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L’abuso sessuale femminile sui minori

 In PrimoPiano, Anno 1, N. 4 - dicembre 2010

Il sito Canadian Children’s Right Council[1](Consiglio per i diritti dei bambini canadesi) riferisce che le insidie più comuni per un bambino sono i parenti: le madri in cima alla lista. Ma in realtà chiunque potrebbe rappresentare un pericolo per un bambino come: baby-sitter, vicini di casa, insegnanti ecc.

Le vittime di abusi sessuali materni non si trovano a combattere solo con il dramma del ricordo, ma anche con l’estremo isolamento nel quale si sentono scaraventate; convinte che pochi o nessuno sarà disposto a credere alla verità che portano dentro. L’abuso madre-figlia/o è un argomento che riceve poca attenzione da parte dei ricercatori, servizi di supporto e dai media. Il rapporto sessuale tra madre e figlio/a spesso è accolto con scetticismo o shock da parte di parenti, amici e anche dai professionisti della salute mentale. La società si aspetta che sia l’uomo a macchiarsi del crimine più turpe che l’umanità abbia mai conosciuto, certamente non la madre. L’abuso sessuale è da sempre invischiato nel contesto del potere maschile e dell’aggressività. Quest’ultima viene spesso considerata strettamente collegata al primo.

 

Il profilo socio-psicologico

Le principali cause scatenanti l’abuso sessuale materno possono essere: la separazione, l’abbandono e la perdita del coniuge. Alcune donne possono essere state a loro volta vittime di abusi intrafamiliari come abusi emozionali, maltrattamento fisico e/o incuria, traumi che possono aver contribuito all’emergere di un sentimento di rivalsa per quell’innocenza rubata. Dopo anni di violenze subite, nell’età adulta può nascere in loro il desiderio di dimostrare agli altri, ma soprattutto a se stesse, la propria femminilità ricoprendo un ruolo attivo, scegliendo la vittima tra le vittime, i loro figli. Altre cause possono essere individuate nell’assenza di una figura parentale durante l’infanzia o nella responsabilità precoce nel dover sostenere economicamente la famiglia. Depressione, sentimenti di alienazione e isolamento, un passato di attività sessuale compulsiva o indiscriminata, abuso di alcool e/o sostanze stupefacenti. Matthews chiama questa tipologia il “tipo predisposto”, in cui l’abuso su minore in età adulta, è facilitato da abusi sessuali subiti nella propria famiglia d’origine. La causa dell’abuso può essere attribuita più ad aspetti situazionali o ambientali che a caratteristiche individuali. Gli abusanti di questo tipo possiedono una personalità immatura perché spesso si trovano ad anteporre le proprie esigenze a quelle dei propri figli, e cercano da loro, sostegno emotivo; meccanismo che spesso porta a un rovesciamento di ruoli (Mitchell e Morse, 1998; Rosencrans, 1997).

Secondo l’opinione di Finkelhor e Araji, l’eccitazione sessuale si riferisce alla risposta fisiologica suscitata da pensieri o azioni sessuali con minori, e può in parte essere il risultato di un condizionamento da precedenti esperienze traumatiche. Per blocco ci riferiamo a un’incapacità di soddisfare i bisogni sessuali o emotivi attraverso relazioni eterosessuali/omosessuali adulte, per motivi di sviluppo o situazionali. La disinibizione può essere aggravata da fattori di stress ambientali e personali. La madre abusante spesso non possiede una ben chiara demarcazione riguardo ai confini da rispettare nel rapporto con i propri figli. Molte volte la figlia abusata può essere percepita come un’estensione fisica del proprio corpo. Le vittime rischiano di non riuscire ad attribuire un senso al proprio sé, come persona emotivamente, fisicamente e sessualmente “altra” rispetto alla figura abusante (Rosencrans, 1977; Fitzroy, 1997).

Tra le donne abusanti, non devono essere comprese solo quelle che in prima persona si macchiano del crimine, ma anche coloro che per paura di essere abbandonate dal compagno/coniuge, cedono la propria figlia come dono sessuale[2]. In questa relazione incestuosa che ha il sapore di un patto demoniaco, il legame ancestrale tra madre e figlia assume l’aspetto necrotico di un tessuto familiare impossibile da ricostruire. Una delle principali motivazioni addotte dalle stesse donne è la paura di essere lasciate dal partner, e per impedire che ciò avvenga sono disposte a soddisfare ogni sua richiesta, spingendosi anche al di là del limite, costringendo i propri figli a partecipare alle attività sessuali della coppia. Questa tipologia di donne può essere ricondotta al disturbo di personalità dipendente, contraddistinte cioè da grande vulnerabilità ed estremo bisogno di essere amate. Si legano affettivamente in modo intenso a figure inappropriate e si rivelano smodatamente dipendenti dalle decisioni altrui, bisognose di rassicurazioni e in preda a terrori abbandonici.

