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Diversamente uguali: ritualità e simbologia del mondo degli ultras

 In Sotto il Segno del Culto, N. 3 - settembre 2013, Anno 4

Dotto Fig 01“Hooligans” in Gran Bretagna e Germania, in Francia ed in Italia “Ultras”, in Olanda e Belgio “Siders”, varie definizioni non sempre coniate e volute dagli attori protagonisti, che servono a contraddistinguere i cosiddetti tifosi violenti da quelli pacifici o, quanto meno, non inclini al teppismo da stadio. L’archetipo concettuale che, normalmente, ci riconduce al teppista da stadio ha, spesso, uno stereotipo distorto. Giubbotto imbottito doubleface corto in vita (denominato Bomber); capelli rasati a zero; jeans con risvolto e anfibi sono l’immagine mentale comune; in realtà non è così o per lo meno solo in minima parte. L’etimologia, in questo caso, ci può aiutare ad addentrarci nella questione in maniera efficace e semplice.

Gli Hiulihans erano una turbolenta famiglia irlandese che viveva nei quartieri meridionali londinesi verso il 1890. Divennero talmente famosi per le scorribande e le risse nelle quali furono coinvolti, contro altre famiglie o clan a seguito di grosse ubriacature, che il loro nome passò per varie lingue, con modifiche di pronunce, ad indicare la parola teppista; persino in Russo, dove ha assunto il termine “Huligani”. L’origine della parola “Ultras”, invece, ha una dubbia provenienza. Secondo Roversi la derivazione di questa parola risale alla guerra d’Algeria. Con tale nome erano chiamati i gruppi di terroristi francesi che si opponevano all’indipendenza del Paese Nord Africano.

“Estremisti” e “fuori da qualsiasi schema”, due elementi fondamentalmente caratteristici nella mentalità ultras. Chiusa la parentesi, l’origine concettuale dei due differenti modi di rappresentare l’hooligan e l’ultras, sono rivelatamente indicativi per una sua prima caratterizzazione. Dalle poche righe iniziali si può intuire che i primi possono essere dipinti come: rissosi, dediti ad atti teppistici in conseguenza di massiccio uso di alcool e contraddistinti da un antagonismo di gruppo legato principalmente al clan (trasformatosi in club sportivo). Per quanto concerne gli ultras oltre alle analoghe caratteristiche dei colleghi inglesi va aggiunta una specifica variante che potremmo definire pseudo-ideologica, o più propriamente politico-sociale, che va ben oltre il puro contesto sportivo e domenicale. Se alla considerazione appena indicata (ignorando per un attimo il fatto che l’ultras nostrano è una costola derivante da quello anglosassone) si aggiungono le derivazioni storiche e culturali dei due aspetti si ottiene la “quadratura del cerchio”. Ma oltre alle differenze semantiche e concettuali, esiste un denominatore comune tra i vari ultras che scavalchi gli schieramenti nazionali ed internazionali e che superi le barriere politiche e campanilistiche? Si può affermare che, indipendentemente dalle differenti peculiarità, esiste un identikit pur grossolanamente generico che possa servire da apripista per una successiva e più specifica analisi delimitata ai vari casi? La risposta non può essere che positiva.

La fenomenologia del teppismo da stadio è certamente storia recente, considerando che il suo apparire, per lo meno con dati di rilievo, è notevolmente vicino a noi. Si può affermare che i primi morti, in Inghilterra[1] ed in Italia[2], imputabili ad avvenimenti calcistici risalgono a non più di 30 anni fa. Di conseguenza lo studio del fenomeno stesso è agli inizi e non può fare a meno di supporti sociologici e criminologici antecedenti, legati, quindi, a manifestazioni similari. Secondo George B. Palermo: «Negli anni ‘50 e ’60, l’attenzione dei sociologi e criminologi che studiavano la delinquenza e i crimini violenti, si diresse in modo specifico verso variabili sociologiche come […] gruppi di coetanei, i quartieri e le bande». Proprio in questo periodo Marvin Wolfgang e Franco Ferracuti scrissero un libro nel quale ipotizzarono lo sviluppo di una sottocultura nella quale si richiedesse la forza fisica come soluzione dei conflitti quotidiani. Chiaramente, tale studio era rivolto agli episodi di violenza che, in quel periodo e tuttora, avvenivano nei ghetti metropolitani statunitensi, non legati quindi all’ambiente sportivo.

Una sottocultura, quindi, derivante dall’esperienza afro americana. Nonostante ciò, comunque, tale attenta valutazione è basilare per l’inserimento di un primo tassello del puzzle. Dal Lago, altro sociologo che si è occupato del problema ultras, ha elaborato una teoria che è un amalgama tra quella appena descritta e gli insegnamenti di J. Huxley, approfonditi poi da K. Lorenz, sulla ritualizzazione: «che metteva sullo stesso piano i processi storico culturali che conducono a formazioni dei riti umani ai processi filogenetici che danno luogo a curiose cerimonie presso gli animali». Dal Lago vide attorno al calcio la presenza di una sottocultura con un sistema di simboli, linguaggi, rituali, capace di per sé di promuovere comportamenti specifici.

