Manipolatori seriali della mente

 In Sotto il Segno del Culto, N. 1 - marzo 2010, Anno 1
Il reclutamento

Il reclutamento, oggi, avviene principalmente in quattro modi: 1) Qualcuno che bussa alla porta di casa; per strada, in stazioni o aeroporti; avvicinati “per caso” da reclutatori “professionisti” altamente addestrati. 2) In contesti famigliari per la potenziale recluta: a scuola, a casa, nei caffè, sul lavoro, agli avvenimenti sportivi, in chiesa. 3) Attraverso attività organizzate dal culto: conferenze, cene, seminari di valorizzazione personale, ecc. 4) Attraverso Internet

È bene precisare che nessuno pensa di entrare in un culto distruttivo. Le persone non sospettano nemmeno lontanamente di essere reclutate: credono di entrare in gruppi interessanti che promettono di soddisfare i loro bisogni più intimi. Il fatto è, che troppo spesso viene cercato nella religiosità un rifugio ai propri malesseri esistenziali, usando il credo come un ansiolitico o un anestetico: uno scudo ai mali della vita.

È importante capire che il reclutamento non avviene per caso. Quale sia stato l’approccio iniziale, il contatto personale viene prima o poi stabilito e il reclutatore inizia a cercare di conoscere tutto ciò che può riguardare il potenziale adepto: speranze, sogni e paure ma anche le frequentazioni, il lavoro e gli interessi. Più informazioni un reclutatore è in grado di raccogliere, maggiore sarà per lui la possibilità di manipolare. È all’interno di quelle informazioni che il reclutatore troverà la “materia prima” per intercettare i “punti deboli” del suo interlocutore. Desideri e ansietà che, se anche non espressi esplicitamente, sono terreno propizio per un “lavoro manipolatorio”. Potenzialmente, perciò, qualunque persona può essere reclutata in un culto distruttivo, comune è il bisogno di amore, di amicizia, di attenzione e di approvazione; inoltre la necessità di considerarsi mentalmente invulnerabili rende sicuramente meno attenti verso i messaggi reclutativi. Complice anche il bisogno di credere di avere la propria vita sotto controllo: la sensazione che gli eventi possano sottrarsi al nostro dominio non ci piace, e così tendiamo a razionalizzare e giustificare qualsiasi cosa ci riguardi affinché, essa, acquisti un senso

Nel gruppo le persone trovano spiegazioni in un linguaggio scorrevole e accattivante, ogni problema trova giustificazioni semplici e rassicuranti. Sono persuasi di trovare nel credo tutte le risposte agli interrogativi endemici dell’umanità; così finiscono incatenati a un’ideologia che giorno dopo giorno li rende schiavi delle loro nuove “certezze”. La “verità” diventa, di fatto, la loro prigione.

La completa integrazione al gruppo si realizza a tappe, con una regia attenta a che ogni interesse sia sufficientemente riservato agli specifici bisogni dell’individuo. La sua immaginazione in questa fase viene sovraeccitata, subendo il fascino delle molteplici scoperte che ogni giorno sembra fare. Il neo adepto, pensa di aver trovato finalmente un gruppo dove gli viene donata amicizia istantanea da parte di una “famiglia” premurosa, nonché rispetto per i suoi apporti: “subisce” inconsapevolmente il classico “bombardamento d’amore”.

Attraverso un programma quotidiano organizzato, crede di impadronirsi continuamente di abilità nuove e per di più “esclusive” del gruppo; conoscenza personale che gli permetterà di migliorare la sua personalità e intelligenza e acquisire una nuova e migliore identità, così da aspirare ad una posizione sempre più rispettabile. Viene persuaso che nel gruppo troverà pace e sicurezza e le risposte adatte alle proprie esigenze spirituali. Diviene propria l’idea che quel particolare gruppo, al quale adesso si associa, rappresenti un progetto unico per il miglioramento politico, sociale o personale e che in seguito ‑ grazie anche al suo impegno ‑ l’intero mondo sarà migliore. Tutte cose che, se vissute attraverso relazioni interpersonali sane, porterebbero l’individuo a una crescita autentica e soddisfacente della propria personalità. La grande beffa sta proprio qui. Il bisogno naturale dell’uomo a dare il suo contributo al miglioramento della sua realtà sociale, affinché la sua vita acquisti un senso, viene imbrigliato, dirottato e incanalato, prodominus dai culti abusanti.