La terza tipologia di donna che può definirsi responsabile dell’abuso ai danni di uno o più dei suoi figli, è la madre “ambivalente”. È una madre consapevole degli abusi che il padre biologico dei suoi figli o il compagno mette in atto. È una donna e una madre vile, che non ha il coraggio di prendere una posizione, teme la disgregazione della famiglia a causa di una possibile carcerazione del proprio partner e ripercussioni economiche. L’ultima tipologia di madri che vivono l’abuso intrafamiliare nel silenzio delle mura domestiche è rappresentata dalla madre “poco protettiva”, che priva il proprio bambino di qualsiasi sostegno affettivo. Spesso si rivelano personalità fragili, con esperienze di depressione, vittime di abusi emotivi, trascuratezza o addirittura abuso sessuale nella propria infanzia e/o adolescenza. Possono essere assoggettate al partner perché violento nei loro confronti. La paura interiorizzata in anni di deprivazioni e violenze, atrofizza la loro capacità di carpire gli abusi e di agire per opporvisi. Come afferma Furniss: «l’incesto e l’abuso continuato a lungo termine sono improbabili in una famiglia con un rapporto madre/figlia improntato a sentimenti di fiducia e protezione» (Everson, 1997).

 

Le risposte della vittima all’abuso

Vittime di abusi materni, quando decidono di confidarsi con qualcuno riguardo all’orrore subito proprio da quelle braccia “protettive”, vengono spesso attaccate con frasi del tipo: «Lei è pur sempre tua madre, dovresti provare a parlarle». Tendono a sentirsi molto confuse riguardo al significato attribuito all’esperienza subita. Le risposte all’abuso possono configurarsi mediante la negazione della violenza: «Mia madre non avrebbe mai fatto una cosa del genere a me, sono la/il sua/o bambina/o», o attraverso la minimizzazione dell’abuso: «Come poteva essere cattiva. Il suo modo di agire non era violento».  Per le vittime, la duplice immagine della madre come fonte di vita e allo stesso tempo di morte “potenziale”, così come l’identificazione con l’abusante come donna e madre, può essere fonte di grande dolore e angoscia (Rosencrans, 1997; Fitzroy, 1997).

Altre vittime invece colpiscono duramente questi comportamenti, percependo peggiore l’abuso perpetrato dalle madri, rispetto a quello paterno. Una ragazza abusata dal padre dall’età di cinque anni con rapporti sessuali completi e rapporti orali durati fino all’età di undici anni, ha riferito in seguito che le violenze subite da suo padre sono state meno invasive di tutti gli abusi sessuali che fu costretta a subire dalla madre e dalla nonna (Denov, 2004).

Si percepisce quel senso profondo di tradimento quando l’abusante è la madre perché è come se non esistesse più un posto sicuro in cui rifugiarsi, è come se non esistesse più nessuna persona verso la quale tendere le braccia per essere consolati e rassicurati dalle paure del mondo esterno. Come dice Alice Miller, il ricordo del dolore subito è così difficile da superare che l’autoinganno è sempre in agguato.

Per il bambino maltrattato è impossibile vivere in maniera cosciente le violenze subite che vengono immagazzinate sotto forma di reminiscenze inconsce. L’autoinganno sta nel fatto che, anche se non è consapevole della sofferenza passata, i ricordi immagazzinati cominceranno a premere a poco a poco, e come truppe nemiche cercheranno di abbattere le mura cinte che i nostri meccanismi di difesa erigono per proteggerci. Queste spinte che vengono dal profondo, a volte inducono l’adulto a mettere in atto scene già vissute, e come in un déjàvu la violenza tende a riproporsi in una sequela instancabile atta ad esorcizzare le paure mai sopite. Nelle vesti del carnefice si ritrova a ripetere quegli atti brutali, permettendo così alle sue inquietudini di placare il loro grido.

