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La Scienza del Male

 In SegnaLibro, N. 3 - settembre 2012, Anno 3

Affrontare il tema del “male” in tempi ardui, confusi e violenti come questi è impresa coraggiosa, ma ancora più lo diventa quando un autore tocca il confronto/dibattito tra Scienza, Cultura e Religione, cogliendone le invitabili aporie. Spiegare il “male” e quella parte della natura umana che esercita la crudeltà come azione quasi semplice, quotidiana, “banale”, come sosteneva Hanna Arendt, è affrontare il lato oscuro ed inaccettabile del nostro essere, dichiarando, come fa Baron-Cohen nel capitolo 6, di voler “riaprire la discussione sulle cause del male, trasferendo il dibattito dall’ambito della religione a quello della scienza” (pag. 127), è impresa ancor più meritevole di una grande attenzione.

Simon Baron-Cohen, Raffaello Cortina Editore, 2012

Obbiettivo principale e dichiarato, dell’Autore è quello di comprendere “la crudeltà umana sostituendo il termine non scientifico “male” con quello scientifico di “empatia” (p. XIII, Ringraziamenti). Spesso per superare i pregiudizi e le antinomie di un fenomeno, basta utilizzare un altro termine che sposti l’attenzione sul senso profondo della parola-concetto, evitando di essere catturati dall’inevitabile pregiudizio storico che lo connota. E così Baron-Cohen ci guida sapientemente, con una scrittura comprensibile e nello stesso tempo rigorosamente scientifica, attraverso quella funzione psicologica detta “empatia” che può svilupparsi solo se si è ricevuto un adeguato, attento e partecipe sostegno nella fase delicatissima dei primi anni di vita. Le deprivazioni precoci, infatti, come già sosteneva la ricerca psicoanalitica, ma ormai lo dimostrano anche numerosi studi nell’ ambito delle neuroscienze, hanno chiaramente stabilito che “fattori ambientali influenzano lo sviluppo del cervello, probabilmente in modo irreversibile” (pag.45).

Insieme ad altri colleghi, l’Autore ha sviluppato una scala per misurare il livello di empatia di un soggetto in tutte le fasce di età. Ne deriva una classificazione, molto interessante, dei vari tipi di mancanza di empatia; riprende la descrizione ricorrendo a parallelismi con la struttura della mente, e, seguendo il linguaggio psichiatrico, fa rientrare il fenomeno nell’ambito dei disturbi di personalità. L’autore si chiede “come le persone siano in grado di causare estremo dolore le une alle altre senza ricorrere al semplicistico concetto di male” (pag. 5) e sostituisce la parola “male” con erosione empatica, sostenendo che essa “può essere il risultato di caratteristiche psicologiche più stabili”. Dunque non è più sufficiente spiegarsi le azioni crudeli semplicemente facendo ricorso al concetto di “malvagità”, ma procede, come scienziato, nel tentativo di capire come mai vi sono e quali sono “i fattori che inducono le persone a trattare gli altri come se fossero meri oggetti” (pag.5).

E veniamo a qualche definizione sul meccanismo dell’empatia che l’Autore descrive come “la nostra capacità di identificare ciò che qualcun altro sta pensando o provando, e di rispondere a quei pensieri e sentimenti con un’emozione corrispondente” (pag. 14), o ancora, “non solo la capacità di identificare i sentimenti e i pensieri di un’altra persona, ma anche di rispondere ad essi con un’emozione appropriata”. Distingue, poi, due fasi: il riconoscimento e la risposta. Questo vuol dire che non solo devo riconoscere quello che sta accadendo all’altro, ma essere pronto ad una risposta di reciprocità. Come si può notare è di fondamentale importanza l’acquisizione di questa capacità, sia per lo sviluppo di relazioni sane tra individui, che in generale nei rapporti sociali. Nel capitolo dedicato alle “Riflessioni sulla crudeltà umana”, apre un discorso, una dialettica di grande interesse. Uno stimolo a ripensare il concetto di crudeltà, ed un tentativo di valutazione di trattamenti possibili su questi soggetti. Ma soprattutto vale la pena di leggere questo libro per l’acuta critica che l’Autore fa alla psichiatria assoggettata alle definizioni del DSM-IV, citando un caso di omicidio, nel quale se si fosse usata la classificazione che propone il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi di Personalità, si sarebbe data la possibilità “di invocare la diminuita responsabilità, facendo sì che il crimine venisse considerato un omicidio colposo e non un omicidio volontario”.

Affronta coraggiosamente il tema di confine tra giuridico e psichiatrico sostenendo che “chiunque accoltelli la propria figlia con l’intento di ucciderla è, per definizione – non normale dal punto di vista psicologico”. Si mostra convinto nel sostenere che “qualche volta il crimine è così malvagio (per esempio un omicidio) che la condanna alla prigione è necessaria per tre ragioni : proteggere la società dal rischio che il soggetto ripeta il crimine, evidenziare la disapprovazione del crimine da parte della società; dare alla vittima, o ai suoi parenti il senso di aver avuto giustizia” (pag. 139).

Che dire? Sembra sia giunta l’ora che giuristi, psichiatri e psicologi si mettano attorno ad un tavolo per trovare un accordo linguistico comune.

 

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