Passato il primo periodo, nel quale tutto sembra stupendo e eccitante, per l’adepto arriva il tempo delle “responsabilità”; egli ora è in grado di comprendere appieno quello che ci si aspetta da lui quale “leale sostenitore”. Adesso per lui, la vita andrà assumendo sempre più toni grigi, carica di “doveri”, di stenti e sacrifici. Tuttavia non è più in grado di vedere le cose svincolate dal condizionamento subito, così, anche se molti affermano di essere felici, la realtà è ben diversa. I divieti, le imposizioni, il totalitarismo assoluto spingono sempre più l’adepto in un circolo vizioso fatto di sensi di colpa, di angoscia e paura. Finisce per vivere in un mondo irreale, creato dal gruppo. I membri di un culto abusante improntano tutto il loro tempo al reclutamento e al perfezionamento della loro appartenenza.

Onestà e irreprensibilità, verso il culto, sono le mete da raggiungere per ogni “fedele” degno di questo nome. Obbligatorio quindi confessare al leader, ogni azione non perfettamente conforme alla dottrina, ogni pensiero non completamente allineato. Contemporaneamente, però, vengono incoraggiati a imbrogliare e manipolare i non membri. Un gergo interno ridefinisce realtà e moralità: “fratelli”, “salvati”, “puri”, “illuminati”; e il suo contrario: “infedeli”, “dannati”, “impuri”, “negativi”. Un linguaggio inteso a giustificare il doppio standard etico, rendendo accettabile l’inganno nei confronti dei non membri, introducendo termini come “stratagemma trascendentale”, “parlare ai babilonesi”, “strategia di guerra teocratica”, “inganno divino”.

Lo stato delle cose, osservabile dall’esterno, è così costituito da gruppi di persone inconsapevoli dell’effettiva struttura finanziaria cui appartengono e per cui operano, spesso duramente, sacrificando tempo, mezzi, aspirazioni e prospettive. E ciò nonostante si dichiarano felici. Sì, un “felice” investimento alla cieca, dove nessuno prevede consensi informati.


Isolamento dalla famiglia

Molti dei culti totalitari costruiscono ad arte, come strategia di reclutamento, dottrine che inducono negli affiliati comportamenti che generano come naturale esito opposizione da parte dei famigliari. Questa strategia, serve ai leader per provocare incomprensione tra la famiglia e l’adepto. Ben presto all’interno della famiglia, l’inconciliabilità dei due mondi diventa un dato di fatto, il dialogo si interrompe e allora unico riferimento per l’adepto diviene il gruppo, dove egli è convinto di poter trovare “vera” comprensione e “affetto”; di conseguenza l’adepto si allontana dalla famiglia sempre di più anche affettivamente. È a questo punto che il “cerchio” si chiude: isolato da parenti e amici, visti adesso come potenziali nemici, l’individuo si trova fuori dalla società reale, psicologicamente pronto a adottare come nuova famiglia il gruppo di appartenenza e ad incamerarne i metodi e i comportamenti come gli unici accettabili.

Paradossalmente, le critiche mosse al gruppo, non faranno altro che rafforzare la convinzione che la sua visione del mondo sia più che fondata.


Una dinamica di gruppo

La forma di controllo mentale praticata dai culti distruttivi è un processo a carattere sociale. I metodi usati vanno dai procedimenti ipnotici alle dinamiche di gruppo, che spesso, coinvolgono molte persone a loro volta pronte a replicare il processo.