A volte, quando le vittime di abuso materno riescono ad ammettere a se stesse la relazione incestuosa con la figura di attaccamento, una delle soluzioni per liberare se stesse dalla visione di una madre orrifica, è trasferire la colpa sulla propria persona, come se dicessero: «se mia madre mi ha fatto questo ci deve essere qualcosa di sbagliato in me, perché lei è mia madre, non avrebbe agito così se non lo avessi meritato». Questo meccanismo di difesa assunto da molte vittime adulte di abuso intrafamiliare, è un processo inconscio, un bisogno di protezione che consiste nell’identificazione con la figura dell’aggressore. Nell’incapacità di comprendere perché è costretta a subire quelle violenze, la vittima cerca inconsciamente di giustificare il suo aggressore sminuendo l’atto aggressivo, rendendo così, l’esperienza meno traumatica. È la Sindrome di Stoccolma[3], con una maggiore probabilità di manifestarsi tanto più a lungo si è perpetrato l’abuso, quanto più la vittima è giovane e di sesso femminile.

Se l’autrice dell’abuso percepisce se stessa come una vittima delle circostanze o del proprio compagno, il vero oggetto della violenza, il bambino, potrebbe provare compassione nei suoi confronti con conseguente paura di perderla. Questa dinamica rende assai difficile per le vittime vedere la propria madre come la vera responsabile del trauma.

Alcune persone hanno l’abitudine a creare un’immagine dell’altro, facendo riferimento a categorie estreme, cioè come buono o cattivo. Per i bambini questa modalità di pensiero rappresenta la norma. Per le vittime di questi abusi, questo comune codice di ragionamento può guidare il loro comportamento per tutta la vita, impadronirsi di loro, destabilizzando la loro intera esistenza.

Mentre i padri incestuosi possono servirsi della violenza instaurando in famiglia una sorta di clima del terrore, la madre incestuosa raramente si mostra violenta; il ruolo di madre le è sufficiente a manipolare il proprio bambino inducendolo in maniera subdola a fare ciò che le sue perversioni pretendono. In alcuni nuclei familiari invece, il padre può essere percepito come un estraneo dalla madre; quest’ultima vedendosi come l’unica figura genitoriale in grado di accudire i suoi figli, potrebbe sviluppare un rapporto morboso, come se detenesse un diritto esclusivo sui bambini. In altre situazioni invece, il marito/compagno della donna può essere violento, e il figlio maschio può sentirsi in diritto di difendere la madre dalle aggressioni, diventandone anche l’amante. In entrambi i modelli familiari disfunzionali, il bambino è costretto a subire un ribaltamento di ruoli, non più come oggetto di cure da parte soprattutto della figura materna, ma come adulto desideroso di compiacerla, rassicurarla e proteggerla.

A causa di questo cambio d’“abito”, la violenza subita prima o poi prenderà il pagamento del proprio pedaggio. Senza rendersene conto potrebbe diventare un uomo molto remissivo, sentendosi in dovere di proteggere la propria partner sessuale come faceva da bambino con la propria mamma. Alcuni uomini, vittime di abusi durante l’infanzia/adolescenza, scelgono di difendersi dal ricordo traumatico attraverso un atteggiamento di costante stato di collera o di rabbia, unica emozione considerata socialmente accettabile per loro. Un atteggiamento potrebbe essere quello avversativo nei confronti di tutte le donne indistintamente, diventando manipolatore, maniaco del controllo, inaffidabile e violento. Molti altri affrontano l’abuso annebbiando i ricordi con l’abuso di alcool, sostanze stupefacenti, evitando addirittura i rapporti intimi; intorpidendo i loro sentimenti, si costringono a non vedere le cicatrici, cadendo preda della depressione e dell’ansia.

Molte donne abusate dalle proprie madri vedono riflessa nei loro occhi l’immagine della propria figura di attaccamento, costringendosi a vivere un’esistenza triste sia come donna che come madre. Possono sviluppare la convinzione di poter rappresentare un pericolo per i bambini e di non poter restare sole in loro compagnia. Questo sentimento d’inaffidabilità può indurle a desistere dal diventare mamme.

 

Le risposte della società all’abuso

Oltre ai fattori precedentemente evidenziati, ce ne sono altri che contribuiscono a rendere difficoltosa l’individuazione di questo tipo di abuso:

  • prove fisiche dell’abuso difficili da individuare attraverso un esame medico di routine;
  • percezione da parte della madre abusante di non essere affetta da nessun tipo di disturbo.

