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Quanto male può fare la tv della melassa

 In Editoriale, Anno 2, N. 4 – dicembre 2011

Ebbene sì, anch’io faccio parte di quei quasi 5 milioni di italiani che la domenica sera si adagiano sul divano davanti alla fiction “Tutti pazzi per amore 3”. E, pur facendo zapping durante le scene musicali che trovo insopportabili, un po’ per pigrizia un po’ per relax un po’ perché acciambellata nella mia narcosi pre-piumone, me lo sciroppo quasi fino alla fine, se non mi addormento prima.

A risvegliarmi dal torpore però l’altra sera è arrivata l’ultima trovata uscita dalle menti di questi autori che qualcuno ha addirittura definito geniali. Sempre molto attenti a infarcire lo zuppone con tematiche moderne – dalla famiglia allargata al triangolo lesbo – stavolta gli autori “geniali” hanno pensato bene di somministrarci nientepopodimenoche ‘sta mamma Laura, una delle protagoniste, preoccupata per la svolta “emo” della figlia. In pratica la piccola Nina – che pare abbia dagli otto ai dieci anni – ha chiamato il suo gatto nero Angoscia, colorato della stessa tinta la sua stanza e si è invaghita di un ragazzino che sembra il fratellino di Bill Kaulitz, il frontman dei Tokio Hotel. La madre, giornalista, tra una riunione di redazione e un avvinghiamento con il marito, pensa con rimpianto a quanto sarebbe stato meglio se la sua bambina avesse mantenuto il proprio colore di capelli e avesse fatto danza. E poi basta. Pazienza. Intanto capiamo che la situazione procede fintanto che Nina, d’accordo con l’amichetto, non decide di uscire di casa nottetempo e entrare in un cimitero a fare riti magici con il succo di pomodoro e l’aranciata. Oh che divertente. Oh che originali questi autori “geniali” che, travolti anche loro dalla perniciosa melassa generale, hanno trasformato il problema “emo” – che non è affatto una semplice moda innocente come vorrebbero farci credere – in un bozzetto dai contorni naif e para-comici, insomma una “ganzata” che una bambina un po’ eccentrica ha il coraggio di fare con minimo danno anzi, rimediando il sorriso bonario degli adulti che non la rimproverano nemmeno all’insegna del “poteva fare cose assai peggiori”.

E questo è quanto. Nel mezzo c’è la facilità con la quale si veicolano certi modelli “culturali” di identificazione dando per scontate cose che scontate non sono affatto. Ovvero, nelle armoniose moderne e tolleranti famiglie di oggi le bambine di otto anni naturalmente possono tingersi i capelli e le pareti della camera da letto del colore preferito senza che i genitori muovano foglia ma semplicemente paghino il conto. Ancora, le bambine di otto anni possono uscire tranquillamente di casa per introdursi nottetempo nei cimiteri con la stessa normalità con la quale vanno in cameretta a giocare con le bambole. E hanno senz’altro il fidanzatino che ovviamente rientra a far parte della “straordinaria famiglia allargata dell’amore”.

Questo è quanto. Per adesso. Perché c’è da aspettarci, vista la gara al rialzo, che una volta normalizzata questa spettacolare famiglia “pazza per amore”, la prossima edizione sarà ancora più “pazza”, con gli adulti, o meglio, i protagonisti maggiorenni sempre più simili ai minorenni, sicuramente sempre meno responsabili e portatori di stili di vita discutibili per non dire rovinosi, celati sotto l’alibi della commedia leggera che deve svagare e quindi in cui tutto è concesso.

L’altra questione: gli “emo”. Considerando che essere “emo” è una pratica che in genere inizia nell’età della pre-adolescenza (dai 13/14 anni) è stupefacente constatare che in quella fiction si arriva ad attribuirla a una bambina di meno di dieci anni. La cosa è ancor più stupefacente se si pensa che la fiction, come si suol dire “da famiglie”, è seguitissima dai ragazzini e il messaggio quindi sarà arrivato diretto: essere “emo” è solo un modo un po’ bizzarro di passare il tempo e non piace ai genitori. Stop. Peccato o, se volgiamo, fortuna, che a fronte dei molti che affrontano la questione “emo” come un semplice stile di vita tutto sommato innocuo, ci siano insegnanti, genitori sensibilizzati e sociologi che vedono il fenomeno come una trappola che si trascina dietro i rischi di una deriva pericolosa che può sfociare nell’autolesionismo.

La tendenza purtroppo oggi è molto diffusa e l’aumento dei siti dedicati all’argomento ne è la prova. Il fenomeno, lungi dall’essere innocuo, ruota intorno al sangue e, in ultima ipotesi, inneggia al suicidio, accarezzando quella idea di morte che ormai sta diventando quasi l’ingrediente fisso di una sottocultura che sempre con maggiore audacia si avvicina all’infanzia.

Diventare “emo” è più facile di quanto si creda. Si inizia con il cambiare abbigliamento e pettinatura e molto rapidamente si arriva ai primi tagli sulle braccia. Già, quello che sembra apparentemente inconcepibile e rasenta l’autolesionismo esercita un’attrazione molto forte sui ragazzini più suggestionabili che, oltre a infliggersi piccoli tagli con lamette o coltellini per dimostrare di appartenere al gruppo, traggono una sensazione di calma, come se il taglio placasse l’ansia e l’agitazione. Così dall’effetto “positivo” della ferita nasce una specie di dipendenza, proprio come se si trattasse si una Perché un ragazzino diventa “emo”: per imitazione sicuramente, ma la pratica, cruenta e estrema, attecchisce sull’insicurezza tipica dell’età pre-adolescenziale e adolescenziale durante la quale i ragazzi sono più soggetti a diversi tipi di influenze e sono molto esposti a comunicazioni di tutti i tipi, dai video ai film alle pubblicità e alla musica che incitano a superare i limiti, ad amare gli eccessi e sfoderare tutta la propria carica aggressiva, anche contro se stessi. Tutt’altro dunque che una semplice moda, la pratica non esiterei a definirla un serio segnale d’allarme.

Se poi un genitore assiste alla metamorfosi del proprio figlio e cerca di capire cosa gli stia succedendo, se ci tiene, sicuramente non si metterà a sospirare sulle scarpette da ballo e il tutù mancati, ma si preoccuperà. Parecchio – come stanno già facendo in molti ai quali è capitato di confrontarsi con questo problema – . E farà bene. Aiuti ne troverà pochi perché ancora centri specializzati non ce ne sono, ma si possono trovare professionisti che conoscono il fenomeno e possono dare una mano.

Certo, finché ci saranno autori tv “geniali” che producono fiction edulcorate in cui, tra una risata e una falsa commozione, passano messaggi come quello che mi ha risvegliato l’altra sera, sarà tutto molto più difficile.

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