descrive un sistema per identificare i criminali detto bertillonage fondato sulla combinazione delle misure fisiche del torso, della testa e degli arti che erano prese da procedure attentamente prescritte, poi annotate in una scheda detta Osservazioni Antropometriche.

Alla fine del XII secolo d.C. con la nascita della dattiloscopia si passò ad un sistema di identità più semplice ed automatico basato sulle impronte digitali utilizzate per l’identificazione degli esseri umani e per poterne inoltre rilevare la presenza su oggetti collegati ad eventi criminosi.

Alla fine del XX secolo nacque il costituzionalismo, con la scuola italiana di De Giovanni, Viola e Pende che prende come punto di partenza il corpo, classificando gli individui i tre tipi: brachitipo (sviluppo del tronco prevalente a quello degli arti), longitipo (sviluppo prevalente degli arti), normotipo (equilibrio), per poi risalire alle principali caratteristiche psichiche.

Gli studi del tedesco Ernest Kretschmer (1888–1964), nell’opera Körperbau und Charakter, si basano invece su certe correlazioni tra l’aspetto organico e quello mentale e, partendo dall’osservazione che spesso esiste un’accentuata diversità fisica fra i malati mentali, classificano gli individui in quattro tipi con le relative caratteristiche somatiche e psicologiche: picnico (predominanza misure orizzontali e predisposizione a ciclotimia con fasi maniacali e depressive), leptosomico (predominanza misure verticali e predisposizione schizotimia che nel caso di psicosi può volgere in schizofrenia), atletico (sistema muscolare ben sviluppato e disposizione vischiosa con lentezza di pensiero, perseveranza e irritabilità), displasico (varietà dismorfiche e predisposizione all’epilessia).

Successivamente lo statunitense William Herbert Sheldon (1898-1977), nell’opera The Varieties of Human Physique: An Introduction to Constitutional Psychology, classifica gli individui in tre tipi: endomorfo (grande sviluppo dell’apparato digerente, soprattutto lo stomaco, facile tendenza alla pinguedine, corpo morbido e muscoli sottosviluppati, il temperamento è viscerotonico: tollerante, socievole, allegro, solare, estroverso, ricerca comfort e lusso), mesomorfo (grande sviluppo dei muscoli e del sistema circolatorio, il temperamento è somatotonico: coraggioso, energico, attivo, dinamico, prepotente, aggressivo, pronto ad assumersi rischi) ectomorfo (grande sviluppo del sistema nervoso e del cervello, tendenza ad essere magro e longilineo, temperamento cerebrotonico: sensibile, timido, introverso; preferisce l’intimità alla folla, appare spesso inibito).

Negli anni ‘70 fu creato negli Stati Uniti il programma Criminal Profiling (Profilo Criminale) ad opera degli agenti speciali Howard Teten e Douglas Kelly che avviarono uno studio scientifico sul comportamento criminale per conto dell’FBI. Nel 1972, insieme con Jack Kirsch, Teten diede vita alla BSU Behavioral Science Unit (Unità di Scienza Comportamentale) composta dalla squadra dei cosiddetti mindhunters (cacciatori di menti). In questa sezione, creata per studiare gli autori di crimini seriali, Roger De Pue e John Douglas incontravano ed intervistavano i condannati con sentenza definitiva per effettuare le deduzioni sul comportamento e sulla personalità dell’autore in base alla scena del crimine. Nel 1992 seguì la pubblicazione, da parte di John Douglas e Robert Ressler, del Crime Classification Manual sulla classificazione dei crimini violenti.

In Inghilterra, verso gli anni ’90, nacque la Investigative Psichology (Psicologia Investigativa) sulla base degli studi di David Canter che ha elaborato la nuova tecnica di indagine del Psycological Profiling (Profilo Psicologico).

Nel 1994, a causa della forte crescita degli omicidi seriali o di crimini senza motivo apparente, anche in Italia si ritenne opportuno affrontare questo fenomeno e nel 1995 fu istituita l’Unità per l’Analisi del crimine Violento (UACV) con il compito di supportare gli organismi investigativi e l’Autorità Giudiziaria attraverso un’attività di studio, analisi ed elaborazione di tutte le informazioni disponibili nel caso di: omicidi senza apparente movente e/o di particolare efferatezza, omicidi e violenze sessuali riconducibili ad un unico autore, rapine in ambiente video-controllato.

 

Il Criminal Profiling

L’attività di Criminal Profiling (Profilo Criminale) trova una valida utilità nello studio dei crimini violenti, gratuiti o connotati sessualmente, in base alle tipologie di reato contemplate nel Crime Classification Manual: single murder (omicidio singolo), serial murder (omicidio seriale), mass murder (omicidio di massa), spree killing (omicidio compulsivo), rape (stupro), arson (incendio doloso), bombing (attentato dinamitardo), e nella distinzione tra le caratteristiche generali del soggetto organizzato o disorganizzato (organized/disorganazed).