Sul piano fisico gli abusi delle madri sui figli sono molto difficili da smascherare, camuffati dietro la pratica delle cure e dell’affettività materna. Molte azioni come i bagni, i lavaggi intimi, le applicazioni, in eccedenza, di creme sui genitali dei bambini di entrambi i sessi, possono nascondere desideri incestuosi, difficili da ammettere anche per la donna che li prova. Poi con l’avanzare dell’età del bambino la madre può iniziare anche a condividerne il letto, giungendo perfino al rapporto completo.

Hilary Aldridge afferma che nei tribunali vi è spesso una tendenza a vedere la donna come vittima di una controparte maschile. Ma questo non è sempre vero, anzi a volte avviene proprio il contrario, perché quando si riscontra un comportamento fortemente perverso in una coppia è possibile che non solo la donna sia una complice ma che ricopra anche il ruolo più aggressivo (Philby, 2009).

Contrariamente al pensiero di molti autori che suggeriscono che l’abuso sessuale madre-figlia si verifichi in presenza di un co-autore di sesso maschile, che di solito è il partner della madre (Davin, 1999; Faller, 1987), nello studio effettuato da Myriam Denov (2004) non vi è traccia della figura padre/patrigno come co-autore del reato sessuale. I risultati della ricerca nella quale tutti e 15 i partecipanti maschi e femmine hanno riferito di essere stati vittime di abuso sessuale dalla sola figura materna, contribuiscono a far cadere la visione della donna abusante costruita esclusivamente all’interno del meccanismo di coppia e spesso, non attraverso il ruolo di corresponsabile, ma di figura costretta dalla personalità maschile dominante. Quando ciò accade, la morale comune si palesa molto più indignata di quanto possa esserlo nel caso in cui sia la figura paterna a essere identificata come abusante. Prova della violazione delle aspettative sociali creatisi in centinaia di anni attorno alla figura femminile e materna. Purtroppo questa reazione mostra anche quanto scarse siano le aspettative che la società nutre verso il ruolo paterno di cura e protezione.

 

Quando il pregiudizio ostacola la comprensione e la rielaborazione del trauma

Anche se casi di abuso sessuale femminili su minori sono stati documentati a partire dal 1930 le colpevoli sono rimaste ben nascoste. È solo a partire dalla metà degli anni Ottanta che un ristretto gruppo di donne colpevoli di abuso sessuale su minori viene descritto nella letteratura scientifica, e solo dal 1990 il fenomeno viene esaminato in modo più sistematico (Bender, Blau, 1937; Chideckel, 1935; Hislop, 2001).

Robert Shoop, professore di diritto alla Kansas State University e autore di “Sexual Harassment on Campus: A Guide for Administrators, Faculty and Students” afferma che la società non percepisce come stupro l’attività sessuale di una donna adulta con un minore di sesso maschile, questo è uno dei motivi per cui le vittime di abuso sessuale femminile non chiedono aiuto. C’è quasi la sensazione che un ragazzo dovrebbe essere orgoglioso di aver fatto sesso con la baby-sitter all’età di undici anni (Denov 2003). Se una donna rivolge avance sessuali a un ragazzo adolescente, tende a essere vista come un’opportunità rara ed eccitante che nessun “vero uomo” dovrebbe lasciarsi scappare, anzi dovrebbe mostrarsi riconoscente. In effetti, in alcuni ambienti è considerato un buon modo per introdurre i ragazzi alla sessualità. Alcuni padri credono che iniziare i loro giovani figli alla prostituzione sia un modo corretto di guidarli verso il ruolo sessuale adulto.

Quando parliamo di abuso al femminile, una delle tipologie più frequenti è quella dell’“insegnante/amante” che si dimostra essere una figura fortemente manipolativa. Robins dice che soggetti del genere sanno bene come “avvicinarsi” a uno studente, magari premiandolo con voti più alti, fornendogli sostegno e comprensione, tutto questo in maniera molto graduale, aumentando la quantità di contatto a poco a poco. Questo “abbordaggio” progressivo serve a testare la reazione e l’accettazione del ragazzo a subire attenzioni particolari da parte dell’insegnante. Con l’andare del tempo i contatti si fanno sempre più frequenti e ingerenti, verificando così la capacità del ragazzo di mantenere il silenzio, desensibilizzando inoltre lo stesso attraverso contatti sessuali sempre più intrusivi.