Cultura del più forte, o sottocultura[3] a seconda dei punti di vista, riti stereotipicamente compassati, estrema considerazione della simbologia e battaglia, apogeo del fenomeno. Elias Canetti, a tal proposito, sostiene: «[…] un uomo che si pone in battaglia sa cosa rischia; se egli non è cosciente di alcuna superiorità rischia al massimo. Chi ha la  fortuna di vincere sente crescere le proprie forze e affronta con più ardimento l’avversario successivo […] dopo una serie di vittorie egli acquista ciò che vi è di più prezioso per il combattente: un senso di invulnerabilità e dall’istante in cui l’avrà acquisito oserà cimentarsi in battaglie sempre più pericolose». Bisogna aggiungere che spesso teorie e riflessioni sul tema difettano di una fondamentale caratteristica degli studi induttivi, il riscontro oggettivo. Una teoria, è chiaro, ha necessariamente bisogno di un comparazione concreta e tangibile.

Si sa che l’apprendimento migliore si ha con esempi reali, che possano rendere pratica una deduzione a prescindere dalla sua manifesta logicità. Frequentemente, ad esempio, viene citata in occasioni del genere la ormai celeberrima teoria detta: sindrome del beduino[4] per valutare al meglio il rapporto esistente tra le varie tifoserie. In sintesi, tale teoria afferma dei fondamentali ed elementari concetti. A tal proposito va aperta una ulteriore parentesi. Quasi sempre, nel mondo ultras vengono utilizzati pensieri, opinioni, giudizi, ed idee semplici e paradossalmente logici, indipendentemente dal fatto che questa logicità possa considerarsi condivisibile. Se è vero che la sottocultura è una specificità insostituibile del vivere ultrà è altrettanto vero il fatto che il loro modo di pensare è del tutto genuino, come evidenziato dagli stessi ultras. Ciò deriva dal fatto che per sottostare a certe regole bisogna comprenderle al di là delle differenze etniche, generazionali, politiche ecc.. In poche parole, un’arcaica forma comunicativa, con forti similitudini a quelle regole e a quei riti tipici dei guerreschi popoli antichi dove l’onore era alla base di tutto, e di facile interpretazione. Il paradosso più vistoso, comunque, è che proprio questa sua cristallina semplicità comunicativa e interpretativa spesso, troppo spesso, non viene compresa, inconsapevolmente o meno, da chi dovrebbe fungere da arbitro, le Forze dell’Ordine che frequentemente, e di norma in maniera sproporzionata, si spogliano della loro veste istituzionale per rappresentare una sorta di terzo contendente, ruolo che si è così consapevolmente diffuso da divenirne parte essenziale.

Tornando alla sindrome del beduino sinteticamente afferma che:

  • il nemico di un mio amico è un mio nemico
  • il nemico di un mio nemico è mio amico
  • l’amico di un mio amico è mio amico
  • l’amico di un mio nemico è mio nemico

Una volta tanto le parole amico e nemico si equivalgono. Ma tale teoria può essere considerata vera? Fondamentalmente sì, con piccole e intuibili variabili. Un esempio: in una ricerca pubblicata alcuni anni fa dall’Università di Pisa venne fatto riferimento ad una vera e propria mappa del tifo, in particolare delle amicizie e rivalità esistenti tra le varie tifoserie ultras. Addirittura su di un sito in cui venivano riportati in maniera specifica i vari gemellaggi e le correlative rivalità; era stato ipotizzato un probabile terremoto con repentini sconvolgimenti di affinità dovuti a svariate motivazioni, principalmente politiche e di ricambi generazionali. Cosa che puntualmente è avvenuta. In questo caso, così come molti adolescenti rifiutano stili di vita e abitudini dei genitori, i nuovi padroni delle curve non accettano, sempre o quasi mai, ciò che i loro predecessori avevano faticosamente costruito, comprese amicizie e inimicizie. Per arrivare al caso specifico la vecchia curva livornese[5] tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta aveva instaurato un rapporto di amicizia[6] con i tifosi dello Spezia, in comune infatti avevano l’odio profondo per gli ultrà pisani e, conseguentemente, per i genoani, a loro volta vecchi amici dei pisani (amicizia, anche in questo caso, terminata[7]).

La teoria quindi collima in tutte le sue parti, sia nella prima che nella seconda fase. Durante un importante incontro disputatosi a Livorno, i tifosi locali e quelli dello Spezia diedero il via a pesanti scontri all’esterno dello stadio comunale, con feriti tra le forze dell’ordine e numerose denunce a carico di tifosi labronici. Oltre all’effettiva gravità del gesto, ciò che più interessa nel nostro caso sono le motivazioni della controversia. I tifosi livornesi, infatti, accusavano i “colleghi” liguri di intrattenere una profonda amicizia con gli acerrimi nemici varesini[8] palesemente schierati a destra.

Dotto Fig 02

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