Caratteristiche schematizzate nelle seguenti tabelle di classificazione presenti nel F.B.I. Law Enforcement Bullettin del 1985:

 

Caratteristiche dei soggetti :
Organizzato Disorganizzato
Intelligenza media o superioreIntelligenza sotto la media
Socialmente competenteSocialmente inadeguato
Predilige lavori che richiedono abilitàPredilige lavori semplici e generici
Sessualmente adeguatoSessualmente inadeguato
Alto ordine di genituraBasso ordine di genitura
Padre con occupazione stabilePadre con occupazione precaria
Disciplina inconsistente nell’infanziaDisciplina rigida nell’infanzia
Emotività controllata durante il crimineAnsia durante l’esecuzione del crimine
Utilizzo di alcol durante il crimineMinimo uso di alcol
Stress situazionali precipitantiMinimi stress situazionali
Vive con il partnerVive da solo
Si sposta con un’automobile in buone condizioniVive/lavora vicino alla scena del crimine
Segue il crimine compiuto attraverso i mediaMinimo interesse per le notizie dei media
Può cambiare lavoro o lasciare la cittàVa incontro a significative modificazioni comportamentali(abuso di sostanze, religiosità eccessiva)
Caratteristiche della Scene del crimine
Organizzato Disorganizzato
Aggressione pianificataAggressione improvvisa, non pianificata
La vittima è una persona conosciutaVittima e luoghi conosciuti
Personalizza la vittimaDepersonalizza la vittima
Controlla la relazione verbale con la vittimaMinimo controllo della relazione verbale
La scena del crimine riflette un controllo completoLa scena del crimine si presenta caotica e disordinata
Esige una vittima sottomessaImprovvisa violenza sulla vittima
Utilizza mezzi di contenzioneMinimo uso di contenzione fisica
Compie atti aggressivi prima della morte della vittimaAtti sessuali successivi alla morte
Nasconde il corpoCadavere lasciato in vista
Armi tracce/prove assenti sulla scena del crimineArmi tracce/prove spesso presenti sulla scena
Trasporta la vittima o il cadavereCadavere lasciato sul luogo del delitto

 

L’approccio al profiling è suddiviso in cinque fasi principali, con una sesta fase ipotetica e auspicabile che consiste nell’arresto dell’autore del reato (offender).

La prima fase (Profiling Input) include la raccolta e l’analisi di tutte le informazioni presenti sulla scena dell’evento (Briefing/Equivocal Forensic Analysis), le fotografie e le video riprese del luogo, il rapporto autoptico medico legale, le impronte e le tracce di ogni tipo, le deposizioni testimoniali, l’analisi vittimologica (Victimal Profiling per la raccolta di informazioni sul background della vittima) e il verbale della Polizia. In questa fase il profiler può effettuare un’intervista agli investigatori (Detective Interview) per completare i dati necessari alla valutazione del caso ma non deve richiedere agli inquirenti informazioni su possibili sospetti poiché tali rivelazioni potrebbero influenzare la sua analisi e inficiare il processo.

Nella seconda fase (Decision process models) il profiler organizza le informazioni raccolte durante lo step precedente e considera la complessità dell’attività criminale. Queste sono alcune delle numerose domande che il profiler affronta durante tale fase: Che tipo di reato è stato commesso (Criminogenesi: caratteristiche individuali e sociali che hanno avuto peso nella scelta delittuosa, rappresenta il perché del reato)? Qual è il livello di rischio cui era soggetta la vittima? Qual è il livello di rischio corso dall’autore del reato nella commissione del crimine? Qual è l’iter sequenziale degli atti compiuti dall’autore prima, durante e dopo il crimine (Crimino-dinamica: meccanismi interiori che hanno condotto al delitto, rappresenta il come del reato)? Dov’è stato commesso il crimine (locus commissi delicti)? Il corpo è stato ritrovato sulla scena in cui è stato commesso il crimine, com’era posizionato, è stato spostato, è stato occultato? Quali sono le condizioni del corpo al momento del ritrovamento e come eventuali fattori endogeni e/o esogeni hanno interagito col cadavere? Esistono elementi che possano configurare ipotesi di staging (messa in scena) o undoing (tentativo di ridurre l’impatto emozionale/psicologico di quanto commesso)?

Nella terza fase (Crime assessment) il profiler tenta di ricostruire il modus operandi, ossia le modalità operative dell’autore della condotta criminale, soffermandosi con  particolare attenzione sull’interazione tra vittima ed aggressore.