Coinvolgendo i ragazzi attraverso pratiche inappropriate alla loro età, cercano, adottando un atteggiamento seduttivo, di renderli responsabili di ciò che accade loro. Il loro scopo è quello di convincere la morale comune che in fondo non si sono mai ribellati con un vero e proprio “no!”.

Scelgono ragazzi più vulnerabili, in cerca di attenzione e di omologazione con l’ambiente circostante, caratteristiche che questi probabilmente faticano a trovare nel proprio nucleo familiare. Le predatrici sessuali che rientrano in questa categoria, mirano a ottenere una posizione di potere e di controllo sulla loro vittima, desiderando essere da questa ammirate.

In età prepuberale e adolescenziale, i ragazzi sono facilmente manipolabili proprio a causa dell’autostima in costruzione, della confusione e delle insicurezze, ulteriormente rafforzate dall’esperienza che li ha visti protagonisti. L’adolescenza è un’età di passaggio, di transizione, una fase difficile nella quale ci si allontana dai propri genitori per costruirsi una propria identità, nuova e più indipendente; la ribellione intesa come processo normale per l’evoluzione psicosociale dell’adolescente, favorisce l’abuso.

L’abuso può durare anche diversi mesi, anni, poiché quando i ragazzi tentano l’acting-out, raramente vengono creduti. Nelle scuole elementari le donne abusanti hanno un profilo personologico molto rassicurante e dal punto di vista professionale possono essere anche molto qualificate. A causa della differenza di potere, la differenza di reputazione tra l’educatrice e il bambino, l’indole recitativa dei bambini/ragazzi, molte testimonianze da parte di quest’ultimi possono venire ignorate, essere oggetto di un’attenzione minima o addirittura criminalizzate.

Secondo Hislop queste donne sono spesso sole e arrabbiate, hanno difficoltà a instaurare rapporti con gli uomini, hanno scarsa conoscenza delle norme sessuali e sentimenti irrisolti riguardo a possibili abusi subiti durante l’infanzia (Strickland, 2008). Un importante elemento che gioca a favore delle donne abusive, è l’incapacità di comprendere come una donna possa essere in grado di costringere un minore ad intrattenere un rapporto sessuale. Joe, un ragazzo abusato dalla propria madre, ha dichiarato che ciò che ha reso ancora più difficile l’accettazione del suo comportamento aberrante è la risposa positiva che il suo corpo di adolescente ha avuto. Adesso che è un uomo adulto ancora non è in grado di rielaborare quella ferita; sente la colpa su di sé a causa di quelle sensazioni di piacere che, secondo lui, non avrebbe mai dovuto provare[4].

Ha implicazione potenzialmente pericolose sia per le vittime che per le donne stesse apostrofare le insegnanti sessualmente abusanti come “insegnante/amante”, soprattutto se consideriamo che non vi è alcuna etichetta corrispondente per i trasgressori di sesso maschile.

 

Statistiche del fenomeno e percezione sociale

Nonostante la pochezza di ricerche interessate ad affrontare gli effetti a lungo termine degli abusi femminili, studi più recenti hanno rivelato che la gente comune e i professionisti che lavorano nel settore del benessere dell’infanzia, percepiscono l’abuso sessuale da parte delle donne come relativamente innocuo rispetto ad abusi sessuali perpetrati dagli uomini. Broussard, Wagner, e Kazelskis (1991) hanno svolto una ricerca coinvolgendo 180 studentesse e 180 studenti universitari riguardo la loro percezione in merito agli effetti dell’abuso sessuale femminile sui minori. I partecipanti tendevano a considerare l’interazione di una vittima di sesso maschile con un autore di sesso femminile, come meno rappresentativa dell’abuso sessuale infantile. Essi ritenevano inoltre che, per le vittime maschili di abuso femminile l’esperienza risulterebbe meno traumatica rispetto ad un minore di sesso femminile vittima di abuso da parte di un maschio adulto. Allo stesso modo, dalle ricerche di Finkelhor (1984)[5], è emerso che i partecipanti al sondaggio nell’aria metropolitana di Boston, tendevano a considerare le offese sessuali delle donne come relativamente insignificanti. Il campione era composto da 521 genitori, ai quali fu chiesto il loro parere circa la gravità dei diversi tipi di abusi sessuali. I risultati vedevano le azioni delle donne adulte nei confronti delle vittime di sesso maschile e femminile come meno abusive di quelle degli adulti di sesso maschile nei riguardi di vittime di entrambi i sessi.

