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La vulnerabilità della condizione umana: tra inermità e sopravvivenza

 In PrimoPiano, N. 1 - marzo 2013, Anno 4

Il soggetto ridotto a cosa nei campi di sterminio non aspira neppure a diventare uomo o donna, a lui o lei è stata tolta la condizione ontologica relazionale, è ormai ininfluente la sua permanenza in vita o la sua morte, è ininfluente riprendere le fila della sua vita passata, in modo diverso da quanto analizzato da Weil nell’Iliade, la «lacerazione nell’anima» esperita durante il percorso di permanenza nei campi, è diventata una ferita che non può essere più composta e che segna definitivamente un passaggio antropologico – ciò che è sempre rimasto illogico, è diventato realtà ancora un’altra volta e ancora per mezzo della forza espressa nella guerra. In questo frangente la vulnerabilità, quale segno ontologico e fisico dell’esposizione agli altri, è stata del tutto spazzata via perché paradossalmente totalizzata: l’inerme del campo di sterminio è il totalmente vulnerabile e la sua vita è senza valore alcuno perché è come se egli fosse morto, data la prossimità che ha quotidianamente con la morte, e data l’impossibilità di tornare indietro alla sua condizione di unico e irripetibile, possibilità a cui non riesce più a pensare.

All’essere umano come cosa rimane solo l’esposizione del suo corpo, che è unico, ma che è stato privato per sempre dell’irripetibilità propria dell’identità: ed è come se fosse un qualsiasi altro e non solo se stesso, un qualsiasi altro ridotto a cosa. Come riportare al centro di una domanda etica chi ha perso – perché ne è stato privato in senso duraturo – la sua condizione umana relazionale? Importante è seguire la strada che Weil, Arendt, ma anche Lévinas (1984), Ricoeur (1970) e altri autori ci hanno aperto. Pensare alla vulnerabilità dell’altro è pensare alla nostra vulnerabilità – nel regime di reversibilità che dall’analisi della violenza espressa in guerra emerge come dato ineludibile. Occorre riportare al centro il concetto di vulnerabilità allargandolo alle figurazioni diverse che ha assunto durante la storia del ventesimo secolo e tenendo l’attenzione sull’immagine della fragilità assoluta propostaci dall’inerme pervertito come prodotto del campo di concentramento.

Di fronte a chi ha perso ogni caratteristica di umanità, è il volto inteso ontologicamente come appartenenza alla nostra stessa specie, alla nostra stessa vulnerabilità, che può attivare una risposta di cura. Il fatto umano è quello dell’esposizione all’altro, che è anche non voluta, non cercata, ma che ci capita continuamente e che può sottoporci ad un altro che ci perseguita, che ci offende e ferisce. Ogni azione dell’altro ci interpella e ci suscita una risposta: il problema etico sorge di fronte alla risposta che segue la persecuzione e la violenza. Noi stessi possiamo cedere alla vendetta e alla violenza come risposta. Tuttavia se facessimo così non avremmo preso sul serio il dato di reversibilità e di reciprocità che ci proviene dalla vulnerabilità comune a tutti noi. Occorre riflettere sulla responsabilità individuale di fronte alla violenza che ci tiene uniti come uniti ci tengono la sofferenza e la vulnerabilità, e rifletterci anche tenendo l’occhio attento alle incertezze e alla cupezza dei nostri tempi. L’etica della cura può configurarsi come risposta all’esposizione dell’altro, non tanto perché la cura sia un’assunzione responsabile suscitata dal volto dell’altro, ma perché la capacità di cura fa parte della condizione umana, così come la vulnerabilità.

Sin dall’inizio «unico e immediatamente espressivo nella totalità fragilissima del suo esporsi, il nuovo nato ha infatti la sua unità proprio in questa totale e nuda autoesposizione. Tale unità è già un’identità fisica, visibilmente sessuata, e tanto più perfetta in quanto non ancora qualificabile» (Cavarero, 1997, 54); chi lo accoglie e lo accudisce, si mette nella relazione di cura, che è una relazione circolare. Tralasciando qui le tante complessità del dibattito sull’etica della cura e sul ruolo di cura improntato sulla figura della madre nelle società patriarcali (Gensabella Furnari, 2008), occorre comunque ragionare sulla reversibilità della cura, in una prospettiva di universalizzazione.

 

L’espressione della forza oggi: la figura del sopravvissuto

Abbiamo superato i dieci anni dall’11 settembre 2001 e chiuso un tempo dominato da una nuova consapevolezza, allo stesso tempo sociale, politica, economica, morale: anche se viviamo in paesi relativamente ricchi e pacificati, anche se la guerra, la violenza non attanagliano la nostra quotidianità, siamo comunque fragili, vulnerabili, tutto ci può accadere. Il trauma successivo all’attacco agli Stati Uniti, seguito dalle guerre in Asia e dalle bombe nelle capitali europee (Madrid, Londra), ha aperto una falla definitiva sulla certezza della invulnerabilità di fronte alla guerra.

Tutto quello che nella seconda parte del Novecento ha continuato a caratterizzare la vita di milioni di persone in Africa, Asia, Sud America, ciò che con una parola chiave la filosofa americana Judith Butler chiama la “precarietà della vita”, da quel fatidico 11 settembre 2001, ha fatto con prepotenza la sua entrata negli strati medio ricchi della società nord-americana ed europea.

In questi dieci anni il pensiero politico e la filosofia morale si sono impegnati a lavorare sulla questione della vulnerabilità umana, partendo da un punto fermo dell’antropologia filosofica: la consapevolezza della precarietà non più soltanto del settore lavorativo, ma quale condizione umana. Nietzsche scriveva che l’essere umano è un “animale non definito”, “non stabilizzato”, gli antropologi tedeschi hanno lavorato su questo punto importantissimo della filosofia nietzscheana studiando il rapporto dell’essere umano con l’ambiente esterno, la peculiarità dell’essere umano rispetto agli altri animali individuata come inadattabilità all’ambiente ma come progressiva e massiccia e sociale modificazione dell’ambiente perché con il tempo questo si adattasse alle limitazioni antropologiche. Ma se la spinta progressiva alla trasformazione di fronte alle sempre rinnovate sfide dell’esistenza è stata considerata come l’altra faccia della medaglia della precarietà dell’essere umano, oggi si è spezzato proprio il filo della proiezione in avanti.

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