La quarta fase (Criminal profiling) è quella in cui il profiler, sulla base di tutte le informazioni raccolte nelle fasi antecedenti, elabora una descrizione tipologica del sospettato (Debriefing) che include informazioni relative a: sesso, razza, età, stato civile, stato sociale, credenze, excursus lavorativo, caratteristiche psicologiche e sociologiche, probabile reazione nei confronti della Polizia, eventuali precedenti penali, sia generici (di altro genere rispetto a quello oggetto dell’investigazione) che specifici (relativi ad episodi criminali della stessa natura dell’evento criminale oggetto di indagine).

Nella quinta fase (Investigation) viene stilato un rapporto da consegnare agli investigatori i quali possono utilizzare tale report per ridurre il numero dei sospetti in elenco. Se emergono nuovi elementi di prova la relazione va rivista e rielaborata sulla base dei nuovi dati emersi.

La sesta ed ultima fase è quella della individuazione e cattura (Apprehension) del colpevole. L’attività di profiling può, in questo momento investigativo, rivelarsi di enorme utilità per individuare la strategia di interrogatorio più idonea in base alla personalità del criminale. L’identificazione dei soggetti responsabili di crimini seriali, sia se si tratta di aggressioni che di omicidi o violenze sessuali e, l’individuazione di un’eventuale firma (signature), ossia una personalizzazione, particolare ripetuto, ininfluente e non necessario all’esecuzione del reato, lasciato dall’autore in ognuno dei sui crimini, avviene attraverso un processo di linking crimes che consente, attraverso l’analisi di casi investigativi, di valutare similitudini e differenze dei crimini oggetto dell’indagine.

Tutte le informazioni utili per collegare tra loro le fattispecie criminose sono contenuti in un case linkage system: le forze di polizia statunitensi utilizzano un database denominato VICAP (Violent Criminal Apprehension Program), mentre in Italia il database adoperato è il SASC (Sistema per l’Analisi della Scena del Crimine).

 

Il Psycological Profiling

L’approccio sviluppato per il Psycological Profiling (Profilo Psicologico) si basa sull’adozione della facet theory (FT) e della tecnica di Multidimensional Scaling (MDS). La FT consiste nell’analisi delle relazioni tra variabili: dopo l’individuazione e la codifica degli oggetti di interesse della ricerca si sfaccetta lo spazio risultante dalla applicazione del MDS per definire ed interpretare ogni sfaccettatura che racchiude un certo numero di variabili (i punti nello spazio). In sostanza si considerano le inferenze che stanno alla base del profilo come una correlazione canonica espressa in una equazione come la seguente:  F3A3+…..+FvAv = K3C3+…..+KmCm

Dove:
A3…..v   -> informazioni sul delitto;
C3…..m -> caratteristiche del reo;
F3…..Fv -> peso delle variabili A;
K3…..m -> peso delle variabili C.

Le variabili A sono di tipo comportamentale, mentre le variabili C riguardano le caratteristiche del soggetto quali, ad esempio, le peculiarità fisiche, l’età, il sesso, l’istruzione, lo stato civile, la razza, la religione. La possibilità di risoluzione dell’equazione ci consegna un utile strumento scientifico che dimostra come determinate caratteristiche dell’autore del crimine possono essere stabilite attraverso l’analisi di certe informazioni.

Il modello del profilo psicologico è incentrato su cinque aspetti:

  1. Coerenza Interpersonale (Interpersonal Choerence): si basa sul presupposto che l’autore del reato si relaziona alla vittima con le medesime modalità con cui si rapporta con altri soggetti nel quotidiano, pertanto alcune modificazioni nei legami interpersonali possono determinare variazioni nell’attività del reo.
  2. Il significato del tempo e del luogo (The Significance of Time and Place): il tempo e il luogo di un crimine spesso sono scelti consapevolmente dal criminale, pertanto il momento scelto per compiere il crimine può fornire indicazioni sulle abitudini e sugli orari del criminale.
  3. Caratteristiche Criminali (Criminal Characteristics): le modalità di esecuzione del crimine e le caratteristiche della scena dell’evento consentono la classificazione degli autori delle condotte criminose in categorie e forniscono agli investigatori un fondamentale supporto per tracciare il profilo del criminale.
  4. Carriera Criminale (Criminal Career): la raccolta di informazioni relative ad eventuali attività criminali pregresse e al tipo di reati commessi con maggiore frequenza è necessaria per valutare la personalità del soggetto.
  5. Evidenze Forensi (Forensic Awareness): viene analizzato ogni elemento che suggerisca la conoscenza delle tecniche investigative e della raccolta delle prove da parte del criminale, come ad esempio l’utilizzo di guanti per non lasciare impronte digitali sulla scena dell’evento o il rimuovere eventuali delle tracce biologiche dagli indumenti della vittima.