Una ricerca di Myriam Denov all’Università di Ottawa, titolata “The Long-Term Effects of Child Sexual Abuse by Female Perpetrators: A Qualitative Study of Male and Female Victims[6] (Effetti a lungo termine dell’abuso sessuale minorile da parte di autori femminili: uno studio qualitativo sulle vittime maschili e femminili), ha messo in evidenza che:

  • l’età media di esordio degli abusi sessuali femminili è di cinque anni, conclusisi in media all’età di dodici anni, con una durata media di sei anni;
  • il 36% ha dichiarato di essere vittima di abusi sessuali più di una volta a settimana, il 21% ha dichiarato di essere abusato una volta a settimana, il 29 per cento una volta al mese. Il 14% ha segnalato un solo incidente di abuso.

Tuttavia, tutte le vittime che hanno riferito di aver subito abusi sessuali da uomini e da donne hanno dichiarato che l’abuso sessuale da parte delle donne è stato per loro più dannoso e traumatico rispetto a quello maschile. La totalità delle ragazze facenti parte della ricerca ha ammesso di percepire una forte diffidenza verso le donne a cagione delle esperienze di abuso sessuale subite. Il 29% di loro ha riferito di aver abusato sessualmente di alcuni bambini anche se non sono mai state incriminate.

Un recente rapporto sugli abusi sessuali a New York City, indica che il 60% dei dipendenti pubblici accusati di abusi sessuali è stato trasferito presso gli uffici all’interno delle scuole, e il 4% di questi insegnanti è ricaduta nel comportamento recidivo. Tra le 28 vittime di abuso sessuale femminile intervistate dal giornalista Stone, sette di loro sono diventate tossicodipendenti, quattro alcolisti, tre prostitute, due autolesionisti (con tagli sulle gambe e sulle braccia provocati con aghi e rasoi), sei affetti da disturbi alimentari, un soggetto affetto da disturbo dissociativo di identità e un caso di abbandono scolastico. Tutti, anche se in momenti diversi, hanno vissuto stati depressivi (Campanile e Montero, 2001).

Secondo il Dipartimento di giustizia americano le donne sono responsabili di sei mila reati sessuali ogni anno. Un totale di 1,6 milioni di uomini e 1,5 milioni di donne sono state vittime di abusi sessuali da parte di donne quando erano bambini[7]. Il campione dei soggetti sotto analisi ha inoltre fornito informazioni riguardo al rapporto tra l’abusante e la vittima. I risultati più recenti ci confermano l’esistenza di un rapporto di conoscenza preesistente l’abuso (Saradjian, 1996; Denov, 2004; Elliott, 1997). La maggior parte degli autori di reati di sesso femminile tra i ventidue e i trentatre anni occupano posizioni professionali come impiegate o dirigenti, e non si riscontra presenza di malattia mentale.

Secondo il Department of Health and Human Services Administration on Children, Youth and Families (Dipartimento di Salute e Amministrazione dei Servizi Umani sui bambini, i giovani e le famiglie), il 62,3% degli autori di abusi su minori e il 62,8% degli autori di omicidio di bambini sono donne. È stato costatato, che tanto più è bassa l’età del bambino tanto più è probabile che il suo violentatore/omicida sia di sesso femminile (Greco, Maniglio, 2009).

Altre ricerche mettono in evidenza come la vasta rete di Internet possa essere una potente risorsa per coloro che cercano aiuto. La ricercatrice Judith Reisman è in realtà preoccupata per l’aumento dei pedofili di sesso femminile che utilizzano la rete per adescare le loro vittime[8]. Un sito web ad esempio “baci di farfalla”, “celebra” il rapporto erotico tra donne e ragazze ed è collegato alla NAMBLA, la North American Man-Boy Love Association, campagna che promuove i rapporti consensuali tra uomini e minori.

 

Riflessioni conclusive

La dottoressa Lisa Bunting della NSPCC (National Society for the Prevention of Cruelty to Children), sostiene che l’accettazione sia il primo passo. Ci si può sentire a disagio nel pensare che le donne, che tradizionalmente ricoprono un ruolo educativo e di assistenza, possano abusare di minori, ma dobbiamo prendere coscienza che ci troviamo di fronte ad un fenomeno in continua crescita[9].

