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Il sacro e il profano

 In Sotto il Segno del Culto, Anno 4, N. 4 - dicembre 2013

Sacro[1] è una parola indoeuropea che significa “separato”, “ciò da cui si deve star lontani perché straordinario, potente”, ma anche “maledetto” o “pericoloso”. La sacralità quindi, non è una condizione spirituale o morale, ma una qualità che inerisce a ciò che ha relazione e contatto con potenze che l’uomo, non potendo dominare, avverte come superiori a sé, e come tali attribuiti a una dimensione, in seguito denominata “divina”, pensata comunque come “separata” e “altra” rispetto al mondo umano. Dal sacro l’uomo tende a tenersi lontano, come sempre accade di fonte a ciò che teme, e al tempo stesso ne è attratto come lo si può essere nei confronti dell’origine da cui un giorno si è emancipati[2].

Molti sono gli elementi che rivelano o indicano il senso del sacro, intendendo per sacro tutto ciò che è diverso e superiore all’ordinario, al profano, perché dedicato al divino.

Durkheim[3] parla dell’ambito del sacro spiegando come, per essenza, esso si diversifica radicalmente dal profano. Il sacro è ciò che occupa un posto a parte, ciò che è separato, caratterizzato dall’impossibilità di mescolarsi al profano senza cessare di essere se stesso. Ogni contatto ha l’effetto di profanarlo, di privarlo di tutti i suoi attributi costitutivi. Il profano è il regno dell’esperienza comune, della vita quotidiana, dell’attività economica, del lavoro, del limite. Viceversa, il sacro è potenza e forza che dà sostegno, sicurezza e stabilità a tutto quello che è feriale. La soluzione di continuità tra sacro e profano attesta che non esiste tra essi una comune misura, essendo radicalmente eterogenei e incommensurabili, e dal valore incomparabile.

Le forze sacre si presentano però ambigue, perché sono capaci di essere positive e negative, propizie e infauste, attraenti e ripugnanti, utili e pericolose. A volte, le stesse cose, sacre per alcune religioni, in altre sono ritenute impure o profane. Entrare in contatto senza speciali precauzioni con l’ambito del sacro può provocare grandi sciagure, perché prevalentemente il sacro si manifesta come forza pericolosa, dall’efficacia straordinaria, misteriosa, difficile da dominare e da manovrare.

Il sacro come categoria religiosa si caratterizza soprattutto per il suo essere numinoso[4] e distingue o accomuna i diversi indirizzi di studi della religione[5]. Questo numinoso fonte di sentimenti quali fascino e paura, timore e venerazione, ha una qualche analogia con il mana, forza impersonale, cosicché tabù e mana sono connessi in una sintesi del seguente tipo: tabù designa ciò che è provvisto di troppo mana[6].

La scuola sociologica francese (Durkheim, Hubert, Mauss, ecc.) fornisce una spiegazione di sacro completamente diversa, perché lo pone in relazione al profano e il suo valore lo si desume dalla dialettica “sacro-profano”, dalla quale si fa dipendere ogni espressione e formazione religiosa. Ogni pensiero religioso risulta quindi caratterizzato dalla divisione del mondo in due sfere: una comprende tutto ciò che è sacro, l’altra ogni realtà profana. Formula che ripete la congiunzione fornita dalla cultura romana tra termini “sacro-profano” e “religioso-civile”.

Nelle altre culture non è possibile trovare un simile rapporto tra “civico” e “religioso”, anzi non è possibile neppure trovare un “civico”, cioè “profano”, alla maniera romana, lo schema religioso resta per loro quello del “sacro-profano”, in cui il sacro ha una duplice funzione: positiva e negativa.

Il concetto di sacro

La struttura del sacro, contemporaneamente unitaria e duale in cui l’elemento divino e quello umano s’interfacciano e si attivano reciprocamente, sembra essenziale per comprendere la funzione di legame e mediazione che il sacro parrebbe destinato a svolgere nelle rappresentazioni mentali degli uomini.

Il pensiero teologico impiega il termine sacro solitamente per indicare quella sfera di realtà visibile e invisibile che va considerata possesso esclusivo della divinità e, per questo, sottratta all’uso quotidiano del mercato. Tuttavia anche in ambienti extra ecclesiali si è soliti attribuire carattere sacrale a simboli e valori verso i quali si rivendica la riverenza del pubblico.

