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La vulnerabilità della condizione umana: tra inermità e sopravvivenza

 In PrimoPiano, N. 1 - marzo 2013, Anno 4

Hannah Arendt nel meraviglioso Prologo di “Vita Activa” – il suo libro fondamentale – decide di iniziare a lavorare attorno alla condizione umana partendo da un’insolita notizia: l’attenzione che i media statunitensi hanno posto all’evento epocale del primo satellite che è stato lanciato in orbita attorno alla terra nel 1957.

Così scrive: «Questo avvenimento, che non era inferiore per importanza a nessun altro, nemmeno alla scissione dell’atomo, sarebbe stato salutato con assoluta gioia se non si fosse verificato in circostanze militari e politiche particolarmente spiacevoli. Ma, per un fenomeno piuttosto curioso, la gioia non fu il sentimento dominante, né fu l’orgoglio o la consapevolezza della tremenda dimensione della potenza e della sovranità umana a colmare il cuore degli uomini che ormai, sollevando lo sguardo dalla terra verso i cieli, potevano scorgervi una loro creatura. La reazione immediata, espressa sotto l’impulso del momento, fu di sollievo per il “primo passo verso la liberazione degli uomini dalla prigione terrestre”» (Arendt, 1988, p. 1).

Il primo passo verso la liberazione degli esseri umani dalla prigione terrestre è affermazione attentamente registrata da Arendt e poi da lei stessa discussa filosoficamente. In piena guerra fredda e in pieno terrore della Bomba – lo spettro della distruzione totale dell’umanità aleggiava in una comunità internazionale che doveva ancora assorbire le ferite della Seconda Guerra mondiale mentre si accingeva ad adottare protezioni giuridiche sovranazionali per impedire all’umanità di ricadere sotto lo scempio di una disumanizzazione già portata a sistema industriale e burocratico di impensabile efficienza dal nazismo. Secondo Arendt l’affermazione di tutti coloro che vedevano nell’oggetto fabbricato che usciva dall’orbita, l’inizio di un futuro libero dalla prigione terrestre era in qualche modo un dire qualcosa che era nei desideri e nei pensieri comuni – una via d’uscita dal pericolo della distruzione totale, dal pericolo della fine, verso l’altrove. Scrive ancora: «La novità era soltanto che uno dei giornali americani più rispettabili riportò in prima pagina ciò che era confinato fino allora in una letteratura non precisamente rispettabile, la fantascienza (alla quale, purtroppo, nessuno ha ancora dedicato l’attenzione che merita come veicolo di sentimenti e di desideri di massa)» (Arendt, 1988, p. 2).

Nel libro dedicato all’analisi antropologico filosofica e politica della condizione umana, Arendt ci parla del valore della fantascienza come veicolo di immaginario collettivo. Ma in che senso si tratta di immaginario e come questa indicazione di Arendt può essere presa sul serio come invito ad accostarsi in modo filosofico a sollecitazioni che provengono dall’immaginario mediatico? Per rispondere a questa domanda sarebbe sufficiente ragionare con la molta letteratura alla mano sull’ impatto che i media hanno avuto negli ultimi decenni ed hanno oggi nell’orientare l’immaginario culturale; tuttavia è un fatto che la filosofia poco si è interessata di indagare a fondo le raffigurazioni dell’ umano culturalmente diffuse dai media, le trasposizioni, gli investimenti che la cultura non alta e veicolata da film e da telefilm, da romanzi gialli o di fantascienza, o di fantasy, ha prodotto a proposito delle aspirazioni o delle paure dell’umanità.

Anche se il messaggio in bottiglia di Arendt non è stato raccolto, la cultura degli ultimi sessanta anni è stata fortemente segnata da immagini dell’umanità e da proiezioni sulla post-umanità (robotica o extraterrestre) che hanno manifestato, a partire dalla ricerca di una uscita dalla trappola del pianeta che ci nutre e che ci dà vita, una serie diversa di istanze della modernità borghese e della loro configurazione tardo novecentesca. Di certo è servita la spinta della tecnica nel suo investimento prometeico moderno per pensare di uscire dalla trappola terrestre, ma dietro ad essa c’è lo spettro di una tecnica che ha prodotto la bomba atomica, di fatto l’unica effettiva minaccia alla vita su questo nostro pianeta. La deflagrazione della Bomba ben due volte in territorio giapponese, insieme alle disumanizzanti fabbriche della morte prodotte dal nazismo in Europa, sono state l’emblema di una umanità che si è scoperta vulnerabile, non nel senso del pericolo a cui può essere esposto ciascun essere umano o alla vita come esperienza finita, ma nella misura della specie, del nostro comune essere umani. Nel caso della Bomba, il potenziale di uccisione è quasi inimmaginabile – e il fatto che non abbiamo una grande documentazione fotografica è un dato del totale annientamento che produce; la contaminazione nucleare e la scia di morte che si porta con sé disegnano un territorio inabitabile, del tutto privo di possibilità di sopravvivenza umana e animale. Con la Bomba la Morte diventa immanente e persistente nel tempo.

Con la disumanizzazione della shoah, la ferita che è il vulnus da cui proviene la parola “vulnerabilità” diventa un insulto ontologico, una ferita all’essere stesso della nostra umanità. Sia la Bomba che la shoah, sono eventi ripetibili, per il solo fatto che la tecnica e la capacità organizzativa umana li ha prodotti e serializzati, la loro ripetibilità rende la ferita ontologica insieme all’annullamento della vivibilità di un territorio protratta nel tempo, due segnali-sintomi di una mutazione del senso stesso dell’umanità verso una consapevolezza nuova, quella di una vulnerabilità comune a tutti, perché nessun territorio è al riparo dal rischio di essere sottoposto ad un’azione seriale di distruzione del pianeta che ci dà la vita, come della nostra comune umanità. Lo scrittore David Grossman, ha fatto notare come la parola shoah, in ebraico, in yddish, o in qualsiasi altra lingua parlata dagli ebrei, è per lo più, “ciò che è successo laggiù” e non “ciò che è accaduto allora”, laggiù è un luogo che può essere ovunque e ovunque può succedere quello che è successo laggiù (Kotler, 2011, p. 72).

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