Come società abbiamo il dovere di smettere di negare questa realtà, permettendo così ai sopravvissuti di dotarsi di maggiori risorse linguistiche per dare un senso alla propria sofferenza. Il riconoscimento dell’avvenuto abuso permette di tutelare i minori vittime. In caso contrario, quest’ultimi possono essere doppiamente a rischio nel momento in cui rimangono esclusi dalla sfera di attenzione e dall’intervento psicologico e legale. Un aspetto importante da prendere in considerazione è che in una famiglia, la madre può aver abusato di tutti i figli, e non tutte le piccole vittime possono sentirsi pronte a rivelare al mondo esterno quelle esperienze che sono state costrette per anni, a tenere sotto chiave. La denuncia di comportamenti abusanti da parte di uno dei figli, può facilmente perdere valore di fronte alla negazione degli altri fratelli abusati e non.

L’adozione di un approccio che vede l’abusante principalmente come il bambino vittimizzato che è stato in passato, risulta dannoso sia per gli autori del reato che per le vittime. Il processo di minimizzazione della realtà può avere un effetto certamente negativo sulla tipologia di trattamento che il reato dovrebbe ricevere.

Per quanto riguarda la vittima, sottovalutare la portata dirompente di questi abusi li trasforma in facili prede della confusione e dell’isolamento, come se la loro esperienza rientrasse in una trama più facile da districare rispetto ad abusi perpetrati da soggetti di sesso maschile. A differenza di quanto si è sempre pensato, l’abuso sessuale femminile e quello materno in particolare, è più dannoso rispetto a quello maschile. Resosi colpevole di viziare e sovvertire le maggiori aspettative di fiducia che i minori nutrono verso la figura femminile, e a causa del trauma secondario che incontrano le vittime nel momento in cui si tende a confutare l’esternalizzazione dell’abuso vissuto.

Le organizzazioni che lavorano con i bambini, dovrebbero impegnarsi maggiormente nelle assunzioni formali e nelle procedure di selezione atte a indagare, senza discriminazioni, personale di sesso femminile e maschile, sia che questo venga assunto a tempo indeterminato, che sia un lavoratore occasionale o un volontario.

 

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[1] http://www.candiancrc.com/Child_Abuse/Child_Abuse.aspx

[2] Secondo l’articolo 609 bis codice penale, si macchia del delitto di violenza sessuale: chiunque, con violenza o minaccia, o abusando della propria autorità, costringa taluno a compiere o subire atti sessuali; chiunque induca taluno a compiere o subire atti sessuali abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica che affliggono la persona offesa al momento del fatto; chiunque induca taluno a compiere o subire atti sessuali traendo in inganno la persona offesa per essersi sostituito ad altri. La legge italiana non prevede solo la presenza di un atto costrittivo, ma anche induttivo, cioè la costrizione non solo fisica ma anche psicologica operata ai danni del minore.  Il reato di violenza sessuale è punito con pene particolarmente aspre quando la vittima non abbia compiuto ancora i 10 anni. È, altresì, aggravato se i fatti siano stati commessi nei confronti di un minore che non abbia ancora compiuto i 14 anni, oppure i 16 ove il reo sia il nonno, il genitore (anche adottivo) o il tutore.

[3] Il termine deriva da una rapina avvenuta a Stoccolma il 23 agosto 1973, in cui due evasi entrati in una banca per una rapina, vengono costretti dalle forze di polizia ad asserragliarsi nella banca dopo aver preso in ostaggio quattro impiegati. Saranno proprio questi a frapporsi fra i rapitori e la polizia al momento della liberazione. Durante il processo, le vittime prendono la difesa dei rapitori. Una degli ostaggi, dopo il processo sposa uno di loro.

[4] http://female-offenders.com/Safehouse/2008/07/mother-son-sexual-abuse.html

[5] The Free Press, New York, pp.69-86, 1984.

[6] Journal of Interpersonal Violence, Vol. 19, N.10, ottobre 2004, pagg. 1137-1156.

[7] Ibidem.

[8] http://www.drjudithreisman.com/archives/2010/08/abusing_childre.html

[9] http://female-offenders.com/Safehouse/2009/09/female-sexual-predators.html

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