Il significato ambivalente del termine sacro, da una parte, richiama l’idea di una forza onnipotente che è percepita con i tratti della straordinarietà: sacro in questo caso allude a un’entità sentita o pensata come fonte ultima della vita e forza vitale fondamentale. Dall’altra il sacro indica un passaggio pauroso, doloroso, che implica la separazione, il distacco, la morte, ma nello stesso tempo appare dotato di una forza attrattiva potente: “l’inaccessibile che attrae[7]”.

Nell’analisi sociologica religione e sacro non sono sinonimi, per cui anche se ogni espressione religiosa comprende in sé il sacro, non è sempre vero il contrario. Infatti, “Non è l’idea di Dio, l’idea di una persona sacra che s’incontra in tutti i tipi di religione, bensì l’idea del sacro in generale[8].

In tutti i popoli è presente il riferimento al sacro, al trascendente o semplicemente al religioso. Tutto ciò che all’uomo appare come punto di concentrazione di questa forza, diventa per lui sacro, tremendo, prezioso, inavvicinabile. L’atteggiamento dell’uomo di fronte al sacro è improntato, a un tempo, dal timore e dalla fiducia: persone sacre, animali sacri, gesti sacri, parole sacre, libri sacri, oggetti sacri, vestiti sacri, canti sacri. Ma anche fiumi sacri, montagne sacre, alberi sacri, grotte sacre, luoghi sacri circondati di rispetto, di mistero, di paura, di intoccabilità, di venerazione e per questo meta di pellegrinaggi. Ancora oggi in popolazioni dell’Africa e dell’Oceania dopo che si è provveduto alla soddisfazione dei bisogni primari, la dimensione magico-religiosa risulta una componente essenziale della vita. Essi si sentono partecipi di due mondi distinti: quello profano, monotono e fiacco teso alla sopravvivenza, e quello sacro, carico di energia e di eccitazione[9].

Per Rudolf Otto, che sembra procedere sulla scia delle dottrine dall’idealismo romantico, il fatto religioso è soprattutto un dato emozionale, irrazionale, sentimentale e quindi, non facilmente conoscibile e definibile, esso si può soltanto provocare, destare, come tutto ciò che viene dallo spirito. Da qui la constatazione che alla base di ogni religione c’è un sentimento irrazionale di terrore e nello stesso tempo di fascinasione, in cui si colloca la relazione dell’uomo con Dio. Ne deriva che l’effetto del reperibile in ogni religione può essere razionalizzato attraverso idee di giustizia, legge, morale, peccato. Dal rapporto tra l’arazionale e il razionale nasce il sacro.

Nel numinoso c’è la presenza del mysterium avvertito dall’uomo religioso attraverso il sentimento di qualcosa di straordinario, di incompreso e di tremendum, non confondibile con altre forme di paura e legato all’assoluta sovra-potenza, alla maestà del tremendum.

Razionalizzare il mysterium tremendum vuol dire avere solo sfiorato, appena circoscritto, l’inafferrabile categoria del sacro, altrimenti anche definibile con l’espressione “totalmente Altro”. Qualcosa o qualcuno che sta al di là della sfera dell’usuale, del comprensibile, del familiare, fuori dell’ordinario, ciò che provoca stupore. Ma anche la rappresentazione del “totalmente Altro”, essendo una razionalizzazione posteriore, assottiglia e indebolisce la stessa sua esperienza. Ma se la maiestas del numinoso intimorisce, nel sacrum si dà anche un aspetto fascinoso, attraente. Ne deriva che nell’esperienza del sacro sono compresenti e attivi questi due elementi contrastanti.

Infine, tra gli attributi del sacro (sanctum) c’è da considerare la pienezza di valore, che oltrepassa ogni capacità di comprensione: il sacro è augustum, possiede cioè un valore oggettivo che impone rispetto in sé. Sono questi i termini essenziali coi quali Otto cerca di sopperire all’incapacità del linguaggio umano di esprimere compiutamente ciò che resta “totalmente Altro”

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