Ogni individuo, di solito, tende alla coerenza con se stesso. Le sue opinioni e i suoi atteggiamenti mirano ad armonizzarsi con la conoscenza, o credenza che egli ha di se stesso o del mondo che lo circonda. In presenza di un’incoerenza tra ciò che egli crede e ciò che fa, l’individuo prova un forte disagio psicologico, che lo spingerà a ridurre questa incoerenza per ottenere di nuovo un comportamento coerente con se stesso. Egli, in seguito, non solo tenderà a ridurre il suo comportamento incoerente, ma eviterà situazioni e conoscenze che aumenterebbero probabilmente il suo sentirsi incoerente.

Prendiamo l’esempio del fumatore che sa che il fumo fa male. Questa sua consapevolezza è certamente dissonante con il fatto che continua a fumare. Per ridurre questa sua incongruenza, egli, può agire in due modi: smettere di fumare, ovvero, cambiare il proprio comportamento, in accordo con la cognizione; oppure modificare la propria opinione sugli effetti del fumo. Semplicemente convincersi che il fumo non ha alcun effetto deleterio, almeno non più di quanto possano averne l’inquinamento o le sofisticazioni alimentari.

L’individuo orientando il cambiamento della sua consapevolezza avrà ridotto o perfino eliminato la dissonanza tra ciò che fa e ciò che sa. È proprio facendo leva su questa esigenza di coerenza che i culti distruttivi, manipolando le informazioni, mirano e riescono a indurre acquiescenza nelle persone.

«La mente umana ha bisogno di schemi di riferimento per strutturare la realtà. Cambiate lo schema di riferimento e l’informazione in arrivo verrà interpretata in un altro modo (…) Il nostro sistema di credenze ci permette di interpretare le informazioni, prendere decisioni e agire secondo ciò in cui crediamo. Quando le persone vengono sottoposte a processi di controllo mentale, la maggior parte di esse non dispone di schemi di riferimento per tale esperienza e di conseguenza accetta quelli forniti dal gruppo» (Hassan 1999).

Infatti, secondo la teoria di Leon Festinger, studioso di psicologia sociale, la tecnica di “cambiamento” degli schemi di riferimento, consiste nel creare una dissonanza cognitiva negli interlocutori. Questa teoria trova conforto nel fatto che ogni individuo, davanti a un’esperienza di discordanza tra gli elementi conoscitivi in suo possesso, esercita una pressione tendente a ridurla, tanto maggiore quanto più forte è la discordanza. La riduzione si può ottenere aggiungendo nuovi elementi coerenti; si potrebbe però avere anche, a seconda delle circostanze, cambiando gli elementi raziocinanti o diminuendone l’importanza.

«La dissonanza cognitiva consiste nella nozione che l’organismo umano tende a stabilire un’interna armonia, coerenza e conformità tra le sue opinioni, atteggiamenti, conoscenze e valori. Esiste cioè una tendenza alla consonanza tra le cognizioni (…). Riferendoci all’ipotesi di base che la presenza della dissonanza dà luogo a pressioni tendenti a ridurla, possiamo ora esaminare i modi in cui la dissonanza che segue alla acquiescenza forzata può venire ridotta. Trascurando il cambiamento d’importanza delle credenze e dei comportamenti coinvolti, esistono due modi con i quali la dissonanza può venire ridotta, cioè diminuendo il numero delle relazioni dissonanti, o aumentando il numero di quelle consonanti (…). Quando l’importanza della punizione minacciata o della ricompensa promessa è stata sufficiente a provocare il comportamento esteriore acquiescente, si dà dissonanza soltanto fino a che la persona implicata continua a mantenere le opinioni o le convinzioni che aveva all’inizio; se in seguito all’acquiescenza forzata riesce a cambiare anche le sue opinioni personali, la dissonanza può sparire completamente (…), se si vuole ottenere un mutamento personale di opinione al di là della mera acquiescenza pubblica, il modo migliore per ottenerla consisterebbe nell’offrire una punizione o una ricompensa appena sufficiente per provocare il comportamento esteriore. Se la ricompensa o le minacce fossero troppo grandi, si creerebbe una dissonanza minima e non dovremmo attenderci che ad essa segua un mutamento personale» (Festinger 1997).

Fiore e Ombre - cc mbd.marco

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