Secondo la teoria elaborata da Canter per le tipologie dei criminali organizzati/disorganizzati si verifica un fenomeno di overlap (sovrapposizione) sulle categorie, ovvero nella realtà dei fatti vari aspetti delle due categorie sono sovrapposti, e questo vanifica lo scopo principale della classificazione. Il criterio più utile per la tipologia dei reati violenti e per tracciare un profilo del reo è da ricondurre nella classificazione alla dicotomia espressivo/strumentale. La situazione espressiva (expressiveness) avviene in risposta a situazioni di rabbia, insulti, offese, minacce, aggressioni fisiche o fallimenti personali. La situazione strumentale (instrumentality) deriva dal desiderio di impossessarsi di oggetti, denaro o altri beni della persona aggredita o per invidia dello status della vittima.

 

Profili Giuridici del Profiling

Nel nostro ordinamento vige il divieto di attuare indagini psicologiche o caratteriali, considerate invasive dell’intimo della persona, se non nel caso di perizia psichiatrica indirizzata a valutare il vizio di mente più o meno incidente sulle capacità di intendere e volere dell’autore di un reato.

Il comma 2 dell’art. 220 c.p.p. contenuto nel Libro III Prove, Titolo II Mezzi di Prova, Capo IV Perizia, sancisce infatti che: «…non sono ammesse perizie per stabilire l’abitualità o la professionalità nel reato, la tendenza a delinquere, il carattere e la personalità dell’imputato e in genere le qualità psichiche indipendenti da cause patologiche».

Il divieto di perizia psicologica implica anche il divieto di consulenza tecnica di parte, che nel processo penale è prevista anche senza perizia, infatti il Tribunale di Teramo il 30.04.1990 (in Arc. Nuova Proc. Pen. 1990, pag. 433) ha stabilito che: «La possibilità di consulenza tecnica di parte fuori dei casi di perizia, prevista dall’art. 233 c.p.p., presuppone che essa verta su indagine peritale e tecnica il che non ricorre quando si tratti di indagini relative alle condizioni psichiche e alla personalità dell’imputato»

La ratio di tali divieti sarebbe da ravvisare nel fatto che, se si concede l’espletamento della perizia o della consulenza prima che si accerti la responsabilità dell’imputato, l’accusa potrebbe evincere elementi o indizi di reità, proprio dal contenuto della stessa.

Sulla scorta di tale ragionamento è opportuno rilevare che andrebbe proibita anche la perizia psichiatrica. Per ovviare ai divieti di Profiling come mezzo di prova tipico disciplinato dalla legge (perizia, consulenza tecnica), si potrebbe valutare l’ipotesi di considerare tale tecnica investigativa come mezzo di prova atipico ai sensi dell’art. 189 c.p.p. “Prove non disciplinate dalla legge” in cui è previsto che: «…quando è richiesta una prova non disciplinata dalla legge, il giudice può assumerla se essa risulta idonea ad assicurare l’accertamento dei fatti e non pregiudica la libertà morale della persona. Il giudice provvede all’ammissione, sentite le parti sulle modalità di assunzione della prova».

Ma tale inquadramento giuridico è attualmente solo un’utopia perché necessita della validazione della scientificità del Profilo come metodo utile d’indagine.

Solo l’art. 133 c.p. sulla “Gravità del reato, valutazione agli effetti della pena” affermando che: «…il giudice deve tener conto della gravità del reato, desunta:

  1. dalla natura, dalla specie, dai mezzi, dall’oggetto, dal tempo, dal luogo e da ogni altra modalità dell’azione;
  2. dalla gravità del danno o del pericolo cagionato alla persona offesa dal reato;
  3. dalla intensità del dolo o dal grado della colpa.

Il giudice deve tener conto, altresì, della capacità a delinquere del colpevole, desunta:

  1. dai motivi a delinquere e dal carattere del reo;
  2. dai precedenti penali e giudiziari e, in genere, dalla condotta e dalla vita del reo, antecedenti al reato;
  3. dalla condotta contemporanea o susseguente al reato;
  4. dalle condizioni di vita individuale, familiare e sociale del reo».

In una qualche piccola misura dà facoltà di indagare e valutare la psiche dell’autore, con la finalità di munire il Giudice di strumenti di valutazione più idonei per comminare una più giusta sentenza di condanna. Pertanto è auspicabile un intervento del Legislatore volto a eliminare le attuali incongruenze presenti nei nostri codici e a contemperare gli interessi di una giustizia e di una società che devono adeguarsi a nuove tecniche e a nuovi metodi essenziali per l’efficienza e l’efficacia di un sistema giudiziario e sociale in continua evoluzione.

 

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[1]Fisiognomica: etim. dal greco phisis=natura e onoma=conoscenza.

[2]Frenologia: etim. dal greco phren = mente e logos= studio.

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